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Camera Oscura

Poetrydream

La copertina minimalista, azzurro e rossiccio con una venatura di malinconia autunnale, arditi così da imprimersi meglio nella memoria dell’a volte distratto e altezzoso lettore; le pagine atipicamente smagrite nel loro rapporto tra altezza e larghezza, come pilastri svettanti che sembrano lanciarsi oltre ponti di archi rampanti in una qualunque cattedrale di quelle che hanno fatto la storia, a volerti comunicare l’altezza dei suoi contenuti; la carta ruvida e consistente come le parole che sorregge, campite da un gradiente impercettibilmente sfumato che ne ha colorato i bordi in modo tenue, come se le carezze del tempo si fossero chiuse in una conca benevola, a protezione di questi canti e moti dell’anima.

Un librino dal titolo poderoso, cui mi sono accostato come il Bastian di Michael Ende, correndo a rintanarmi nella soffitta del cuore, sotterrato da una polverosa coperta militare, alla luce di una candela durante l’urlo del temporale, preconizzando le sferzate emotive che la metafora del titolo suggeriva, e la dedica confermava, a chi sa leggere quell’inchiostro simpatico che si scriveva un tempo col succo di limone per celare segreti, sogni e paure.

Non a caso Paolo Ruffilli cita in apertura Roland Barthes, ne La camera chiara: “Per voi, non sarebbe altro che una foto indifferente, una delle mille manifestazioni del qualunque”, e conclude: “per voi in essa non ci sarebbe nessuna ferita”, proprio a sottolineare che l’oscurità della sua camera, invece, si contrappone con la forza dirompente dell’ossimoro a dirci ciò che solo la poesia minatrice può dire, scavando paziente tra le venature profonde del nostro “io”.

La riflessione è imponente, tuttavia depositata sul fondale con perizia:“Forse, perché nel pacco delle foto per convenzione l’urlo è muto e sta bloccato il corso nella sospesa evoluzione, avanti e indietro. Tutto è già accaduto e viene lì accertato con minimo distacco, i pregi e i torti posti sotto vetro.”

In queste istantanee “I vivi sono morti: colti in assenze di statuto, nell’atto di discesa senza porti”, “Morti vivi.”

Non c’è modo, né intenzione, di sminuire l’ascesa cosmica cui vertono i versi nel loro interrogativo peregrinare, è quella spina che danza su carne viva a rendere la dimensione esistenzialistica più evidente: “La cifra data e persa, misteriosa, di un essere a cavallo, dentro e fuori: l’io dominato da un intero assoluto e indifferenziato … le tracce di un discorso in sé smarrito perduto, scivolato sul pendio del tempo fulminato”.

È il tempo a farla da padrone in questa raccolta poetica, a tenerci al guinzaglio sotteso, noi con i nostri destini miseri o mirabili in vita, (eppur miseri, sempre, infine), silente, spietato, incapace di distinguere le nostre forme nella più totale indifferenza.

Le istantanee poetiche si susseguono con impagabili e improvvisi dripping emotivi, narrazione condensata nel verso che rimane.

Emblematica la lirica che racconta di tale “Wanda Dell’Amore”, che ci proietta, con tocchi sapienti, nelle atmosfere dell’avanspettacolo degli anni ’40 (una coincidenza o un richiamo a Wanda Osiris?), pare di coglierne suoni e colori e quell’azzardo erotico certamente di avanguardia per l’epoca: “Il charleston di raso con fiori di paillette e frange di perline sulle gambe nude. Le scarpine décolleté col nastro. Una mano sul fianco e l’altra a reggere i capelli dietro al collo. Le labbra strette, a cuore”.

Il sogno si stempera poi nell’epigrafe che si fa sintesi di una vita dura ma ricamata, di quando in quando, di piaceri autentici: “Soubrette di avanspettacolo di piccoli teatri di quart’ordine attenti più che all’arte alle sue forme piene dei vent’anni. Del resto, soddisfatta del corpo che è piaciuto. «Ho dato e amato tanto, ma ho anche avuto»”, con echi assolutamente vicini alla voce di Edgar Lee Masters nella sua celebre Antologia di Spoon River.

Ruffilli va oltre, dimostrando già all’epoca (era il 1992 l’anno di pubblicazione per i tipi di Garzanti), una grande consapevolezza (che è al contempo fardello esistenziale) e ci racconta di quel “rimpianto che ogni cosa, incontro, tolga un grammo limando ogni giorno scavando, come l’acqua, il vuoto intorno”.

Il peso degli schemi cui non possiamo sfuggire, talvolta pare insostenibile, genitori ridiventano figli dei propri figli, forse nella vecchiaia, forse nella memoria immedesimativa di ciò che fu, per loro, in analoghe situazioni del passato.

Schemi che fanno da architravi all’istituto della famiglia, si fanno gogne striscianti in cui i doveri, come ceppi auto inflitti, soffocano i desideri che non volano più: “Lei che si è data a lavorare, da sé asservita ai suoi bisogni. Diventata padrona e sanguisuga: l’edera che lo ha recinto e consumato. Ruga dopo ruga ristretta, disseccata, incartapecorita”.

La vecchiaia fa capolino, e non poteva mancare, nella sua capricciosa malinconia mista a misericordia, a tratteggiare un declino a tratti sconcertante, a tratti commovente: “Presto invecchiata dal mestiere, sulla sedia in ombra nella stanza, tenendo tutto il giorno il suo cappello, cantava piano, senza più sapere cosa, lo stesso ritornello: «il falchetto cacciavento piomba a terra in un momento». Astro, folgore, cometa, freccia d’argento. Anche la traccia luminosa … è tutto spento.”, a suggerire forse di come il decadimento cognitivo a volte possa preservarci dalla crudezza più crudele della nostra condizione, trasportandoci talvolta e anche se solo per un momento, in un giardino segreto che forse taluni hanno potuto coltivare in vita, mentre altri troverebbero solo l’inferno dei propri stenti, come in un incubo ricorrente e senza risveglio.

Le vicende familiari (forse di antenati dell’autore, forse solo così bene immaginate), si susseguono rapidamente come in una proiezione di diapositive (a ben pensarci non troppo diversa da una moderna sequenza di storie su Instagram): è costante la bellezza, nella forza convincente della citazione visiva, delle immagini proposte: “lui col cappello di feltro e una sciarpetta doppia di seta bruna stretta al collo, lei un camicione a strisce da pipistrello fin sotto al mento. Uniti, sì, per distrazione”, in un’alternanza di riflessione e pittura affabulatoria in cui le delusioni sembrano originarsi da un’etica del dovere che opprime: “Fu, nella vita, ciò che non voleva: serva e moglie tradita” e poi “Non ebbe nulla o poco di quanto sognava. E pure quel decoro che sperava le restò impedito”.

Certo i tempi erano duri, i primi del Novecento in alcuni tratteggi, però i meccanismi di controllo psicologico che si possono attuare, le dinamiche perverse e restrittive delle libertà individuali, che si possono generare in determinati rapporti familiari malsani, si sono semplicemente cambiati d’abito e restano più che mai attuali.

Per questo la potenza comunicativa di questa raccolta poetica è duratura e universale.

Anche la politica e le ideologie di molti decenni del secolo scorso, si sintetizzano attorno ai ritratti fotografici in versi, in un amalgama di pittogrammi densi di significati legati ai dolori di un’epoca e di un popolo, tradotti nella luce del quotidiano divenire personale: “Lui, monarchico in casa socialista, era la pecora nera della famiglia. Sua moglie, sarta, lo spingeva dicendo che ci avrebbe guadagnato più rispetto. Lui, che era stato ardito e, poi fascista della prima ora. Con un gruppo di amici si vedeva, per vincere la noia, a dividersi l’Europa sulla carta. Ammazzato con gli altri sull’argine del fiume, una mattina presto. Scovato, dentro al cesto con le piume d’oca, sulle tracce della figlia mentre gioca nel cunicolo della cantina, discesa e risalita fino alla rovina”.

Non si fa l’abitudine alla sapiente forgiatura scenografica delle immagini, e ci si sorprende ancora e ancora: “(In piedi, con la mano sul bracciolo di un divanetto in legno. Un largo basco da cui escono a corona i capelli, su un abito pesante con gonna a pieghe e redingote con il colletto e i polsi di velluto. Sullo sfondo un telone di broccato tenuto da un cordone di volant, dietro la testa. È segnata la data: 1.4 del ’18)”.

Gioie e dolori di un albero genealogico, o di talune foglie di cui sono rimasti frammenti di memoria tangibili, scorrono dinanzi al lettore senza soluzione di continuità emotiva, infuse di ancore visuali che stimolano la fantasia in una rincorsa verso la prossima sorpresa: carrozze e ombrellini, la ritualità della vestizione a festa per la domenica, la giacca di fustagno, l’elmo a punta e la mantella sul cavallo finto, sembra di esserci, partecipando ai ricordi di un bambino cresciuto che non vuole dimenticare.

Non volendo svelare troppo delle preziosità celate con generosità e maestria dal nostro, con l’augurio che ogni lettore appassionato ricerchi questa raccolta poetica ove istruire l’animo e appagare l’intelletto, interrompiamo con una cesura il flusso interminabile di coscienza che l’opera Camera Oscura lascia fluire dai suoi versi colmi di sincerità, profondità, schiettezza e capacità rappresentativa autentica, auspicando che ciascuno a modo suo, possa vincere “lo squarcio sul quadro decoroso dell’invalicabile distanza del salto e del trapasso nella scandita finzione del presente”.

24-25/12/2019

Recensione
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