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Controcanto

Il controcanto, detto per approssimazione del senso comune, è una seconda voce che s’innesta sulla prima a fare da arricchimento, talvolta come compagna discreta, tal’altra come autorevole e complementare voce in contrappunto.

Può essere armonizzato “per quinte” o “per terze” (ma non solo): le quinte “le conosciamo tutti”, sono note che suonano familiari anche ai neofiti, le terze, a detta degli esperti, suonano più ricche e soddisfano maggiormente gli orecchi più raffinati.

La poesia di Angela Ambrosini suona come un contrappunto armonizzato per terze.

A partire già dalla inusuale ed elegante veste editoriale (24,5 x 13,5 cm, a voler contenere ogni lirica nel pieno di una pagina), con la copertina impreziosita da un morbido acquerello di Liliana Ambrosini, il volumetto di liriche espone fin da subito le fonti illustri da cui l’unicorno creativo si è abbeverato: Dino Campana, Mario Luzi, Vittorio Sereni, Shakespeare, Coleridge, Penna, Quasimodo, Yeats, Merini, Spaziani, Machado, Turoldo, Boiardo, Bertolucci, son calibri da novanta le cui citazioni di apertura fungono via via da Orsa Minore o Maggiore, da Cassiopea e Orione, notoriamente stelle o costellazioni con cui si è soliti mantenere l’orientamento quando ci si ritrova in uno spazio aperto e privo di riferimenti noti.

La poetica della Ambrosini non può dirsi innovativa, e forse non lo è primariamente già dalle intenzioni, né originali sono le sue formule espressive: nulla è lasciato al caso o ai capricci del flusso di coscienza, che stupisce e meraviglia ma anche tradisce e delude, non una singola particella lessicale sfugge ad un controllo felino, sommamente studiato.

Come in un software ben ingegnerizzato che racconti le pene dell’anima, ogni funzione viene richiamata senza cicli a vuoto, senza loop entro gorghi di noia feroce, senza saturare le capacità di memoria ed elaborazione (i sensi) della macchina lettrice (il lettore), che si ritrova ad ascoltare una voce sicura, accademicamente pregnante e convincente, che tratta da pari con i suoi lumi ispiratori, senza soluzione di continuità.

Lo stile sembra esprimere il più classico nucleo del Novecento italiano: impeccabile, contemplativo ma talvolta distante dall’irruzione sentimentale che sospinge i cuori a veleggiare, in una sorta di elegante concrezione derivata dall’assorbimento linfatico delle essenze dei suoi modelli.

Il tema centrale della raccolta è il tempo quale palcoscenico silente alle vicende umane svolte nel più intellegibile spazio, argomento invero trattato e bistrattato, confrontandosi col quale la nostra poetessa, riesce a non cedere alle lusinghe di facili approdi e sirenici canti.

Questo tempo è granitico e ci rende “indumenti del destino, | un cambio dopo l’altro a propiziare | nuove finzioni e nuovi clamori”, mentre lui, ieratico, “inenarrabile, colpo a colpo | dai sagrati del cielo, | tempus manet”, mentre noi, faticosamente ed in maniera maledettamente egoistica ed insaziabile (o insanabile ?), “prima che crampi | di pena sbriciolassero l’onda”, tentiamo di “evolverci per naufragi”, passando da una sponda in frantumi ad una nuova e prossima che ammicca, chiedendoci di già all’approdo, come sarà ”inattingibile | la terza sponda” che “già lo sguardo cerca” (Sponde).

Le pene esistenziali sono spesso riferite al termine di paragone dell’infanzia, quale luogo rassicurante ma non sicuro in senso statico, il cui dolore relativo assume, sull’asse del tempo da cui si giudica nella lontananza del presente scrittorio, un’inversamente proporzionale contrazione: “Se questa è la tua pena, | nuova pena serena che per poco | attanaglia e voce di nonna | basta a sciogliere in riso, | ricorda, diceva, che vasto | sarò il tuo rimpianto | quando il fiume degli anni | sentirai nelle vene”, sono versi facilmente belli, tuttavia ingrati rispetto alla verità di un dolore che è pur sempre relativo all’età, alle esperienze, ai talenti, alla consapevolezza, alla sensibilità, così come pure ampliamente variabile di fronte al mero tempo medesimo, individualmente declinato ed anagraficamente descritto.

L’ansia della portata del fiume vitale che si assottiglia, secondo una logica contraria a quella del suo corrispettivo non metaforico, esprime lucidamente la prigionia dell’anima che non si arrende all’evidenza del suo confino entro un corpo che invecchia mentre “inasprisce battito su battito la ruota | dei giorni che inverno prepara in danze | di gelo a stillarci il cuore: | ben sappiamo dallo sguardo dei vecchi | se luce chiedono a intridere ancora | di capriole il vento”.

Le stagioni sono un classico approdo filosofico della creatività poetica di ogni tempo, qui come segnali emotivi a sottolineare tensioni elastiche tra condizioni di snervamento e incrudimento della materia interiore e condizioni proiettive positivamente malinconiche: “Qualche volta d’estate | quando s’apre palude di cielo | a rorido azzurro e ringhio | di pioggia stempera | in pianto tranquillo, | qualche volta d’estate | quando soffio d’infanzie arruffate | al ricordo più forte s’appiglia | e assolato riappare il cortile | a strapiombo su colli e tramonti, | qualche volta d’estate | ti cerco, altra | me stessa, perduta | crisalide d’aria e di sogno”.

La poetessa realizza chiaro l’obbiettivo dei suoi versi: “scacciare il germe del naufragio | per farne nuova spiga, | questa è la sfida che ci è data. | Questo è ciò che m’appartiene. | Tutto il resto sia fremito d’ali, | lumeggiare scheggiato appena | dalla fuga dei giorni”.

Molto efficaci risultano poi alcuni afflati pascoliani, davvero immaginifici: “Gaia e ariosa sui colli dell’Umbria | la nebbia, smagliata da olivi | e gorghi di vitigni in garze di cieli”, “E il verso dell’usignolo che culla fu | ai miei sonni, tonfo si fa nell’eco | al ricordo, quasi velo di brume all’udito”, “Quante albe dissolte | al mugolio dei cani alla caccia, | al tramestio delle legne di giugno | accatastate per il ceppo a dicembre, | quanti mutamenti di cieli a ogni sbatter | d’imposte”.

Il tempo si frange e rifrange nelle sue volute sinuose e ammalianti, sembra aver evocato il suo sortilegio da un antro remoto dagli afrori muschiati, ce ne accorgiamo troppo tardi, risucchiati dalla trappola dell’eterno presente, ove, eraclitianamente, mai nello stesso fiume transiterà la stessa acqua: “Estraneo ci appare il passato se il luogo | che cambia ne cambia i colori | e nuovi profumi consegna | all’olfatto del cuore, ma | adesso che a fiotti risale l’odore | di terra dal nastro degli orti, | di lucciole un rogo mi saetta al ricordo | e volti, sorrisi, estati d’intorno | a mezz’aria a cingere gli anni”.

Qua e là nello scorrere piacevole di una visita museale tra le gallerie versicolari ambrosiniane (tanta è la conformità classica ad una deontologia metrica, lessicale e contenutistica), ci si imbatte in episodici sprazzi di brezza vivace, che via via s’ingrossano verso l’esultanza lirica, suggerendo orizzonte di epici fortunali: “Qui vorrei, immortale isola immota, | gorghi d’inverno arrendere in bonaccia | mentre turbina il gabbiano | su brughiere di venti | e tanto oceano obliquo intorno | brucia leggende”, “Qui saprei che lunga notte | la tua terra ignora, se senza posa | del tramonto hai il presagio, | Irlanda”.

Il mare è certamente metafora irrinunciabile, con i suoi misterici segreti inabissati, e la poetessa lo richiama quale appagamento contemplativo per ogni rimpianto o peccato d’inazione, così come nella lirica Testamento del vecchio marinaio (probabile omaggio alla celebre Ballata del vecchio marinaio di Coleridge): “io che so il peccato | di presunzione senza crepe | né rimpianti, io vi dico: snidate le vele | al vento dello spirito, prestate | ascolto al grido del gabbiano | che tenace tesserà i vostri cieli | e il fratello abbeverate quando | sfatto incrocerà le rotte. | E lamina liquida di luna | freschi pensieri | come peplo avvolgerà | a levare l’àncora del dubbio | e pace vera sorgerà | dalle burrasche indomabili | della vita”.

Non vi sono molte illusioni nella poesia di Angela Ambrosini: la vita pare un disegno a matita molto tracciato con mano delicata e sapiente, che non graffia nel particolare, ma veste con serico garbo gli umani crucci, a tratti affascinando: “Non chiedere ora perché | grigia la luna sosti nell’orbita | vuota del firmamento stasera. | Non risposte potrei darti | che tu già non sai, | né speranze di melograno accese. | Lascia che memoria | con strazio felice punga | il mio gomitolo di sogni | arlecchini”.

In tutta l’opera c’è piena consapevolezza dell’affinità elettiva della poetessa con i suoi modelli, non celata, bensì mostrata, senza vanto e dunque con rispetto, come nella lirica Gabbiani in controcanto, un vero e proprio colloquio musicato, inframmezzo ai versi dei Gabbiani del Cardarelli.

Altre potrebbero essere le citazioni estratte ancora da quest’opera, sottolineiamo in particolare però, alcuni versi che riescono a suscitare qualcosa di simile ad un’ammirazione compiuta: “lasciami intatta l’attesa in riva al sole, | quando di giugno neri rami d’abete | brace squarciava devastante di rose” oppure l’intera lirica Di viottoli e di vita, capolavoro di musicalità, misura e progressione lirica: “Quand’anche ciuffi di cielo | all’assedio del temporale | folgori di lento azzurrare | strappino all’ombra del sentiero, | non più lieve sarebbe, sai, | questo percorso di ciottoli | e fango appena franto da singulti | d’erba e fradicio di foglie. | S’addossa il piede a più salde | radici e allo steccato la mano | s’affida, proprio là dove | fra burrone e anfratto | fra serpe e serpe | annida e sgretola sogni | il buio dell’incompresa soglia | del giorno si scioglie la boscaglia. | Poi, ecco, dal fondo degli sterpi, | una bacca rompe rossa | la gocciolante ressa di spine. | E lacera la mente”.

I versi son come Briciole, la poesia, infine, si arrende alla realtà dell’esistenza, non riesce a salvare né il poeta, né il lettore: “C’è un bagliore roco | che m’insegue a passi diseguali | e diseguale voce eleva nell’ombra | imbrigliata al mio spartito. | Si stende su torpore di nebbia | che al mattino stralunata | tortora m’accende all’udito: | è in quest’attimo del tempo | che dal tempo mi sciolgo, | quando ogni briciola torna | al suo pane, pane di terra e d’amore | se solo d’ascoltarne mi chiedi | il decifrato segnale, | l’eco imperiosa che alla carta | vedrà consegnare | il mio arreso verbo | come agnello all’altare”.

Nonostante questa sconfitta che sa di verità tautologica (nonostante tre quarti dei poeti non osi ammetterlo), l’autrice non può esimersi dal coltivare la sua ricerca interiore attraverso lo strumento poetico, sestante dell’anima in navigazione.

Una poesia piuttosto contemplativa e raffinata, che si snoda lungo solchi e tratturi ben conosciuti dalla tradizione, che poco concede al rapimento dell’invenzione fulminea (e per contenuti, e per forma), ma che molto ripaga sul fronte dell’esperienza complessiva, rassicurante, intonata, feconda di stimoli curativi.

Un’opera in cui il tempo dell’esistenza, inteso come dimensione evolutiva, resta un’ossessione costante, impenetrabile mistero che cela il segreto del nostro peregrinare in questa realtà, scrigno o baluardo verso un altrove ultimo: “Spiegami il tempo, spiegami la sua linea | curvarsi insonne per riannodare | i passi della spirale di sempre”, “Spiegami il solco della scrittura, | ago d’amore a capofitto | nel nulla per agganciare un filo | da dipanare al sole, filo | di tempo e di memoria | nell’ordito ora spesso ora smagliato | per la cruna di Dio”, “spiegamelo affinché | per un attimo almeno, | come questo cielo, | nulla più in me rimanga | di umano”.

Recensione
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