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La bellezza di Amanda

L’opera La bellezza di Amanda si presenta sotto un’elegantissima veste editoriale (a cura di Elisa Pellacani), energetica, briosa, coloratissima, la cui copertina su carta patinata liscia risulta davvero piacevole al tatto.

Merito di un sapiente gusto per il dettaglio e per gli equilibri pieno-vuoto, attrazione-stasi-riflessione, merito anche degli incisivi e primordiali pastelli a cera di Pietro Paganelli, artista appassionato di arte naif e specializzato in Art-Brut, una corrente pittorico-creativa coltivata per mezzo di un costante lavoro svolto a fianco di molti psichiatri e presso vari centri di igiene mentale.

Dal punto di vista prettamente letterario di quest’opera di Onano si potrebbe dire, citando dal blog di Nazario Pardini, quanto scrisse il critico Mario Pomilio rispetto alla poesia di Antonio Spagnuolo (seppur questi due autori non abbiamo poi molto in comune): “…. ciò per sottolineare il valore prelogico della poesia di Spagnuolo, la natura d’un linguaggio che non mira in alcun modo alla “sintassi”, ovvero, se si preferisce, rimane al polo opposto dai processi aggreganti che sono tipici della comune espressività, e invece è come se perseguisse la scommessa di misurarsi con quanto c’è di albicante, di preconscio, di disaggregato, di informale nella nostra esperienza mentale. A servirci di un paradosso, diremmo quasi che qui la parola interviene a manifestare ciò che sta anteriormente alla parola, il pensato allo stato ancora amorfo, i materiali mentali prima che si coordinino, i reagenti insomma della nostra esperienza intima sorpresi allo stato prenatale e quasi fetale, prima comunque che si siano subordinati a quella che per convenzione chiamiamo la coscienza e invece vagolano ancora al fondo del nostro es alla ricerca di un coagulo.

Leggendo i versi di questo libretto l’effetto predominante è lo stesso (a cominciare dalla lirica che dà il titolo al libro, quasi pretestuosamente scelta per un solitario fattore estetico o sonoro), ma si badi bene, si tratta più che altro di una sensazione, percezione di sé disperso in galleggiamento indistinto sulla superficie di un lessico che si sa perennemente speso nella narrazione di qualcosa la cui chiave di lettura non risulta, una buona metà delle volte, evidente: si va oltre il Mascara premiato recentemente a firma dello stesso autore, in un gioco all’ironia magmaticamente stratificata e camuffata, che può disorientare più di qualche lettore.

Per la verità si tratta di un dilemma annoso e multidisciplinare: il valore dell’opera in sé rispetto al suo significato ed al suo potere rappresentativo, rispetto al sentire medio-condiviso di una data cultura in un dato spazio-tempo, rispetto all’interpretazione della critica che conta, rispetto al mercato… in una spirale relativistica che può dar torto o ragione a seconda del mutare dei criteri di riferimento… storia antica e sempre attuale.

Molti precursori in ogni campo sono stati vittime di questo stato di cose (in pittura citiamo Pollock, tanto per fare un esempio), che pure, per la verità, è insito e connaturato al meccanismo dell’evoluzione culturale del genere umano; sta di fatto che in più di un’occasione, leggendo questi versi, ci si ritrova spaesati a domandarsi il senso complessivo, e ci s’interroga se non sia poi la critica a doversi addossare la responsabilità di rintracciare un’interpretazione coerente che sorregga e faccia da legante all’opera stessa (ammesso e non concesso che tutto ciò fosse nelle intenzioni dell’autore in ogni circostanza del suo dettato poetico).

D’accordo la destrutturazione, la disaggregazione, il joyciano flusso di coscienza, tuttavia il fine non è intenzionalmente chiarito, mai una noterella ammiccante e compassionevole a piè di pagina, una sorta di sfingeo suggerimento, per cui talvolta l’intuito si ritrova a creare una rete neurale di pseudo-libere associazioni, le quali, in un certo senso, “danno soddisfazione al lettore”, mentre altre volte, invece, si percepisce una grande inventiva, a tratti si potrebbe sostenere con un certo convincimento, non priva di una certa genialità, tuttavia infine, si ha la sensazione di trovarsi un po’ sulla soglia ad osservare una qualche forma di tecnologia aliena.

Così parlando di Amanda Lear, comprendiamo e apprezziamo quella: “donna | toccata dall’angelo anoressico, androide | nell’umore”, paragonata con impudenza catturante a quei “belli ugualmente i bronzi | di Riace dubbiosi sui genitali minimi”, quasi fossero questi ultimi a doversi scusare…

Comprendiamo e apprezziamo pure il ciclista eterno dai sogni modesti, del quale “sui pallidi | monti l’onesta fatica tracima | (cotta d’arme la maglia dello sponsor) | di Bruseghin coltivatore d’asini”, percepiamo una certa grandiosità nella monumentale metafora genital-femminile di quel “budello più vorticoso del canyon”, ove dimorano “rettili | di transizione” dotati di “strani occhi erettili, | mobili sull’orizzonte disteso, per quale difesa per | quale copulazione captiva?”, metafora che sfocia in un’altra metafora del parto, che ricorda certe descrizioni di aspetti circondariali e fisiologici della sfera sessuale, descritti ne Il manoscritto di Missolungi di Frederic Prokosch.

Ma è certo che taluni passaggi restino arcani nel dettaglio, visionari, da cogliere per abbandono, quasi fossero accumulazioni di scatti di un reporter di guerra dell’agenzia Magnum, come, riferendoci al succitato amplesso o parto metaforico: “quando le aride | radici alla fine tentano la terra, la usano | more animalium oppure attraverso tenerissime | penetrazioni ventrali: “ella frema placidamente, | vasta e generosa, finge stupore mentre | si arrende): ed infine da quelle polluzioni | grasse, la folla di vermi di lucida funzione | vellicante, la calma rottura delle acque, i girini: | allora improvvisa quando la porca terra desiste | l’ultima pendenza e naufraga, in questa distesa | piaga verdissima abbiamo raccolto il campo, ucciso | i bisonti e le folaghe passeggiatrici, abbiamo | rivolto lo sguardo al canyon diseredato, dove | aveva forma il dolore, o: (almeno): la voglia migrativa”.

Non mancano poi le meta-critiche ironiche al mondo dei premi letterari, in un giuoco che non è altro che variazione sul tema musicale condotto sul labile filo della sintonia-distonia con il resto del pubblico uditorio: volgare, dotto, saggio o erudito che sia.

Giuoco che ci pare continui ed affondi i fendenti nella lirica Aurelio Schellino contesta la tela di Paolo Caliari, il quale risolve la questione cambiando titolo all’Ultima Cena, ove, ci par di capire, l’aspetto indigesto all’autore consiste nell’evidenziare quella bieca tendenza manipolatoria di taluni personaggi (signori, forse, di poteri, o depositari di tanta faccia tosta quanto di debite conoscenze reperite presso i migliori master di marketing annacquati con l’Arte della guerra di Sun-Tzu), che si concreta in operazioni di maquillage sui vocaboli effettuata al fine di mascherare o mitigare comportamenti sconvenienti (pensiamo solo a termini quali “escort” (un tempo solo un modello di automobile…), “spettacoli di burlesque”, “distrazione di capitali”, espressioni spesso inflazionate e sotto le luci della ribalta della cronaca politica, ma anche frasi del tipo “perché xxx ti regala 120 minuti VERI al mese”, slogan tanto cari ai carrier telefonici…).

Per altre liriche assorbiamo (non ci resta che) le allegorie di Onano, narrazioni costruite su mondi paralleli, ritrovandoci intrattenuti, a porci domande di assestamento per la nostra bistrattata e modesta psiche percettiva; è il caso del componimento Nella Pineta di Classe si avventura mansueta l’anima cinematografica di Monica Bellucci, un titolo che ricorda alcune abitudini stilistiche della compianta poetessa Maria Grazia Lenisa, oppure nella lirica Il famoso intellettuale sopravvive al naufragio del bastimento.

Muovendoci su questo terreno acci-dentato incontriamo l’ottima cronaca in versi riferita alle vicende di Alissa, davvero un crescendo incalzante ed efficace, una sorta di spaccato freudiano sintetizzato, che merita di essere goduto.

Occorre abituarsi all’essere letterario di Onano: nelle reciproche influenze tra Tonino Guerra e Federico Fellini, una serie di liriche concatenate, quasi una prosa poetica affabulante, ci si smarrisce per ritrovarsi, in un’altalena di rapimento e interdizione, così come seguendo le vicende di Maria che “si appassiona a calcoli relativi all’economia domestica” o “prende possesso del 100% delle sue mani”.

Un’opera forse un po’ distante dal pubblico dei lettori, che tuttavia sa regalare saggi di autentica bravura e di piacere, nelle occasioni in cui si realizza l’incontro tra il substrato conoscitivo e sensitivo (più che sensoriale …) del lettore, e l’immane ironica fantasia, attitudine al mascheramento ed al rimando metaforico ed erudito, di Rossano Onano.

Un’opera non certo facile, ma che risulterà probabilmente densa di sorprese ad ogni rilettura, magari di pari passo con l’approfondimento della forma mentis dell’autore (così come del suo percorso ideativo), un personaggio che si potrebbe dire, celi sempre, quasi a priori, ciò che intende dire realmente, almeno al livello espressivo superficiale, traendone probabilmente un certo appagamento.

Senz’altro un disorientamento nel complesso positivo, perché a parte talune deviazioni nel mondo dell’antimateria semantica (ad oggi, almeno in fisica, semi-inconoscibile), come nel criptico caso di Antinoo si getta nel Nilo, ove: “L’acqua si chiude e tremano le stelle. Piange | partecipe e lieve l’angelo Emanuelle”, in realtà molte immagini s’incidono nella memoria e ci si cala nel mondo onaniano con buon trasporto, specie lasciandosi precipitare nei suoi componimenti più lunghi e mitologicamente forgiati, come negli Atti della favorita di Akbar, in cui si realizza un sostanziale connubio tra la vicenda narrata e una lieve morale sottesa.

Forse un po’ vittime di una cinetosi sapientemente indotta, possiamo concludere che Onano, quando lo si riesce ad intendere oltre la scorza talvolta un po’ coriacea, dispensa evidenze circa i limiti etologici della natura umana, le sue debolezze intrinseche e le sue poch-ezze, intese come sincresi fantasiosa tra i vocaboli “poche” e “certezze”, in un giuoco fanciullesco che vorrebbe racchiudere in un portmanteau alla Lewis Carrol, o meglio in una francese mot-valise, le variegate sfaccettature di un autore che fa la spola tra due mondi, con tutti i problemi di lingua e fuso orario che ne conseguono …

Ma si sa: Non tutti apprezzano la cucina marinara
Recensione
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