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La conchiglia dell’essere, Poesie per Piero della Francesca

“Come nella pittura così nella poesia”, Ut pictura poesis, diceva Quinto Orazio Flacco in uno dei testi fondamentali sul discorso estetico d’ogni tempo e così, con piena consapevolezza, la poetessa Patrizia Fazzi stessa a precisare il suo rapporto con questo monito: “Non so usare che parole cantate | per disegnare la vita: | la penna come pennello, | gli aggettivi come colori. Li mescolo e stendo, | si fondono e vibrano | in un’infinita grammatica. | E il verso si fa quadro, | paesaggio, | natura morta e viva”.

In effetti la poetessa sovente nell’opera ha disseminato una certa enfasi estetica caratterizzando taluni passaggi con una connotazione visiva, e non solo semantica, secondo certi canoni della poesia visiva propri della Neoavanguardia degli anni sessanta del secolo scorso, e realizzando così delle piacevoli digressioni ottiche, stuzzicando pure la sfera dell’attenzione, durante il piacevole percorso di lettura.

Il presente volumetto di liriche è del tutto dedicato alla figura di Piero della Francesca, declinata attraverso un parallelismo tra le sue opere pittoriche ed i versi della nostra, tuttavia è il sottotitolo “Poesie per Piero della Francesca”, con quella preposizione semplice “per”, fine ma anche causa, a testimoniare e porre in evidenza l’entità della passione che l’autrice nutre per la personalità artistica del pittore di Sansepolcro in quanto intelligenza e sensibilità creativa che affascina e anticipa l’estrinsecazione materiale di sé nelle conseguenti e pur a lui indissolubilmente legate, opere.

Probabilmente tale ammirazione scaturisce anche dal fatto che il pittore toscano sia stato un grande innovatore del suo tempo, ossessionato da considerazioni geometriche e dall’intuizione che lo volle audace propugnatore di una prospettiva che meglio rappresentasse l’armonia della natura (anche attraverso il ricorrente impiego della sezione aurea quale fattore di proporzionalità compositiva), armonia che egli vedeva come rappresentazione emblematica della presenza di un alito divino diffuso nelle forme del Creato.

Dice bene Luciano Luisi, attento prefatore all’opera, quando riferisce che la Fazzi “ha saputo modulare il suo linguaggio su due registri espressivi, uno asciutto, scandito, come se le parole fossero ad una ad una incise su una lastra, e che serve a lei per “raccontare” il quadro, per descrivere paesaggi e figure”, mentre altrove utilizza un tono che “si alza verso momenti di maggior valenza lirica – che porta la sua tensione emotiva a cogliere la simbologia, l’afflato metafisico, il messaggio, il “mistero” di ogni dipinto che ha fermato l’emozione del suo intelletto”.

La lettura delle liriche fluisce sollecitata dal connubio visivo-irrazionale e cognitivo-razionale che si acuisce dall’affiancamento tra le fotografie dei capolavori del Maestro ed i versi della Fazzi, così guardando La Pala Montefeltro scendiamo i capricciosi gradini visivi dei versi “Perfetto | nitido | sospeso | dalla conchiglia dell’essere | si tende | filo che scende | arcano | guscio di luce | che s’imprime sui volti | persi nell’incanto | sulle vesti stracciate | sui decori preziosi, | nicchia gravitante di mistero”, capricci come note disposte nello spazio paginale che sorprendono e quindi invitano a coglierne una logica dispositiva, quasi fosse un esercizio di crittoanalisi, invitando a massimizzare l’attenzione sul singolo termine, la singola espressione o metafora.

Si crea così un interessante fenomeno di retroazione per cui ci si ritrova ad osservare le immagini cercando di arricchire il significato dei versi, e viceversa a leggere i versi con un occhio alla rappresentazione pittorica, nel tentativo di cogliere nuove chiavi di lettura, ed il gioco, a più riprese, sortisce effetto positivo.

Va detto che l’architrave dell’opera letteraria in esame, oscillando tra i due registri espositivi ben evidenziati dal Luisi, si presenta come una sfida non facile da vincere, in quanto l’aspetto descrittivo certamente si fa necessario, ma rompe a tratti il trasporto complessivo, svolgendo comunque una funzione preparatoria per i picchi emotivi che qua e là affiorano, come nella lirica dedicata a Il battesimo di Cristo, in cui apprezziamo quell’ “acqua di rinascita, | bianca luce alata che si libra | nell’azzurro e verde folto” la quale poi diviene “rigenerata acqua lustrale” che “specchia | le colline lontane, il borgo antico” per culminare nella metafora catartica con cui “Si sveste dalla buccia del peccato | l’umanità e riprende il suo cammino”, oppure, ne L’utopia salvata, indaghiamo con trasporto “il nero enigma” nell’irrealtà del quadro in cui la vittima della flagellazione “calma attende | il rito lento purificatore”, mentre “assistono scalzi gli aguzzini” e l’atmosfera paradossale si fa forbice divaricata nei versi magistralmente conclusivi “In rosso, porpora e grigio | avanzano i saggi, | convergono | ribaltano la scena | e si apre il cielo | la verità dell’amore | l’utopia salvata”, versi che paiono una fotografia a colori saturi dell’arroganza e della superbia umana.

Sono parecchie le liriche che offrono aspetti interessanti, come I profili degli sposi, testo dedicato al Doppio ritratto dei Duchi di Urbino, Battista Sforza e Federico da Montefeltro, autentico ritratto metafisico dell’essere umano rinascimentale, in cui si è motivati ad approfondire il retroscena storico per comprendere così come, per esempio, quel “rosso turbante che domina | il paesaggio, le dolci terre ed il cielo d’Appennino”, rappresenti un interruttore mentale per la nostra curiosità, tale da spingerci a ricercare una collocazione anche geografica per quelle parole (pare lo sfondo ritragga la vista dei possedimenti dei Duchi di Urbino, così come la si poteva apprezzare dalla torre occidentale del palazzo ducale di Urbino), per approdare infine all’apprezzamento ragionato delle contaminazioni con la pittura fiamminga, avida di particolari e atmosfere impreziosite da foschie lontane e prospettive profonde.

Ed è proprio se motivati ad approfondire i rapporti tra l’aspetto letterario, quello storico e quello artistico, che si riesce a comprendere meglio i simboli e le allusioni infusi nei versi e che derivano dalla profonda conoscenza del pittore toscano da parte dell’autrice, così sempre nella lirica sopra citata possiamo apprezzare meglio il perché di quella “palpebra abbassata, l’occhio proteso al volto diafano, lontano” o quei “profili degli sposi | persi per sempre e uniti” che “ ricercano attimi d’intesa | che nessuna perla può resuscitare”, riferimenti probabili ad una teoria sulla genesi dell’opera pittorica che pare identificare il ritratto del Duca Federico come realizzato in un periodo antecedente a quello normalmente attribuitogli e poi affiancato alla tavola raffigurante la moglie Battista Sforza, soltanto dopo la morte di lei.

E così via, ci ritroviamo a cogliere nell’autrice una sorta di abilità profilativa, un’attitudine anche alla morfopsicologia, o fisiognomica che dir si voglia, per esempio nella lirica dal titolo molto evocativo Dal nero delle trame, in cui “È un elmo che cala | sulla fronte | la tua chioma composta, | una calotta sul profilo | altero ed impassibile. | La pupilla levata in alto | mira al potere, | scevra di scrupoli, | ad ogni tenerezza inaccessibile. | Dal nero delle trame emergi | emergi, | già machiavellico principe, | lacrime e sangue altrui | scompaiono | nella gola serrata della storia”.

In alcune occasioni riesce a prevalere un impeto metaforico che si fa involucro calzante e sospingente verso efficaci lidi immaginativi, poi corroborati dall’evidenza pittorica sempre presente a sostegno dei versi, soprattutto la lirica Il trapezio d’amore, dedicato all’opera La Madonna della Misericordia, ne fornisce un esempio lampante: “Si fa tempio e cielo il manto | nelle braccia tese a sorreggere il dolore | casa che accoglie i volti inginocchiati | trapezio rosso d’amore | che converge sereno e solenne | alla misericordia del suo sguardo | e nell’arco dorato della fede | staglia l’umanità trafitta | più in alto crocifissa | eppure riscattata dai chiodi della vita | rigenerata ancora dal suo ventre materno | da un radioso ritrovato abbraccio”.

Di tanto in tanto, soprassedendo su alcuni fraseggi dal carattere più interlocutorio, l’esperienza si ripete, come in L’alba rosa, lirica dedicata allo splendido affresco di Piero della Francesca intitolato La Resurrezione, in cui il drappo rosa che avvolge il Cristo che si erge maestoso sui soldati assonnati, diviene il vero protagonista, conferendo una ieraticità al dipinto tale dall’aver spinto lo scrittore Aldous Huxley a considerarlo “la più bella pittura del mondo” (parole che, secondo quanto riportato dal capitano britannico Anthony Clarke, che se ne rammentò durante un’operazione di artiglieria posta sotto il suo comando, risparmiarono la cittadina di Sansepolcro dai bombardamenti degli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale).

In effetti troviamo convincente quell’” alba rosa | che sconfigge i sogni viola, | il pianto disperato, la paura, | il sonno irrazionale e abbandonato” che “ridona all’umano simmetria”.

In conclusione possiamo dire che la devozione cristiana diviene in quest’opera spiritualità in senso lato, che si fa tangibile e fedele specchio dei tempi che segnarono il carattere delle opere del Maestro di Sansepolcro, in un quadro complessivo in cui la retorica riesce in buona parte a prendere il giusto distacco dagli aspetti meno originali di sé stessa, così che la liricità non ne risulti svilita, ma anzi rinvigorita, come nel passo in cui “a onde si propaga | la preghiera muta | nelle linee preziose | delle vesti | nel lento scivolìo dei manti | nella trasparenza raccolta delle chiome, | dalle mani giunte sale | sinfonia di luce | a volti e sguardi | e il paesaggio si slarga | s’infinita | aereo verde e celeste, | volo puro”, riuscendo nell’arduo e quasi improbo compito, di affiancare, con dignità ed eleganza, la parola scritta ad una sequela di capolavori pittorici monumentali che tutto il mondo ci invidia.

Per queste ed altre ragioni ancora, ci uniamo alla poetessa nel suo “Grazie sia a te, Piero, | per aver fermato nell’iride | l’aurora di ogni storia”, ringraziando anche colei che ce ne ha ringiovanito, con gradevole equilibrio e sensibilità, la memoria.

Recensione
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