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L'invasione degli storni

Roberto Mosi, con la sua opera poetica l’invasione degli storni, ricalca uno schema narrativo di matrice dantesca, modernisticamente suddiviso nelle sezioni Valle dell’Inferno, via del Purgatorio e Nuovo cinema Paradiso.

Sua musa ispiratrice Gabriella, la sorellina morta dopo appena un giorno di vita, lume che rischiara la via di una comprensione più ampia delle cose.

Lo schema adottato risulta simbolicamente potente (nonostante l’accostamento rinvii al sommo poeta e renda l’inevitabile idea del confronto improba e troppo ingombrante) e funzionale alla metafora di un viaggio interiore che deriva da una proiezione comparativa del sé nei confronti dei propri simili, sullo sfondo di una Natura taciturna ed indifferente tuttavia piena di esempi significativi da cui attingere sapienza.

Il filone filosofico è quello, piuttosto nutrito tra gli autori anche trasversalmente alla linea del tempo, della presa di coscienza di una società estremamente penosa da vivere, difforme dalle aspirazioni di molti, eppure immutabilmente così.

Il cosiddetto “fattore antropico” ferisce ogni cosa, come un Re Mida o una Medusa il cui campo di gioco sia ancora sufficientemente vasto: “Il treno attraversa la galleria | nel pulsare delle vene d’acqua, | tremano le radici del bosco. | Il cervo scappa spaventato, | sul fianco la ferita di uno sparo”, l’uomo, al vertice della catena alimentare, è l’unico essere a vivere nelle contraddizioni più assurde ed inconciliabili (si pensi ad esempio all’amore per gli animali professato “politicamente” dai più ed alla così rara pratica del vegetarianesimo, passando per le macellazioni, la caccia, la pesca, la sperimentazione sugli animali o i combattimenti tra di essi provocati a scopo di scommessa clandestina o, ancora, i comunissimi, quanto vittime di atroce e subdola crudeltà, “cani ergastolani” tenuti ad un metro di catena per ogni giorno di tutta la loro vita…).

In effetti il Mosi ci illustra quelli che a suo parere, sono i mali sociali contemporanei, accompagnandoci in un “viaggio tra i detriti | dell’identità, triturati | dalla comunicazione”, in cui “La lucciola abbandona | lo sciame per baciare il led | pulsante di luce rossa” che “ronza intorno al Blackberry”, in cui “frammenti dell’uomo digitale”, “individui scissi in frammenti”, roteano senza spina dorsale, pilotati da una sorta di idea-non idea sovranazionale, una simil tecnocrazia che genera un “tele comando nella testa”, tale da garantire “consenso ordine sicurezza”, ma è solo la nostra impressione interpretativa ad essersi spinta troppo oltre.

La società sembra essere divenuta una discarica a cielo aperto, lo scenario distopico rimanda al film cult Idiocracy di Mike Judge: “Congestione di rifiuti urbani | nelle discariche a cielo aperto, | i topi si tengono per la coda | fanno festa gabbiani in volo | gatti impigriti dal grasso”, “la Coscienza divide i rifiuti”, accanto a “vasetti, brocche, specchi, lampade, bicchieri”, troviamo un “Mondo virtuale” fatto di “baci, amore, | passione, sentimento, emozione”, accostati, forse, ai vetri come rifiuti, non a caso.

“Mostri agitano le code”, “Le sostanze precipitano | nel vuoto dell’occhio, | si aprono bocche | affamate d’oppio”, emerge dalla lotta l’inganno fatto potere, che crea stabilità apparente: “Nella prima pagina il vincitore, | la foto dello spaventapasseri”, ma in realtà, Sulle camicie ricamate, Libertà | Uguaglianza Fraternità | si disfano”.

In tutto questo si percepisce una venatura di sconforto ideologico per un modello politico che non ha saputo reggere al cospetto di se stesso lungo gli annali della Storia, collassato sotto la pressione degli stessi difetti umani di sempre o, nella migliore delle ipotesi, che ancora resiste senza trovare adeguate energie tali da sovvertire i rapporti di forza e gli equilibri (o disequilibri) sociali in essere: “La Ragione sposò il Progresso | si unì alla Giustizia Sociale, | bambini rossi sono nati | sono cresciuti bambini rossi | dispersi dalle piene del fiume.”, ”S’illumina la stella rossa sopra | la Casa del Popolo all’Impruneta, | resiste al maglio della storia”, “Al capezzale della Storia | si spengono serate d’inverno | i vetri, una piaga rossa languente”, “La corrente ha portato via la salma | ha disciolto il sapore della Storia | nel labirinto dei Nonluoghi”.

Dino Campana fa capolino, d’un tratto, quasi a voler fornire un ironico supporto morale per la razionalizzazione della follia di fondo di questo desolante, quanto munchiano, quadro illustrato: “Mi perdo in questi boschi | le parole di Dino ritrovo | il centro di me stesso tra i fumi | della Follia”.

In questa visione infernale legata al concetto di Nonluogo (mutuato dalla letteratura sociologica di fine millennio scorso, il cui capostipite può essere considerato Marc Augé, ma che ha trovato altre illuminazioni anche in Levi-Strauss con i suoi “spazi antropoemici e spazi antropofagici”), stride, a creare enfasi per differenza, la guida illuminante della bimbetta “coronata di luce” e di taluni passi armonici ed idilliaci in cui compaiono “armenti ricamati di nuvole” che ci accompagnano verso la Via del Purgatorio, seconda sezione della silloge.

Qui il protagonista-autore attinge ad una metafora ospedaliera della vita, una sorta di degenza in cui si accalca una”Folla nella Sala d’Attesa | la porta aperta del Reparto, | il gioco degli scacchi, | per pedine la vita e la morte”, che ci ricorda l’indimenticabile pellicola Il settimo sigillo di Ingmar Bergman.

“Lo squallore del Reparto” coinvolge tutti, poeta compreso: “Il mio nome suona nella Sala | tra vassoi dei pasti consumati, | facce spente di cartapesta”, l’uomo pare non rendersi conto del suo stato in quanto “per la chemioterapia | una mano è inchiodata dall’ago. | L’altra sfoglia pratiche d’ufficio”; anche l’amore, ci pare di poter arguire, non salva le anime in pena: “Nella sala facce maschili, | lontana la leggerezza delle donne. | E’ solo un effetto placebo”, tutto lo schema complessivo sembra un ordito decadente, il grigio infetta ogni barlume: “Il Reparto oncologico | è abitato al pomeriggio | da stanche infermiere”, “Gli ultimi lasciano il Reparto, | l’edificio galleggia sugli aghi | dei pini che sfiorano il cielo | scuro, in attesa della notte”.

Dio pare un aracnide che “si affaccia dal soffitto | di notte tesse la tela. | Scende veloce per il filo, | osserva i pazienti distesi, | gli aghi infilati nelle vene. | Mi guarda con simpatia. | Risale svelto, scompare | oltre il tubo del riscaldamento”, attende. Il dubbio prevale: “Penso ai tesori del ripostiglio | resti di mosche, di moscerini. | Cosa si ricorderà di me, | del mio passaggio nella stanza?”.

Gabriella ci trae nuovamente in salvo , proiettandoci nella terza sezione del volumetto, Nuovo Cinema Paradiso, allegoria di una vita in cui l’autore è “attore e comparsa, | principe e servo, leggero | nel girotondo incessante | della musica di Otto e mezzo”.

Ed è qui che si affastellano rapidamente citazioni di registi, attori, pellicole cinematografiche, versi come inquadrature di macchine da presa: compaiono Fellini e Hitchcock, Robin Hood che incontra Dino Campana (“Robin Hood guida all’incontro | col Sacro Monte, nello zaino | il suono dei Canti Orfici”),”Tratti scolpiscono il foglio, | forme prendono vita”, tutto pare una “Piazza dei Miracoli nell’ora | di mezzogiorno, invasa di sole”, emerge la triste vicenda di Umberto D. (scritto e sceneggiato da Cesare Zavattini, diretto da Vittorio De Sica nel 1952) accanto ad Humphrey Bogart e Jane Russel, in un caleidoscopio dissonante come le vicende umane, sottofondo musicale As time goes by a dissolverci in un’atmosfera d’altri tempi.

E’ in questa sezione che il poeta sfiora momenti lirici di valida intensità, passi come “Un sassofono incanta | il cappello delle monete. | E’ la tregua della sera, chitarre | si accordano con brezze leggere. | Apre Nuovo Cinema Paradiso, | ombre innamorate | vagano per l’acquario della città”.

Ma la speranza, quella davvero creduta, dura un capriccio di vento, per dissolversi nell’immagine italocalviniana (che fu anche di Hitchcock) di uno stormo di uccelli migratori che fluttua con diversioni repentine, indecisa o impotente circa il proprio destino: “Nell’ora del tramonto | il vuoto, poi un pulviscolo d’ali | invade la cupola del cielo, | la nube s’addensa, sfiora la casa, | Hitchcock è parte del moto, | si alza nella nuvola | percorsa da inquiete presenze”, “L’ultimo chiarore scompare, | l’ombra sale dalle strade | sommerge le cupole, | le tegole dei tetti, | inghiotte il volo delle piume. | Nei nidi appesi alle gronde | riposano i racconti del mondo, | la testa sotto le ali”.

Una silloge di buoni contenuti, che tuttavia non trova la forza di proporre nulla oltre lo sfacelo (o non intende farlo), né illumina particolarmente la scena, pur presentandosi con dignità di riflessioni e forme.
Recensione
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