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Mascara

“Le sirene mettevano il mascara”, questo un tipico multi-verso di Rossano Onano: sirene che incantano i naviganti sprovveduti ma, in un certo senso, ingannano se stesse rispetto al tempo che passa.

Mascara uguale maschera, Onano gioca con le parole e noi, con spirito benevolo e amicale, ne immaginiamo lo spirito creativo metaforicamente racchiuso nell’espressione partenopeizzata “O’nano” (in una sorta di sciarada inversa), nel senso che il suo brillante elucubrare, sornione e pungente, plurivalente e pieno di spirito, ce lo fa assimilare, come solo gli scherzi cerebrali associativo-analogici possono fare, ad un personaggio sfuggito di penna a Michael Ende, ma non sveliamo quale…

Leggendo la sua silloge poetica, a dispetto di una veste editoriale che non gli rende giustizia, ci intratteniamo piacevolmente tra le liriche, cacciatori intenti a fiutare prede semantico-letterali, nel non semplice compito di distinguerle da quelle più pregiatamente occultate nelle metafore, cercando di intravedere all’orizzonte la soluzione del rebus, ovvero il reale pensiero dell’autore.

Reale pensiero che esiste ed è piuttosto “chiaro”, anche se l’autore, abituato, forse, per deformazione professionale, ad indagare i labirinti della psiche, si “burla del lettore” nel senso che lo stuzzica, lo sfida, lo stimola e provoca, suggerendo sfaccettature di pensiero scomode, angoli di luce prismatica border-line, al confine vibratorio del visibile radiante, tra opposti ultravioletti ed infrarossi, con il probabile scopo di creare un suo proprio divertimento intellettuale (necessario carburante al motore creativo) e che, tuttavia, al contempo si propaghi nel pubblico contagiandone lo spirito d’indagine, senza in alcun modo ammorbarlo con filippiche retoriche.

E’ una navigazione di cabotaggio privilegiata, quella di Onano, quella dalla cui prossimità con la riva, si riescono a trarre gli scorci panoramici migliori, quelli che osservano gli insediamenti umani, quelle trapunte ondulate verdi, fitte di candele speranzose, la sera, che lasciano spazio all’operosità incosciente, la mattina, in un avvicendamento continuo.

Da questo peregrinare lungo le costiere che tratteggiano le umane vicende, emerge una figura femminile fatale e scaltra, “non angelicata” (per citare un’espressione di Lucio Martelli), cui l’uomo ulissiaco, non legandosi ad alcun albero maestro (principio?), non può resistere, in una sorta di sconfitta che è meta e approdo, invidia e brama.

Così in Cabotaggio a Lévanzo: “Nel vasto mare, fra le sarde azzurre | nuota senza cintura la ragazza”, femmina-lucertola che incarna ruoli ancestrali, ammaliatrice come in Morgana: “Oh immobile disco del sole, mare di velluto, | la ragazza si spoglia sulla pietra incandescente, | simile in questo alla lucertola, pauroso | sauro terrestre stranamente sopravvissuto”, o ancora come in Cabotaggio a Mazara, in cui l’eros plateale coinvolge, in una figura stereotipica iniettata di originalità (binomio raro ad ottenersi), anche esseri eterei come le meduse: “Ferma sullo scoglio, al pallido tremore | d’orizzonte (sospira al vento aguzzo | l’incerta distesa del mare, | hanno brividi azzurri le meduse | trasparenti nell’onda maternale) | alle ombre assenti di mezzogiorno | la creatura scioglie il perizoma, chiama | i naviganti fra le braccia bionde, | scioglie al vento la tenera chioma”.

La “sconfitta” dell’uomo che annega nella donna (Onano dice: “sprofonda nella fossa delle marianne”), propagando la specie, risulta poi evidente in quella Femmina della specie odorosa d’albume, donna saporita e prelibata che, in un ascesso paradossale, diviene parte di quella schiera di “animalesse dagli occhi cangianti” (parafrasando l’autore) del cui irresistibile sguardo il poeta dice: “Erano gli occhi della tigre rossi | con trame velenose di corallo. | Erano gli occhi della capra bianchi | come una lama lenta di cristallo”, versi davvero belli.

Proseguendo nella coinvolgente lettura, il poeta non trascura critiche sociali, tra l’allegoria e l’ironia sagace, ritroviamo quel “vescovo conte” che non può che ricordarci il duca-conte fantozziano, il quale “solleva l’accetta bipenne come un ostensorio”, oppure i “corsari di malcometto” (Maometto per i fedeli, malcometto per gli amici), a ricordarci di molti paradossi, conflitti d’interesse o semplici prostituzioni della realtà, ricorrenti anche ai livelli (gironi?) sociali più insospettabili.

Così Onano riesce a creare simil-tautologie nella ripetizione di sostantivi assoluti, enfatizzando i suoi messaggi come se fossero sotto la spinta di un propellente: “ Bello come la bellezza, l’incrociatore” (…), “dolce | come la dolcezza, l’equipaggio” (…), “veloce come la velocità, spara”, dimostrando inventiva e amore per il rischio…

E tra un frizzo ed un lazzo (lazo, magari architettato, nel verso riuscito e catturante) incontriamo incoerenze e contrasti del nostro tempo, ritrovandoci catapultati a ragionare sul marketing persuasivo-invasivo-selvaggio di Mediterraneo Travel Group, in cui il viaggiatore cliente si scusa “confuso | dall’alzheimer gentile, dalla locandina colorata”, nel frattempo che la “suasiva signorina che accoglie | la prenotazione”, lo irretisce tormentando “il pearcing sulla narice affilata”, mentre in Via Turri ove “Amina ha il velo e mangia carne di maiale | legge i vangeli e le sure di maometto. | Pratica la soave integrazione culturale | riceve nel salotto angolo cucina e letto”, ci sorprendiamo a riflettere sull’integrazione culturale e sulla piaga della prostituzione (che, seppur piaga, soddisfa, piace) o ancora infine, proiettati “Sul sagrato romanico”, ove “correva | una specie di canto beduino” e “Il dubbioso prevosto non sapeva | se Colui fosse assente, fosse vicino”, in cui tentiamo di trovare risposte a dubbi interreligiosi.

Esistono poi castoni verbali impreziositi di rimandi e colte citazioni, per le quali critichiamo l’assenza di una socialmente utile noterella a piè di pagina (che mai potrebbe sminuire l’arguzia inventiva dell’autore, contribuendo a rendere accessibile al proletariato filo poetico il di lui intuito creativo, fornendo ai lettori spunti per approfondimenti personali ).

Ciò avviene per esempio nella lirica Nicolaes Tulp propone a Rembrandt una strana lezione di anatomia, in cui il fascino è intatto e pur tuttavia si ha la sensazione di esser rimasti “sulla soglia”: “Posa la punta di frassino sul cuore | possibilmente dove l’aorta smeriglia.” | Ascolta dal profondo il tenerello fiore | che la punta di frassino attorciglia”, oppure nella lirica La natura femminile della guerra, quando la nostra memoria viene sospinta verso i meravigliosi dipinti di Giorgio De Chirico, mentre ci domandiamo cosa intendesse l’autore, nell’intimo della sua cogitazione, quando scrisse versi evocativi ma bisognosi d’interpretazione, quali: “Andromaca paziente bacia in bocca | Ettore domatore di cavalli. | Dalle scure mammelle splende al sole | il manto rosso di Ecuba canina”.

Un fermento intellettivo simile al getto di un geyser, una mente fervida e prospetticamente disallineata dai luoghi troppo frequentati dai poeti meno smaliziati (visione della donna-mantide a parte, seppur anche quella narrata passeggiando per vie piuttosto fresche), Rossano Onano si colloca tra le voci poetiche italiane contemporanee, con più carattere creativo, personalità espressiva e sostanza contenutistica, nei pressi di Marilla Battilana e Paolo Carlucci, eppure con un acume ed uno spirito narrante del tutto riconoscibile.

Recensione
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