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Mezzogiorno dell'animo

Duplice e apparentemente antagonista, colpisce nel Pietrangeli, autore di questa silloge Mezzogiorno nell’animo, la capacità di addentrarsi nelle segrete umide e stridenti con il lume della sua ragione poetica, al contempo senza farsi travolgere dal solipsismo che talvolta conduce verso la macerazione dell’io nell’autocommiserazione.

Vitale e indagatore, dunque, performer poetico, attivista e organizzatore di spettacoli ed eventi culturali, tra cui in special modo citiamo quelli itineranti ad orientamento “biciclo-poetico” (Sicilia Poetry bike, CicloPoEtica 2010, CicloInVersoRoMagna 2011), manifestazioni che fanno bene al tessuto sociale, rafforzandolo e migliorando il senso di coesione tra la gente, le istituzioni, una storia comune e delle tradizioni, spesso dimenticate, seppur appena velate da un leggero deposito di tempo.

“Del dolore scelsi il percorso | e non più di sopire il cuore | d’incompiuto sentire svanire”, è un verso della lirica Incipit, che esprime lucida consapevolezza, quasi mistico abbandono a quella che pare una realtà di fatto dell’esistenza, che qui sembra venire compresa e affrontata con coerenza e maturità, con l’obbiettivo di non sfuggirne le conseguenze, bensì quello di uscirne (dallo scontro), parafrasando Nietzsche, rafforzato.

Questo dolore talvolta sfocia in apici atroci, ove l’atto di dare alla vita diviene atto di morte, soffocamento e negazione di scopo: “Grava e duole il parto | che desiste del suo stesso | esistere”.

C’è una sorta di profumo dal “bouquet lenisiano”, ma più asciutto e non eroticamente coinvolto, da cui emerge una sorta di commistione conflittuale di tipo agnostico-cristiana, talvolta che pare combattersi nel dualismo imprecazione-invocazione, talvolta che riconduce il Divino alla dimensione disadattata dell’umano: “Sono un cristo di cartone, | svuotato del portafoglio | alleggerito da un demone | incontrato alla stazione”, “Quando piove mi sfaldo | confondendomi nel fango, | quando la passione evolve | mostrando liquefatto orrore”, oppure ancora quel “Sei una madonna plastificata” (notare le divinità private dell’appellativo maiuscolo), a dirci di quel suo risentito sentimento.

Le riflessioni poetiche del nostro, non mancano poi d’incursioni nella fisica classica e poi in quella cosmologica, pretesti protagonisti del dilemma esistenziale: “Tutto assurdo, centripeto, | di una bellezza sconcertante | il vivere e la sua parodia di morte; | un logoro suono, traccia magnetica | divelta arando superstite giradischi.”, “Il corpo è già usurato per altre centrifughe. | Cedo cellule allo spazio, colonie, | altre frontiere. Buio! Esco di scena”, liquidano l’umana superbia nella brevità del gesto poetico, quasi refertuale.

Talvolta si profila un leggero inciampo presso luoghi poetici un po’ abusati o magari auto compiaciuti (v. l’ Eden perduto, o Di amore, di morte – quarta parte)), tuttavia ciò non rappresenta la frequenza dominante dell’opera, pertanto può esser visto come una pausa di riflessione, una sosta rassicurante presso un’oasi condivisa, per rinfrancare lo spirito ideativo o rinvigorire la retorica.

In effetti, rispetto alla considerazione precedente, ne conseguiamo immediata dimostrazione, incocciando nel prosieguo della lettura, liriche irriverenti, dunque pure esorcizzanti, quali Alla Patria nella primavera del Suo anniversario, ove le mosche divengono metafora della pattuglia acrobatica delle Frecce Tricolori, e poi la visione sfuma sull’universo introspettivo del poeta, a domandarsi di quei molti “poeti orfani di patrie, | apolidi mosche svolazzanti | che ronzano anime di defunti”, forse una considerazione derivata dalla sua attività di traduttore dell’opera di autori poco noti.

Questo dolore, onnipresente nell’opera, quasi fosse il cibo dell’anima, viene visto come “una malandata | pentola lasciata sul fuoco”, che muta per consunzione in “un’annerita marmitta | svuotata del suo ribollire | per un affannoso vivere”, a dirci dello stato di distrazione in cui spesso si vive, pascalianamente travolti o, nella migliore delle ipotesi, assorbiti, dalle sfide per la sopravvivenza che, via via, col tempo si profilano.

“Che Iddio mi dia la forza | costanza e pazienza”, “Fammi sentire, o Signore, | non importa che sia dolore. | Temprami e dammi coraggio | che son pronto e lieto | per essere sacrificato, | ma non lasciarmi solo, | non abbandonarmi mai | tra l’inedia di un nulla | dove sprofonda l’animo”, “Disinfettami l’anima, | se è quel che vuoi, sterilizzami. | Di fronte al martirio | si deve saper morire, | offrirsi per l’altro | fino in fondo, tutto. | Senza mai riserve s’abbraccia la fede. | Cristo lo ha fatto, | ha fatto la rivoluzione. | Se prive di slanci, | le vie di mezzo | non salvano, | generano mediocri, | pasoliniani mostri”, sono invece esempi di versi rappresentativi di una fede forte, dalla valenza mistica e qui, a tratti, sembiante ad un concetto di fanatismo auto flagellante (non inteso necessariamente come valore negativo, bensì come intensa propensione e coinvolgimento razionale ed emotivo rispetto alle proprie credenze), perché il poeta intravede il Valore aggiunto della sofferenza che “non è premessa | alla rinuncia, ma oltrepassare | la porta, quella del cuore”.

In effetti l’obbiettivo sembra essere quello di un’evoluzione spirituale che passa per le esperienze più dure, non quasi cercate, ma nemmeno, mai, neanche lontanamente evitate: “Mi confondo nel dolore, | non corro ai ripari lenendo, | l’analgesico è sempre tossico, | non ne prendo. Soffre | sanguinando l’anima | anemica, stilla energia, vivido rosso plasma, | non più quel torbido | sangue epatico bluastro”, perché, egli dice: “vivo offrendomi in sacrificio, | nell’umiltà di un pellegrino, | rendendo bene, tesaurizzando”.

Ci pare di comprendere, pur lontani da un’empatia fondata su frequenze dalla stabile oscillazione, lo scopo fondante della presente opera del Pietrangeli, quella via del dolore quale unica via per la verità dell’esistenza che inferiamo da versi quali: “Il demone aliena, | inseminando dubbio, | per quanto si anela. | Un’alchimia d’egoismo | in elementi d’altruismo | generante mondo fisico, | mortale, incapace amare. | l’angelo mostra, | inseminando dolore, |l’arrivo del cammino”.

Osservatore quasi cinico, il nostro tende a rilevare schemi esistenziali complessivi, come se si trovasse su una mongolfiera privilegiata, non distratto da suoni o rumori mondani, in una sorta d’eremo itinerante: “Di premure e di sesso, | tenerezze, costanza | ed affetto il vomere | a rilento avanza, | rivolta la secca terra | rendendola feconda”, oppure: “Siamo sì l’unicità dell’individuo | nel mistero di perduta Unione”, “Siamo sì sperduti germi | e una meta-metà mancante, | da ritrovare in qualche dove, | ma giungendo, come i nonni, | decrepiti e sorridenti insieme, | mano nella mano coinvolti. | Non sopperiscono supermercati | con DNA clonabili, non serve | il doppio, se non nell’inganno”.

Qua e là incontriamo poi considerazioni universali sull’ignoranza del genere umano, che ampliano, come affluenti convergenti sul flusso di corrente principale, il discorso di fondo focalizzato sul dolore, sostenendo, in modo implicito, il noto rapporto di fratellanza, quasi nesso-causale in talune circostanze, tra l’una (l’ignoranza) e l’altro (il dolore): “Non capivo la natura | d’un tenero cerbiatto, | solo appartenevo | ad altra specie”.

A parte poi l’incursione anarchico-retoricheggiante della lirica Sorella morte, cugina borghesia (che meriterebbe un approfondimento e ricorda nei toni qualcosa del Cirano di Guccini), assume infine rilievo commentare l’inquadratura psicanalitica data al fenomeno amoroso (in aperto contrasto, contrasto invero generato dalla somiglianza, con la posizione del poeta rispetto al ruolo della fede, che differisce per destinazione, ma non per l’intensità estrema con cui viene sostenuta, vissuta e considerata): “Morire per amore | son pochi a farlo, | perlopiù psicotici, | vani ipersensibili. | Morire per amore | di norma è raggelarsi | spalmando strati d’inverno | sul cuore al posto della Nutella”.

In sintesi apprezziamo, di Enrico Pietrangeli,l’attitudine al metaforico scavo archeologico tra le spire dell’anima, la cui risoluzione sfocia nel’editto che, via via, si profila emergendo da questo particolare ed efficace quadro lirico: “Passeggio tra rovine | una domenica mattina | e un vibrante sorriso | tra crepe sporge inciso: | l’attesa è inalterata resa, | odore di mastice eterno”.

Un poeta che forse ci parla delle sue radici autobiografiche (seppur mediate dalla metafora dell’immedesimazione?), dandoci, all’improvviso, inequivocabile lume sulla sua poetica: “Nacqui scarno, cianotico | di dirompente, disperato pianto | venni al mondo pressoché morto. | Nacqui un dì d’agosto, | nell’oblio d’un cassonetto, | laddove il gemito si fece cupo | allertando i passanti di turno.

Un poeta che vive l’azione e l’interazione con i suoi simili, quale antidoto ad una visione profondamente cupa dell’esistenza, ove il sorriso non è che temporaneo, necessario, lenitivo; visione dalla quale egli ha positivamente saputo trarre una direzione di vita che, ci pare possa dirsi ,costruttiva e utile, per sé e per molti.
Recensione
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