Servizi
Contatti

Eventi


Poeta di lungo corso (la sua prima raccolta fu pubblicata nel 1976 per i tipi di Cursi, cui fecero seguito editori di prestigio quali, tra gli altri, Campanotto e Crocetti, sue liriche sono state tradotte in inglese, russo, rumeno e spagnolo, numerosi i riconoscimenti ricevuti), Nevio Nigro, superati da poco gli ottant’anni anni, dà alle stampe Possiedo la tua assenza.

Raccolta minimalista, che va analizzata senz’altro ponendola nel contesto anagrafico dell’autore, si tratta di una raccolta di liriche ove la parola non si veste di orpelli, si fa pretesto urgente per fissare palpiti preziosi, via via che essi, accadendo, nolenti diradano lo spazio di probabilità del loro ripetersi (“Sera di foglie rosse | e gialle | sola coi suoi fantasmi”, “La sera è mia | ma non | senza dolore”).

E’ questa fase poetica, definibile per semplice analisi statistica delle occorrenze testuali, una fase lunare, intesa come epoca di riflessioni e di bilanci, di ricordi che sovrastano le speranze (giocoforza) e che costituiscono un nido entro cui trovare motivi di svago e di sostegno.

In effetti il sostantivo “luna” compare decine di volte tra le varie liriche, così come il mare, altro sostantivo basilare nell’enucleazione del pensiero del Nigro.

Non è qui centrale la ricerca smodata di figurazioni e metafore, infiorescenze lessicali che, se mal poste, possono vestire il nulla di carineria, eclissandosi al contatto di un pensiero più profondo, quantunque una certa maggior varietà di termini avrebbe forse potuto giovare al respiro complessivo dell’opera.

L’elemento ricercato dall’autore punta, di fatto, al midollo lirico-articolare del corpus poetico, al tessuto connettivo primario di ciò che scatena un flusso semantico in grado di richiamare l’emozione che differenzia la poesia da una ricetta di cucina. Il poeta sembra dirci che non c’è tempo per prendersi in giro, forse memore del monito carducciano: “Chi riesce a dire con venti parole ciò che può essere detto in dieci, è capace pure di tutte le altre cattiverie”.

Per questa ragione il verso è epigrafico, sminuzzato talvolta, sembra tendere (ma è tendenza impraticabile e solo suggerita, direi interpretazione iperbolica) quasi a singoli morfemi per singolo verso, come nel ticchettio modulato di un messaggio in codice Morse o in un cablogramma sottomarino: “Assenti | le parole | innamorate”, “All’ombra | della nuvola | che passa | l’immobile | stagione | attende”, “Soltanto | l’ombra | è verde”.

L’età della saggezza qui suggerisce (è un’interpretazione), forse in maniera poco diplomatica, ma certamente suscitando interesse, il concetto di Involuzione, intesa come una rimembranza che riavvolge il nastro della vita per poi estendersi oltre le esistenze del singolo individuo, per coinvolgere altre forme di vita, in una sorta di abbraccio panteistico che accomuna il Creato verso una direzione evolutiva alimentata e sostenuta dal carburante onirico: “Anch’io fui germoglio, | pesce che nuota veloce, | fanciulla | e fanciullo.”, “E dove ferma il mare | cantavano sirene. | Quando cessò quel canto | morì il bacio. | E il sogno chino su di noi | fuggì lontano.”

La nostalgia melensa è certamente rifuggita, sebbene la sua anima curativa, pur nell’asciuttezza del linguaggio, sia presente: “Se ancora | m’è dato | di udire | il vento tra gli alberi, | il canto dei fiori | di prato, | polline di luna | se annotta, | ringrazio del tempo donato. | Qualcuno | mi ama”.

Il poeta attraversa le sue meditazioni e sembra aver assorbito dalla vita la lezione più alta, il distacco dalla terrenità dei legami, che trasmigrano e non si dissolvono, bensì mutano nell’incontro altrove, senza strascichi di sofferenza, come azione-reazione conosciuta e attesa: “Possiedo la tua assenza. | Perciò vieni. | Poco si deve andare. | Così poco.”, “Se non c’è più | la rossa spina | del bacio, | o il mare | che volò lontano, | ugualmente | ti abbraccio | amata”.

Nonostante le intenzioni, un certo affaticamento della memoria si percepisce, i ritagli posti in salvo dall’alluvione vengono goduti e apprezzati, acquistano valore come di tesori custoditi in un forziere spalancato di nuovo con meraviglia e poi, svanita l’emozione rinnovata, si approda comunque ad un traguardo che si intuisce liberatorio: ”Ma non ricordo più | tutto il passato. | Non avanza il tempo | né la carne attende. | Mi resta questo da vivere”, “Solo gli occhi ricordo: | smeraldi | e ciglia nere. | Giacciono invece | le sue parole. | Confuse. | La vita obbedisce all’inverno. | L’allodola non canta. | Solo gli occhi ricordo”, “ Un canto vola | sul campo | e piega la chioma del grano. | Assaporo la musica | come ciliegia scura | maturata al sole. | Ma irrompe la notte | e non ricorda il canto. | Insieme al mare ignoto | le inutili parole”.

Una donna sostiene il cammino, come spesso accade nella vita di un uomo, è la motivazione più forte, più romantica e riuscita della raccolta: “A luna spenta | il bosco | sembra nero. | Ma il cuore | appeso ai rami | si ridesta | se compare | il tuo viso. | Corrono i piedi | verso l’irreale. | Il bosco brilla. | E tu non dire. | Non dire | che la luna | è spenta”, di lei apprendiamo del “suo profumo | simile | a un sospiro”, delle sue “Carezze brune | e dolce non parlare. | Come il mare di notte. | Quando tace”, una donna-dea che si fa giudice misteriosa che guida e rassicura nella sua alterità, pur non essendo luce e non interagendo con gli umani destini (il che è motivo di originalità): “Sui prati della notte | danza una donna oscura. | Viene da un golfo d’ombra | in cui scompare il tempo. | Come a voce vicina di sirena | la vela corre. | Il ballo va al finale. | Sui prati della notte | siamo di fronte a lei. | Fatti di acqua e vento | musica e parole. | Come bambini in pianto. | E siamo innamorati. | E siamo soli”.

Rileviamo poi due liriche dedicate alle figure genitoriali, Ricordo del Padre, più compiuta e diretta, con istantanee che emergono appese ad emozioni molto vivide (e per questo il respiro del dettato qui si fa più aperto): “ L’alta persona, | l’occhio azzurro chiaro , giovane ancora il viso, | la voce forte | diventata dolce”, “lo studio coi suoi libri, | cornici alle pareti, | ricordi, croci, onori, | quel quadro suo | col tocco e l’ermellino, | la piccola bandiera; | fotografia del nonno: | barba e argento…” e Le madri, più indiretta e sfumata, forse indice di legami d’intensità diversa, forse più legata al rimpianto di un rapporto la cui profondità non è da molto tempo più recuperabile: “Tutto sembra avvenire all’improvviso: | ma le madri se ne vanno | a piccoli passi, | impercettibilmente”, “Così la madre si allontana lenta, | e quando vorremmo abbracciarla | stringiamo il vuoto, | perché il momento è già passato | e resta solo un grande rimpianto”

Ci piace prender congedo dall’opera di Nigro con la lirica Flamenco, che apprezziamo per l’efficacia espressiva di alcuni suoi passaggi: “Come una gonna rossa | in un flamenco | quando scopre le gambe | e il tacco batte | così dovresti essere | vita | per farti amare.”, “Vita abbi compassione | se vuoi che t’ami. | Lasciami un poco d’oro | in fondo agli occhi”.
Recensione
Literary © 1997-2022 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza