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Strade di versi

Paolo Carlucci, nella presente opera, abbandona le scorze residue (di diplomatico ritegno) presenti (ancora in parte) in Dicono i tuoi pettini di luce, canti della Tuscia, per mostrarsi in pieno nella sua educata potenza guastatrice.

Emblema dell’avvenuta mutazione, prova inconfutabile dell’abbandono di una crisalide lontana, ne è il suo Autoritratto a quarant’anni, manna dal cielo al critico che dunque vede e non più immagina: “Libri tanti, amori pochi, | amici rari, interessi molti. | alto, magro, con gli occhiali. | Molto vitale, pur sembrando, | ai più, un po’ indifferente, | talvolta, anzi spesso, saccente | quando è fra tanta gente | s’apparta silente | nell’isola della sua mente | e così pare strafottente | ma – dicono – anche intelligente | perché spiritosamente dipinge | il grigio della vita di chi, a parer suo, | non capisce niente | specie se ancora studente!”,”Refrattario alla modernità | teme la noia, la stupidità | la ripetitività”, “va lento con le novità | e con ilarità vede oggi | il carnevale della flessibilità”, “adolescente tardivo | suscettibile, si vede non troppo brutto, | con un’anima bella | in cerca ancora dell’anima gemella | quarantenne sorridente | tra i due venti della vita”.

In questi versi (e non è scontato per l’evoluzione individuale di ciascuno), c’è proprio di lui ciò che i suoi scritti lasciano trasparire nei confronti di “terzi ignoti” (i lettori), ovvero una coerenza tra mondo interiore ed esteriore che esprime solidità intellettuale, fisionomia e variante della bellezza anch’essa.

Volendo comprimere a forza un gioco pirotecnico di mille razzi caratteriali, riavvolgendo il nastro del tempo come al mixer video di una cabina di regia, all’indietro fin dentro il baule che li conteneva in origine, possiamo identificare detto baule per detto poeta, con l’ossimoro “seriamente spiritoso”.

Poniamo l’accento sullo spirito e non sulla sagoma di un’ironia da svecchiare e che talvolta sa di bacchettume sarcastico e pedante, perché il Carlucci soffrigge le sue perle in uno spirito oltremodo vivace, desta l’attenzione attraverso un’ilarità colta che schiaffeggia la pelle bollita al sole zenitale che illucertola…, creando dissesto fra equilibri pietrificati, sbriciolando per contrasto lo status quo di coscienze affogate nella formalina…

Questo “adolescente annoso che palpita e sogghigna”, cerca continuamente e ci racconta di una parola che “E’ la scheggia di luce | che resta | in fondo alla peschiera”, dopo un certo Labor limae di catulliano sapore, e da questi frammenti o pagliuzze dorate (e non d’orate, visto che si parla di peschiera…), il cercator scrivente ne trae “la Poesia | il sussurro dell’universo | in un solo verso” e, mai sazio, a mezzo del suo saggiatore (il bilancino dell’orafo), gode nell’appagamento del “peso del silenzio | ritrovato | tra tonnellate di voci”, perché egli è finalmente riuscito a “misurare | pochi grammi | in più | d’Assoluto”.

E’ chiaro che un modello creativo come questo, ove la brevitas compositiva, unisce la solo apparente frivolezza delle nugae alla raffinatezza compositiva e stilistica ed agli intenti di critica sociale (diversamente da quanto questi riferimenti più modestamente (!?) s’imposero di fare intorno al primo secolo a.c, in area romana), non può che ingenerare un attrito e formale e sostanziale con i dogmi, mediaticamente imposti, dalla società attuale.

E’ certamente quest’anima “colto-romanesca” la più affiatata e timbricamente distinguibile nelle liriche di Paolo Carlucci, diversamente da quella talvolta un tantino troppo retoricheggiante (de gustibus, chiaramente) palpata in Viole, Ritrovata, Tre notti bianche (esempi rari, comunque, a dimostrazione che il “poeta coglie le stelle alpine sfiorando le vette in altalena”).

Analizzando con piacere ed interesse le sue liriche, nell’attesa della sorpresa che è sempre dietro l’angolo (in un paesaggio di versi-vicoli i cui angoli si incontrano però felicemente e dunque non sono tradita chimera), percepiamo il miglior Sordi e Verdone nell’acume caustico dell’osservatore e dello schiaffeggiatore verbale, conditi con uno spessore di rimandi culturali, non ostentati bensì intassellati puntualmente a creare un effetto di giustapposizione, che oppone sui due piatti della bilancia, a distanza sul perno della logica e dei valori della cultura, passato e presente della città di Roma,(emblema di storia e fasti quasi-imperituri…) il cui scontro gravitazionale genera, per l’era ipertecnologica in cui viviamo, un bilancio misero e mortificante, una sconfitta che pare senza rivincita.

Il poeta intride i suoi versi di riferimenti illustri, dal cinema alla letteratura (De Sica, Antonioni, Saba, Pascoli, D’Annunzio, e via discorrendo a josa), talvolta celandoli volutamente, per mitigarne “l’arroganza”, l’effetto “invidia per la saccenza” che potrebbe ingenerarsi per per via di una certa pruriginosa questione chiamata allergia per la cultura…

Così in Liguria, condividiamo la percezione di Eugenio Ragni (illustrissimo prefatore, la cui analisi formale dei testi carlucciani non lascia adito ad alcuna puntualizzazione, chapeau!) circa la presenza di echi montaliani, e restiamo scossi dinanzi a quel “sole” che “brucia queste pietre. | Il rovo, pure arroventato, | non muore in questa terra | amata dal vento di maestrale” e quel “mare” che “violenta le coste | e la terra, coi ciottoli aguzzi | come lame, rompe l’incanto | dell’onda.”, immagini preparatorie che preludono all’explicit che, infine, ossimoricamente sentenzia: “Così si odiano il mare e la terra | amandosi”.

Scorgiamo Ungaretti, compostamente accomodato, dietro i Cimiteri ad Ischia: “Stanno | tra grappoli di case | scrigni d’ombra | azzurra d’eterna luce | tra viti di vento | ad Ischia | i cimiteri”, ma probabilmente è soltanto la nostra fervida (e dilettantisticamente malferma) immaginazione.

Altre volte è l’arte classica, quando non la storia o l’architettura o la musica, ad erigere un baluardo a difesa di ciò che può resistere all’insania del tempo, ciò che può contribuire a fondare i lineamenti di un’umanità di cui andar fieri dinanzi ad una popolazione aliena…

E così, tra una citazione e una metafora ricca, una rimeria invidiabile e una parsimoniosa centellinatura verbale, ci imbattiamo in raffiche di argomenti pugilisticamente convincenti, uno-due rapidi come magli su frecce di vento nelle mani di Cassius Clay, sagaci e ironici: “La palina dell’autobus semidivelta | maceria di modernità” ci parla di “un’antica eternità | quotidianamente violata | dal viaggiatore, dal pendolare”, oppure apprezziamo l’efficacia pittorica di quella “camicia di case” napoletane, ove in quei “chiostri di luce”, “s’abbraccia | infinito lo splendore del calvario | dei vicoli, dell’annidarsi delle chiese, | dove una picara umanità, insonne e | dispersa duella con la vita”, altre volte incontriamo un’anima che si accende di passione inusitatamente eroticheggiante: “Nel cielo solo il fuoco dei tuoi occhi | nella notte è vita l’urlo felice di te | vergine ferita e per questo vitale, | più di una fiera” a dimostrazione di una vivacità intellettuale non certamente omnidirezionale.

Ma è nel paradosso ironico che si raggiunge l’eccellenza nel contrasto tra il mito (e la storia) e la pochezza di un’epoca storica che sforna giocattoli ipertecnologici per adolescenti incanutiti o giovani sventrati dall’assenza di valori morali: così accade che Enea divenga “il più antico clandestino, uno di noi”, oppure “Roma | Città Eterna | paludata d’eternit(à), oppure in Telecittà: “Tra queste geometrie | di solitudine, | cubi a cristalli liquidi | diffondono, | belve gentili a pagamento, | la parabola di prati di luce, | di erba-bio agitata dal vento | in una specchiera di cielo, | dove le rondini non volano”, così gli SMS divengono “Konfessioni in briciole”, le Chiese di periferia mutano in “urne di luce fluorescente, tra insegne di negozi | e sale di videogiochi sempre aperti”, persino i fiori acquistano un’anima senziente che si rammarica del presente: “l’immobile fiore spia la vita a tempo, | ingrata di un semaforo. | Gabbia di colori, padroni nella piazza. | Nacchere in città di luce” o, infine, i “fanali delle scavatrici | della Modernità” mutano in “talpe vedenti, | cieche alla pietà”, con innegabili echi futuristi (“metro C, avanti tutta | W la velocità!”.

E poi ancora, giù dardi avvelenati sulla “fiumana adolescente | che s’assiepa tra le azalee in fiore | cercando, tre metri sopra il cielo | barocco e dannunziano di Roma, | inquieti, assoluti, fragili attimi d’amore, | eterno finché dura”, finché l’indignazione trova legittimo sfogo, nella sua progressione sistolica incontenibile, nell’espressionismo gergal-romanesco “e le pischelle, messaline senza troppi veli, | aspiranti veline | che se sderenano su sti marmi belli ar zole de | li Fori | di quello che fu na cifra tanta d’anni fa | er ventre de Roma | cloaca massima de bellezza e de monnezza | co le zzinne de fora”, progressione che diverte lo spirito in uno spasso davvero rinvigorente e al contempo alimenta comparazioni e pensieri, raffronti e riflessioni.

Si farebbe un torto immenso al Carlucci se non si volesse fino in fondo dissipare quell’impressione, che pur potrebbe palesarsi in qualcuno, che lo potrebbe far percepire un po’ come un “giovane-vecchio trombone”, in quanto egli è sommamente dotato di mezzi tecnico-retorico-lirico-culturali per potersi permettere l’esegesi del suo tempo, con tutti i limiti di democrazia che risiedono nell’accentramento monarchico del potere… ma ciò detto suggeriamo a tutti, senza togliere il privilegio della scoperta, di immergersi in alcune sue liriche magistrali quali la Visita alla Keats and Shelley’ s House, Stazioni, Notturno rock, L’altro Pascoli e Il gioco serio dell’arte ,autentici punti apicali della sua poetica “irriverente con garbo, e gusto”.

Ci permettiamo soltanto, a mo’ di pistolotto dialettico, di rilevare come la percezione globale di un sistema passi per la percezione individuale e sia funzione mediata dal tempo e dallo studio metodicamente condotto.

Ciò che oggi pare la decadenza di costumi e valori, di estetica e modelli (ed è in parte così, è innegabile e giusto scrollare le coscienze, strattonandole un po’ come cenci ignudi sotto le sculacciate di un battipanni), è una società “allargata”, sì ebbra di contraddizioni, ma è pure la stessa che ha sviluppato interessantissimi fenomeni di coesione sociale, trasversale all’appartenenza politica ed alla cittadinanza anagrafica più o meno geograficamente o etnologicamente connotata (attraverso la rete internet), generando fenomeni di ribellione a quelli che sono probabilmente dei modelli economico-sociali da rivedere, ha sensibilizzato l’opinione pubblica di fronte a fenomeni globali quali la salvaguardia dell’ambiente e degli animali, ha prodotto comunità di artisti digitali (i quali molto spesso condividono il proprio lavoro in maniera gratuita) trasversali alle lobbies dei mercanti (suggeriamo una capatina su www.deviantart.com) e così via, potremo citare qualche altra “buona cosa, a memoria delle future generazioni”.

Questo soltanto per dire che ciò che resterà al setaccio della storia risulterà chiaro in maniera inversamente proporzionale al tempo trascorso dall’occorrenza del fenomeno, in quanto certe distorsioni percettive, in presenza di accurata documentazione e studi, saranno soggette a rettifiche e pesature, dandoci, per approssimazioni successive, un quadro più nitido, un po’ come se la pellicola fotografica avesse (ancora) necessità del suo dovuto tempo di sviluppo.

Speriamo il Carlucci la prenda con spirito, se ci siamo sintonizzati su un registro comunicativo semiserio (forse soltanto altra maniera, che non prescinde da impegno e zelo professionale, per ravvivare la seriosità, talvolta polverosamente accademica, che annoia), in quest’aria agostana che non disdegna la riflessione analcolica (con tanto di ombrellino di carta crespa multicolore).

Noi lo salutiamo con stima e simpatia: “Seduto sul sofà delle Muse”, intento a vedere “nel poesiometro | che tempo fa nell’anima” e, mi raccomando, non si lasci ammorbidire, non impari “a scrivere amore | con la minuscola, | sognando i baci dell’Eternità!”, perché La luna (non) è tramontata.

C’è tanto bisogno di “Archeogatti | inquilini di velluto”, “virgole di destrezza”.
Recensione
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