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Tibet degli ultimi

Il Tibet degli ultimi è un libro dalle virtù medicamentose.

Spesso le nostre coscienze paiono murate entro un amalgama refrattaria di argilla, allumina e silice, indifferenza, saturazione sensoriale, distrazioni contingenti.

Questo volumetto, di quella carta avoriata a coste che sa di consistenza e sostanza , unisce, per tramite delle due corpose alette di copertina, e non solo metaforicamente, due voci femminili di calibro: poetico-autorale (ma non solo, dati i trascorsi come regista e conduttrice nel mondo radiofonico e televisivo) quello dell’autrice Leda Palma, e squisitamente traduttorio, quello di Brenda Porster, fine specialista italo-anglofona della trasposizione semantica ed “energetica” della materia poetica trans-idiomatica.

Questo volumetto, porge scosse gentili, ruscello andino che solletica rocce forgiandone eleganti statue dalle venature silvane.

L’opera si divide in due sezioni: Haiku tibetani e Fra gli dei sospesa.

Della prima possiamo senz’altro dire che sia stata espressa con una maturità linguistica che dimostra di saper estrarre lo stupore dai lemmi, spagliando abilmente quelli adamantini dalle parti accessorie del discorso, a tal punto che l’effetto risultante sul lettore, ne risulta vigoroso e convincente.

Non c’è che l’imbarazzo della scelta nel citare scorci di sacralità e meraviglia distillata, in ogni dove si percepisce un’intenzione come di preghiera: “Vento d’angelo | tende una mano ai bimbi | api dell’alba”, “Virgola il cielo | un nitido di luna | scerpa gentile”, “Morir di lingua | al gesto di piccone | sul tuo destino”, “Due gocce gli occhi | oltre il bordo del dubbio | a segnalare”, “Le mani appese | a maniglie di cielo | la neve ai piedi”.

La natura e le stagioni (attraverso le proprie iconografie), come nella migliore tradizione dello stile del componimento Haiku, sono, nella poesia di Leda Palma, il veicolo principe del trasporto che si viene a creare, della proiezione astrale cui l’anima del lettore si abbandona come nel precipizio di una benevola trance, ove la semplicità rende sfolgorante la bellezza del comune non visto, né inteso: “Profumo d’erba | tra quiete caviglie | a rovistare”, “Sono una donna | che sul ciglio del fiume | mangia il suo pane”,” Sebbene il sole | mi bruchi sulla testa | non ti abbandono”, “Con le mie dita | accompagno la luna | sui tuoi capelli”.

L’anima è qui dipinta come un organismo che si ciba di luci non pretenziose di metaforiche altitudini da capogiro (filosofiche, cosmogoniche), bensì canna di fiume al vento in cerca di equilibrio e di risposte: “Ondeggia l’io | sugli orli del vivere | vento di fiume”, “Lungo la neve | tra il gelo delle vette | orme d’infanzia”, “Qui dentro il Tempio | in luminosa morte | ho sconfinato”, “Si stacca e cade | un tranello di neve | ultimo frutto”, sono esempi di candido lucore che cura.

La poetessa, impegnata nella ricerca spirituale e nel mondo dell’intercultura e dell’accoglienza, sente pressante il suo personale (e kantiano) dovere morale che si estrinseca in un senso di appartenenza e di fratellanza, di sostegno e benevolenza, quel senso di ubuntu tanto caro a Nelson Mandela, condensabile nel detto zulu: “Umuntu ngumuntu ngabantu”, cioèio sono ciò che sono in virtù di ciò che tutti siamo”.

Ella si schiera in difesa del popolo tibetano, che versa in una condizione di sottomissione, per mano del pugno di ferro cinese, fin dagli anni cinquanta del secolo scorso; compartecipa al dolore di una comunità straziata e martoriata, sembra a tratti aver trasferito la sua coscienza in quei luoghi, là nei pressi del monumentale Potala, dimora, un tempo, del Dalai Lama: “In vicinanza | qua dove scorre il sangue | mi riconosco”, “Bimbo che chiedi | d’adagiare l’anima | sul mio sorriso”, “Sanguina la preghiera | sulla sferza cinese”, “Fra gli dei sospesa. | Di chi le tagliole in basso”, “Il tuo cielo a Lhasa, | ora ti vive dentro”.

In effetti è proprio nella seconda parte del libro, intitolata Fra gli dei sospesa, che l’autrice, sempre impeccabilmente tradotta in lingua inglese dalla già citata Brenda Porster (che ci accompagna con eleganza e misura fedele, lungo le pagine dispari dell’opera), esprime ragioni più articolate, nel senso della lunghezza del verso, come a voler chiarire, o prolungare, il profumo di preghiera e di rifugio (il “bozzolo preghiera”) della sezione precedente.

Così facendo ci introduce, in punta di piedi, in quei luoghi ove la sacralità pervade ogni cosa, dal picco più elevato e virginalmente ricoperto d’intonsi veli di neve, allo sterco di Yak essiccato e fonte di calore per le stufe ed i monaci infreddoliti: “Niente di più bello | ho visto mai | a luna spalancata | questi vecchi volti | rugosi | di compassione”, “Nella cucina del tempio | dove il vento cigola | carbone | vampa sulle carni | e l’odore di burro | dentro il tè | non mi disperde l’anima”, “Quiete le stanze | d’incensi | offerte di acqua di mele | lumini al burro di Yak. | In attesa le stanze. | Bisbigliano i tanka | sulle pareti | i Buddha i Lama fissi | nel tenue sorriso | di chi | ha raggiunto la meta”.

Per un momento pare di ritrovare taluni scorci odorosi che trasudavano dalle parole di Heinrich Harrer nel suo Sette anni in Tibet, nonostante egli fosse stato un ufficiale delle SS tedesche e per questo non propriamente uomo avvezzo a carpire i più sottili moti dell’anima.

Il senso della preghiera e della benevolenza non ottunde mai quello della giustizia, per cui le “bandiere cinesi | che bestemmiano il cielo”, in un certo qual modo macchiando quella “Trama di millenni | i monasteri | là sulle alture”, restano integre nella loro volgarità fattuale, senza trasfigurazioni di sorta, evitando di scadere nell’irrealismo trascendentale e patetico.

Certamente un’opera che fa del cammino la sua forza motrice ed evolutiva, in un giuoco al rimpiattino tra la miccia, il combustibile e il comburente, giuoco molto serio e sensibile che porta all’attenzione di tutti un tema spesso dimenticato dalle tv internazionali, troppo impegnate a seguire l’ultimo caso di cronaca, meglio se scandalistica o nera, invece di approfondire le irragionevoli ragioni di questi tentati omicidi culturali ed etnici.

Un giuoco poetico che da un lato evidenzia delicate velature spirituali, mentre dall’altro non rinuncia ad alcune sciabolate ungulari, proprio nel finale, per sfregiare le nostre maschere di cerume (volutamente non di cerone) di cui spesso ci orniamo a copertura di orecchie, bocche, occhi: “Piuttosto incavarsi | di lacrime | che infarinarsi | di maschere | e oblio”, “Stringiti alle pietre | di quel monte immortale | con le tue ossa di dolore”.

Un lavoro poetico riuscito, atto ad indicarci una possibile via di rinascita nell’empatia di un altrove sofferente: “Io mi battezzo | nel nome del sangue | che scava le pietre | del pianto | che incide la carne | del grido | che strappa le nubi”, lassù nel Tibet degli ultimi.
Recensione
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