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Ai tempi del web ipersignificante e famelico, insofferente agli incisi e ostile, quasi, al formalismo primario del linguaggio, tanto da sviluppare tendenze contrattili dei suoi elementi atomici (le parole), respirare attraverso le ondulazioni lessicalmente flessuose di un poema, è certamente un atto insolito.

Atipica, l’opera, lo è per taluni aspetti: di là da un classicismo stilisticamente predominante ove sbocciano termini desueti, quasi ellenistici (efebo, ònfalo, peplo) e ricercati (ovigero, ostichezza, pruinati), troviamo , in questa che è in realtà una trilogia di opere elaborate in tempi molto diversi, una struttura “a stanze, canti e libri”, non però intessuti da un filo narrativo percepibile, bensì più slegati di quello che l’ossatura logica degli indici vorrebbe suggerire.

Questo aspetto rappresenta l’ambivalenza drastica di fronte a cui il Nesti ci pone: in effetti, le sue appaiono più come delle meditazioni ossessive svolte ad libitum sui temi ricorrenti, variazioni umorali più che costruzioni cosmogoniche, indagini chimiche al microscopio più che formulazione di teoremi, non limite bensì intenzione, caratteristica penetrante.

Ciò compreso, l’apparente distonia tra narrazione e meditazione, rispetto al lungo respiro formale eppure frammentato, assume un aspetto congruente all’oggetto e scopo indagato.

Calu è divinità della morte e degli Inferi, citata nel celebre “piombo di Magliano” conservato presso il museo archeologico di Firenze, nella scarsa iconografia etrusca si pensa rappresentata da un cane o un lupo, nell’intenzione del Nesti metaforicamente all’unisono assume le sembianze di donna e città mitica, città come essere femminile da scoprire o, meglio ancora, entità femminile ricca di mistero e sfaccettature complesse, essere cui immolare amore e devozione, architettura mentale così ricca e diversa dai costrutti maschili, tale da dover essere rappresentata come una città perduta, luogo mistico di approdo ad un porto fantasma sempre sfuggente, o se vogliamo, più modernisticamente parlando, amplesso in volo in un non luogo, tra un caccia F-16 ed il suo aereo da rifornimento.

Il deserto è metafora pervasiva dei luoghi di meditazione e sconforto del poeta, deserto dell’anima inamata anche per il solo istante, o già subito morte neonata, oltre lo spegnersi dell’orgasmo fisico (l’erotismo del Nesti ricorda sia un certo afflato depalchiano, sia atmosfere “ombelicali” di lenisiana memoria, tuttavia nella sua interpretazione l’autore non riesce a liberare totalmente l’atto dalla coscienza, pur anelandovi): “Ancor prima che uscissi di vagina | questo folle deserto mi aggrediva | sgusciava un fango amniotico || Partii dal caldo ventre già minato | stelle di luce tamburi radenti | esplodevano dentro il mio cervello)”.

Ricerca della felicità che passa d’obbligo per una declinazione amorosa, la quale a sua volta “necesse” (per usare un latinismo caro a Lucia Gaddo Zanovello) di puntelli per sopravvivere, puntelli poi spazzati dalle mareggiate in una spirale cieca di gioie e frustrazioni che s’inseguono come daimon ossessi, cui l’evoluzione delle anime par essere l’unico scopo ammissibile (o superstite) oltre la fisicità dell’esistenza (“Il deserto compatto mi guarda | vani sostegni inutilmente appuntati”, “inconsistenti come fuochi fatui | che non sono eppur mandano luce”).

Il parallelismo o quasi identificazione tra l’atto sessuale nel suo apice orgasmico e la morte metaforica, non è certamente invenzione recente.

Taluni fanno risalire questo concetto a Georges Bataille, che adottò quest’espressione nel suo romanzo Madame Edwarda, tuttavia se ne trovano tracce, in nuce, anche nella Venere e Adone di Shakespeare, del 1593, o nell’Adone (1618) di Giovan Battista Marino, ove baciando Adone, Venere esclama: “da te l’anima tua morendo fugge, | io moribonda insu ‘l baciar la prendo” e poi innanzi, Adone replica: “Fa ch’io viva e ch’io mora, e, se ciò lice, | fa ch’io riviva poi con miglior sorte. | Dolcemente languendo al’istess’ora, | fa che ‘n bocca io ti viva, in sen ti mora” oppure ancora in questi passi: “E ‘n lei, ch’arde e desia | già languida e smarrita, | d’un vasel di rubin tal pioggia versa | di gioia, che sommersa | in quel piacer gentile, | cui presso ogni altro è vile, | baciando l’altra, ch’a baciar l’invita, | al fin ne more, e quel morire è vita”, v. Andrea Battistini, «Paradiso infernal, celeste inferno». Ossimori d’amore nell’Adone di Giovan Battista Marino).

Qui nell’interpretazione lirica nestiana: “Improvviso mi vinse lo sgomento | folgorato che fui da quella morte | (vergine ardente nuda nell’orgasmo) | fu barlume inatteso a rischiarare | le elusive pietà del mio abbandono”, o ancora: “Calu diventa viva sul momento | giardino di delizia e di tortura | e poi dentro la luce si dissolve”, diviene quasi mezzo d’indagine mistica: “Da secoli quest’attimo era atteso | vissuto dentro il sogno della carne | lama tagliente il corpo fu reciso | le gambe verso il basso ebbero sfogo | la testa in alto andò senza timore” o quantomeno, in altri passi, luogo di deprivazione sensoriale pragmatica: “preferisco pensare al dato tattile | alle vene sinuose del tuo corpo | invisibile ai giri della mente | concentrici e precisi cerchi magici | nei quali si dissolve il mio volere”.

Il poeta comprende lo schema ciclico, alternanza diabolica o scuola di vita, in precedenza evidenziato ed esprime le altre fasi dell’anamnesi esistenziale, sintomi di una condanna ad amare quale quasi unica maniera di mantenersi in vita senza smarrirsi, eppure dolore e desiderio non possono essere espunti dalla carnalità: “Il cuore si scompone in mille pezzi | stordito il sangue accaglia nelle vene | voragini maestose fanno scempio | di sottile speranza umile ardore”, “Libero il corpo si sentì leggero”, “il vento in testa il canto dentro il sangue | pieno di possessioni mai raggiunte | ma già vicine quasi da toccare | al di là dello spazio Calu attesa”.

E’ certamente la possessione un altro tema predominante del poema nella sua interezza: lo è in maniera alternata e bisessuata, nel richiamo irresistibile del desiderio del maschio sulla femmina, che sgomenta e annulla la volontà dell’uomo “in estro” (“ingiudicato fino nei meandri | dove geme selvaggia la matrice | uomo nel tuo possesso mi scoprivo | fanciullo per le lacrime versate”), per poi divenire volontà conquistata e piacere nell’essere ricettivo-passivo femminile: “distesa al mio possesso ti allentavi | mare docile al solco della prua | scioglievi residuo grumo di diniego | nello sferzante grido di piacere”, a dirci, in sostanza, della splendida fusione tra corpo, anima, volontà e annullamento, che si realizza in un atto sessuale considerato in senso tantrico.

E il cerchio si chiude per ricominciare, come la linea di un radar navale che ruota sul suo asse evidenziando oggetti (sempre quelli) nel suo territorio, in una varianza ripetitiva (desiderio, amore, possesso, morte, rigenerazione, desiderio…) che è il perpetrarsi di un inganno generatore di prigionia, ciò che gli informatici programmatori, riferendosi ad un loop senza fine nel codice di un programma, chiamerebbero “abbraccio mortale”: “Calu di morte senti non di vita | anche se tento ancora di riaverti | nell’inganno del sole ormai consunto | il possesso è la morte dell’amore”.

Proseguendo nel cammino, nel libro secondo del poema, ci sembra di rinvenire tracce di scrupoli etico- finalistici, quasi religiosi, circa la natura e gli scopi della sessualità: “Questa non è la vita che si sbriciola | ma simulacro all’atto del suo compiersi | sterile cratere dove il seme | si perde per i rivoli deserti | senza trovare via al germoglio”.

In qua e in là incocciamo in immagini originali e stralunate, che spezzano un po’ l’atmosfera “templare e a tratti giaculatoria”, ravvivandone i colori: “Bava di lumaconi attorno al monte | come sciarpe di seta attorno al collo”,”Vibravano al vento gli spadoni | lillacei della yucca | trasmettevano corrente fino al luogo | incantato dove sitibonda bocca | si apriva a riceverne il tuffo”, “nevicate di sirene coprivano il suolo”, “Vagiva il bimbo vomitato | sulla riarsa terra dal serpente”, ci parlano di un Nesti non privo di inventiva e originalità, che sa, all’occorrenza, come superare le sicurezze delle intelaiature classiche della cogitazione lirica.

Meritano citazioni a parte, quadri dalla forza immaginifica conchiusa e convincente nella loro interezza rappresentativa: “La colonna dell’argano divelta | rotolava su curri di memoria | e il raglio dell’asino alle stanghe | presentiva l’odore della mula || Ginestra e mortella sopra il tònfano | rugoso di ciottoli e scaglie | l’antica cava pruneto impraticabile | dove si scorza ad ogni passo il piede | il corpo si velluta di coriandoli | gialli e di palline viola”, “Digitalis purpurea intirizzita | allontana la mano sul momento | del di ghiacciato assalto allo stelo | alla cupida voglia di vedere | il tergere candido del latte | sciogliere sulla terra i suoi carmini || Seguitavo ad intuirne oltre le creste | l’arrovellio dei rossi”, e ancora “Le spade legate non concedono | alla barca sollevarsi dall’onda | assorbite da incunaboli occulti | se avvinte nello scalmo incidono”.

Interessante anche il dilemma tra libertà e amore, suggerito in chiusura del libro secondo dell’opera, dilemma che pare implicare un rapporto di proporzionalità inversa tra le sue entità costituenti o, quantomeno, una correlazione che trova nell’arte del compromesso l’unico punto di equilibrio possibile: “Sbattevano mille ossidiane | alle porte di antiche chimere | l’anno si chiudeva nel sangue | e in dissepolti sterili canti | di libertà che non aveva amore”.

Nel libro terzo, canto secondo, la città nella palude, il Nesti rimembra i suoi desideri di liberazione dai vincoli di una coscienza forse troppo influenzata da dettami cristianamente orientati e si tuffa in un quadro panteisticamente pagano alla ricerca di quella “gioia dello sperpero” che “effondeva | luce lunare sui nostri volti | affascinati dal miracolo morbido | del sentirsi nudi e potenti | in quello spazio lasciato al gioco || Emergevi dall’ombra delle piante | ti avvertivo nel fiato della notte | sprigionato dalle essenze dei pini”, perché in fondo egli non osa “pensare che il dolore | sia la strada che porta a ritrovarti”.

Il poeta, via via maturando lungo il suo percorso versicolare, imbastisce alcuni principia esistenziali: “Vicini ci rende il desiderio | il freddo raziocinio ci allontana”, “muro di divisione è la parola”, comprendendo o constatando che l’apice implica il pedice, l’attrazione la repulsione: “Il sole bruciava dietro i pini | con la mano scostasti l’invito | scivolasti giù per la scarpata | inabissandoti in forre tenebrose | dove il mio amore non t’ha più cercata”.

A margine di un discorso più strutturato, desideriamo infine citare, per titolo di curiosità o coincidenza, un riferimento ai gàttici di pascoliana memoria (“E vi rivedo, o gàttici d'argento, brulli in questa giornata sementina: e pigra ancor la nebbia mattutina sfuma dorata intorno ogni sarmento. Già vi schiudea le gemme questo vento che queste foglie gialle ora mulina; e io che al tempo allor gridai, Cammina, ora gocciar il pianto in cuor mi sento”), nella visione del Nesti metafora di una fusione tra natura-anima vegetale ed animal-umana essenza istintuale: “Il vento refluo scompigliò i capelli | pallidi dell’attesa adolescente | ramuli inverzicati di gàttici | pronti allo scoppio delle capsule | al rorido gocciolare della linfa”, versi ebbri di passionalità.

Un’opera che non propone delle conclusioni filosofiche, bensì rende compartecipe il lettore di un faticoso divenire indagatorio dell’autore circa “la sapienza del sesso” che conduce, attraverso i dilemmi carnali, “all’orgasmo del mio spirito”.

Un lavoro svolto attraverso molteplici stanze interiori, un’opera cui ci accostiamo con rispetto per il percorso che si è voluto condividere, nella consapevolezza che l’apprendimento passa sempre per la magia del fare.

Recensione
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