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Welfare all'italiana

“Coraggiosi urti tematici, malizie scritturali, erranze solerti”, “assalti, concepiti come dissenso e risposta mai compiuta”,”un’onomatopeica allucinazione di appunti, la cui tessitura potrebbe dirsi simbolica ma non evita le traumatiche risorse della realtà”, “Non c’è spazio in questi andirivieni morfologici per l’estasi o per liricistiche amenità; il colpo di frusta insolente o plebeo sfoga fugaci furie in ogni approccio scritturale, un po’ con intento pedagogico, un po’ come attacco fisso a cui è difficile abdicare”, “riorientando la verità nel giusto verso del risentimento, della partecipazione al pubblico rien va, spesso accettato per pigrizia o bloccato da insolenza retorica, diffusa e allucinata (complice l’ipocrisia).

Questi passaggi, carpiti dalla mirabolante prefazione di Domenico Cara (difficilmente secondo a qualcuno in fatto di carpiature lessicali), rappresentano l’autore, Francesco De Napoli, in un murale pittato di straforo, linee spray notturne e fuggitive su superfici illegalmente percosse, eppure di per sé già pregne di senso compiuto, bon à tirer.

Welfare all’italiana si inserisce in quel filone di opere letterarie che trovano nell’arguzia fulminea, nel lesto anagrammare, permutare, smolecolarizzare la parola e la frase giocando col sottinteso e l’allusione (quasi fossero tasselli di un cubo di Rubik che andasse riorientato per trarne una facciata prospettica coerente) un mezzo per satireggiare umoristicamente sulla società contemporanea, così bieca da essere persistente fonte d’ispirazione.

L’umorismo e l’allusione insieme, si esprimono schizofrenicamente in qualità di accenti contrastivi, mutuando dalla linguistica quell’attitudine a porre in risalto differenze ed elementi comuni di una catena fonica o, come in questo caso, di un discorso che è metafora quasi-reale del socialmente critico quadretto italiano.

L’epigramma è la cifra espositiva scelta: urticante, improvviso, sferzante, quasi un tarlo o un virus informatico che genera loop mentali, costringendo a cercare appigli circolarmente più estesi, onde giungere ad una forma stabile e non decadente della propria opinione in merito all’oggetto citato; in altre parole, uno stimolo ad interrogarsi da una prospettiva volutamente provocatoria, mai aforisticamente risolta.

Così in Moccia: “Creò una scuola | di scrittura | che ebbe molti seguaci, | i mocciosi”, o in Dubbio: “Se Gomorra | non è Hollywood… | Saviano | il napoletano | esecra | o elogia | il Leviatano?”, percuote il mondo della letteratura che “ce la fa” (forse perché si accompagna a braccetto con gli altri famelici media, quelli più estroversi e disinibiti ?) raggiungendo le masse e creando fenomeni, che come tali, ingenerano sempre proseliti e detrattori, fanatismo e invidie e, talvolta, equanimi giudizi.

Seguono poi allusioni e metafore, in una sorta di simil teatro dell’assurdo (è presente, in effetti, un riferimento ad Eugène Ionesco, “Io n’esco!” (*) il cui adiacente asterisco chiarisce l’intento), la cui assurdità costituisce carattere consonante, in direzione e misura, con l’oggetto rappresentato, per cui troviamo “l’ortolano Lamberto”, “Silvio Cesare Augusto”, “Fazio I e Fazio II” e altri personaggi meno mascherati, intenti nei loro intrallazzi, immortalati con “le mani nella marmellata”.

Non si risparmia davvero, il De Napoli, ispirato come già Paolo Carlucci in Strade di versi, dal GF nazional popolare, intrattenimento voyeuristico fashion style, per essere trendy e glam

E’ con l’accostamento agli Accoppiamenti giudiziosi di Carlo Emilio Gadda che ci allieta il poeta nel suo serio divertissement: “Accoppiamenti disgustosi | blasfemie hard | lupanare mediatico | con estese vedute | su uccelli e orifizi. | Spettacolo per famiglie | inferocite e commosse” a dirci del contrasto ipocrita che spesso dilaga nell’italiano medio-cre (tino?), per il quale questo fenomeno televisivo mondiale tutti lo criticano (a tu per tu) e tutti lo guardano (estremizzando).

Su questo versante, identifichiamolo come “fortemente critico nei confronti di un decadimento dei costumi” (nel senso di strip-tease…) e “teso ad una rivalutazione, se non proprio di una sacralità del corpo femminile ed umano in genere, quantomeno ad un rispetto del buon costume aderente al senso comune del termine” (purtroppo ahimè concetto variabile e pericolosamente degradato in una sorta di nuova normalità), seguono a ruota diversi epigrammi colmi di “fregole e stravizi | di buzzurri snob | e tamarri chic: vip & vamp doc, | che scoop!” (Vip(ere) & Vamp(iri)), o come in Trespolo | piedistallo, in cui incontriamo “La discinta diva | sul fallico | zoccolo duro appollaiata | carnalmente dischiude | la cavernosa fessura | defecando su arte e cultura. | Se stessa fortissimamente sente | l’unico | capolavoro | vivente | della natura. | (Delirio di fans)” o, infine, come in Femmina oggetto e …e maschio oggetto (2 liriche, una doppietta niente male).

L’autore spazia, dispensa bombe a grappolo come confetti, e certo non ci si annoia.

La sua moralità, un po’ retrò direbbe qualcuno, è propedeutica ad una sacrosanta crisi di coscienza che si vorrebbe ingenerare nel lettore, nessuno può dormire sonni tranquilli, qualunque sia il suo schieramento, colore, posizione: “Il bisogno induce | alla ribellione. | Lo sa bene il padrone, | che cosparge | di segale e granone | ogni nuova generazione” o, in Nobel per la pace: “Obama convocato | d’urgenza al Pentagono | recita | il mea culpa | e invia in Afghanistan | altri cinquantamila | mercenari | dei corpi speciali”, o ancora in Carnevale di Venezia: “Con o senza moretta | non lazzi, frodi. | Euro dieci, un caffè. | Euro venti, patatine. | Euro trenta, una pizzetta. | Soddisfatto ride | sotto la barbetta | il sindaco-filosofo | ossequiato sulla piazzetta | da mille lacché”.

“Reverendi pedofili” in Stupor strano (con riferimenti a grandi maestri della denuncia di abusi su minori, quali Origene e Dostoevskij), il “neo direttore | sul campo investito | si propone | la biblica conoscenza | della gentil collega”, “ragazzotti | superprotetti | prevenuti | demotivati | sfaccendati | indisponenti… (in Servizio civile), “Escort, | sei tu la ruota di scorta | della Fede. | Ami il prossimo tuo, | chiunque sia”, “il santo protettore | di corrotti e galeotti | qui fu | sempre lui, | Andreotti”, sono solo alcuni degli eritemi sociali che vengono acclarati da una personalità culturalmente consapevole e lessicalmente dotata.

Quei giochi di parole, trasmettono talvolta la drammatica comicità di un clown, quel sorriso esasperato da violenti trucchi di scena,unito ad un lacrimone pierrotiano.

Così in Interinale (effettivamente “contratto”): “Trecento euro | al mese, | più vitto | e alloggio | alla Caritas”, o in Efficienza fiscale: “Si trascinava | nella miseria | più nera | poi la vincita | alla lotteria | (quella | istantanea). | Denuncia | immediata: | finto povero”, spicca uno spirito caustico e provocatorio, il più delle volte non fazioso o prevenuto, che non disdegna una puntatina fuori dai confini nazionali, tanto per ribadire che “tutto il mondo è paese”, così in Fukushima: “Radioattività | sette milioni di volte | superiore alla norma. | Resta intatto il nocciolo duro: | il liquefatto senno | di chi spergiura | sul nucleare sicuro”.

E per concludere non manca il paradosso di Gelli mostro e poeta, definito “venerabile pover’uomo, | il tipico italiota | metà pulcinella | metà esaltato”, a scuoterci da questo fenomeno di formattazione cerebrale cui ci stiamo assoggettando: “memoria di massa | felicemente | rimossa”, fenomeno che ottenebra e ottunde, offusca e mesce bene e male acetosamente confusi, perché “Ciò che chiamiamo | progresso | solidarietà | tolleranza | comprensione | rispetto | spesso è solo | viltà”.

Un’opera ben connotata, il cui spirito poco incline al compromesso potrà non incontrare in ogni occasione felici e concordi riscontri (più spesso nella misura che nell’oggetto, giammai nella forma più che adeguata e ricca di spunti), un’opera che stimola la polemica e la riflessione, dunque salutare e positiva.

Un’opera cui fare un solo vero rilievo propositivo, che è auspicio di un genere forse ancora da inventare: criticare è opera positiva dei poeti-anticorpi che cercano cure per la società malata.

Solo mi domando cosa potrebbe accadere se alcuni tra i più validi esponenti della critica poetico-sociale contemporanea (Marilla Battilana, Paolo Carlucci, lo stesso De Napoli), assodato lo scempio, incominciassero a proporre una civiltà, non retoricamente plasmata, andando oltre, verso scenari concretamente alternativi, perché proporre significa esporsi, ed esporsi è funzione probabilistica di caduta.

Coraggio, dunque, una società nuova è possibile, che i poeti escano dal guscio dorato e si facciano falange d’idee nuove, visionari di realtà migliori.

Recensione
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