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Sarebbe davvero interessante sapere quanto c’entri la prossemica nella nascita di interessi, preferenze e amori. Fatto sta che, quando, ai lontani tempi del ginnasio, il docente di lettere ci parlò della morte per naufragio al largo di Ischia (o, come oggi appare molto più probabile, dalle parti di Punta Campanella) del “ poeta e garibaldino”(p. 9) Ippolito Nievo, nacque in me, adolescente ischitano, un vivo interesse per la sua vicenda umana e artistica. L’interesse si è trasformato nel tempo in attrazione e in simpatia, alimentate dalla lettura del suo grande romanzo e di altri suoi scritti, e addirittura in coinvolgimento nel mistero della sua fine quando ho scoperto che il corpo di un naufrago dell’Ercole, la nave su cui viaggiava Ippolito, era stato “stracquato” ( p.p. di “stracquare”, extra aquam agĕre), come si dice nel nostro dialetto , cioè spinto dalle onde su una spiaggia dell’isola d’Ischia e successivamente sepolto in un cimitero del luogo.

Così, quando ho saputo che l’ultima pubblicazione di Paolo Ruffilli aveva come protagonista il valente giovane veneto, ho provato immediato desiderio di averne una copia tra le mani.

La lettura è stata davvero avvincente, perché l’autore ci ha offerto un prodotto artistico estremamente ricco e denso, un romanzo che sfugge alle consuete catalogazioni, visto che riassume e fonde in sé gli elementi propri dei romanzi storici, psicologici e d’ambiente: qui ci avvincono la sensuale bellezza della natura siciliana, l’opulenza monumentale e artistica di Palermo, la filosofia edonistica diffusa anche a livello popolare, ma sintetizzata nella figura di Palmira; qui ci emoziona, rendendoci affini e solidali, il personaggio del protagonista, in sostanza complesso e fragile dietro l’esteriore, e forse ostentata, risolutezza, piegato alla percezione e all’auscultazione dei suoi moti interiori, al colloquio con se stesso per cucire i fili della sua anima, cercando il senso della vita attraverso la lettura di luoghi e persone, di azioni e di accadimenti; qui, come vedremo, dietro l’apparente linearità del racconto, ci stupisce un’impellenza narrativa compressa ed esegeticamente poliedrica.

L’opera, che narra gli ultimi giorni di vita di Ippolito Nievo, è divisa in tre parti, ognuna delle quali è contrassegnata da un titolo (In mare, sulla nave in rotta verso l’isola - Tra le braccia della città felice - Di nuovo in mare, verso l’ignoto) e da un sommario/rubrica. Tre (corrispondenti) indicazioni temporali in testa ad ogni singolo capitolo (o parte): All’alba del 19 febbraio 1861, Tra il 19 febbraio e il 3 marzo 1861 e il lapidario 4 marzo 1861. Ad una prima ed esteriore verifica appare con immediatezza che il numero delle pagine del primo capitolo (64) e di quelle del secondo (67) è quasi uguale. Due capitoli quasi identici per ampiezza non stupiscono in un Ruffilli che ha alle spalle, tra l’altro, l’esperienza di Un’altra vita, opera di singolare misura, armonia ed equilibrio (anche di spazi grafici). Non così per il terzo capitolo (quello del dramma) che consta di 48 pagine, che definirei catalettico come un verso latino o greco, mancante dunque di qualcosa: cioè del resto della vita di Nievo, inesorabilmente tagliata via dalla morte. E credo che Ruffilli, consciamente (come ritengo) o anche inconsciamente, abbia sottolineato in tal modo questa ellissi finale, questa dolorosa frattura.

Il tempo della storia è breve: solo quindici giorni – dal 19 febbraio alla notte del 4/5 marzo 1861 – vissuti dal protagonista con un’intensità quasi disperata, come se presagisse la sua fine ormai imminente. Invece i due terzi del tempo narrativo vedono il colonnello garibaldino al parapetto di una nave (l’Elettrico prima, l’Ercole poi) a riflettere, recuperare con la (e nella) memoria brani e lacerti della sua vita per organizzarli e disporli di fatto nella fase narrativa. Perché – è il caso di dirlo subito – l’atto diegetico è prevalentemente memoriale, visto che Ruffilli, con accorta regìa, affida allo scorrere dei ricordi e dei pensieri di Ippolito buona parte della sostanza narrativa della sua opera, quando non lo “chiama” a raccontare con interventi in forma diretta e per mezzo di parti dialogate.

L’incipit del romanzo ci pone subito nel pieno dell’azione. Ippolito è su una nave, l’Elettrico, diretto a Palermo dove, nella sua qualità di Vice-Intendente dell’amministrazione garibaldina durante l’avventura dei Mille e della successiva conquista del regno borbonico, è incaricato di recuperare tutta la documentazione contabile, relativa al detto periodo, da consegnare all’Intendente Generale Acerbi e, per suo tramite, al ministro della guerra Fanti. Insomma il novello Stato italiano chiedeva conti e resoconti per esigenze – si diceva – di redazione di bilancio. Ma non era estraneo a questa forse troppo astiosa verifica il partito monarchico/conservatore che aveva interesse a ridimensionare la portata dell’impresa garibaldina.

In ogni caso già dal primo capitolo, nel lungo flashback memoriale di Ippolito, emergono i motivi senz’altro romantici che animavano la migliore gioventù del primo e del pieno Ottocento, riassumibili nella doppia passione amorosa e politica. Così, entrati nella vicenda, ci troviamo anche noi accanto al giovane patriota a condividerne ricordi e pensieri, sullo scafo che solca il mare in prossimità, ormai, del porto di Palermo. E sull’onda della memoria ci vengono incontro le donne di Nievo. La prima è la marchesa Spedalotto, giovane vedova palermitana, il cui “ temperamento assai focoso” (p. 17) lo aveva travolto e soggiogato per breve tempo in una vicenda di lussuria alla quale egli ripensava con fastidio, figura femminile speculare ad altre (Angela, Raffaella, Fanny, Carlotta, Caterina) che si incontrano successivamente (p. 119), tutte donne più o meno sensuali, amori superficiali e fugaci dei tempi del Caffè Pedrocchi, “quartier generale della sua vita di studente” (p. 118). Ma ecco irrompere nella memoria la figura di Bice che, con la sua fresca bellezza, spazza via quella della nobildonna siciliana. È Bice “la donna”, l’amore di Nievo. Personaggio romantico sotto tutti gli aspetti, la dolce, “bella, pallida e …quieta” (p. 25) Bice: qui – forse – l’ultimo aggettivo ha il valore di un sospiro di sollievo che evoca, per opposizione, gli strenui ed estenuanti assalti d’amore richiesti, o addirittura pretesi, dalla focosa marchesa Spedalotto. Come che sia Bice, “labbra carnose, il naso greco, i grandi occhi fondi”(p. 25), romanticamente e normalmente etica o tisica, tiene a freno o almeno modera e sfuma il suo sentimento d’amore per Ippolito, confinandolo – per onestà verso il marito Carlo – nel limbo di un relazione forzatamente platonica: la stessa cosa accade a Ippolito, frenato dall’affetto e dal rispetto per il cugino Carlo, sicché entrambi “erano stati subito d’accordo a non lasciarsi andare alla passione di sturm und drang” (p. 25). Si stabilisce un patto, dunque, tra i due: stima, amicizia, affetto, corrispondenza spirituale, intesa profonda, ma nulla più. A dirla tutta, Bice appare più decisa di Ippolito alla sola corrispondenza spirituale, giacché lui talvolta manifesta qualche tentennamento e qualche appena accennata apertura ad una virginea carnalità. E tuttavia è un rapporto intenso e vero, gratificante, sì, ma con qualche punta di sofferenza.

Ma Bice Melzi d’Eril è solo la prima donna “dell’ovale”. C’è anche, e forse soprattutto, Adele Marin, madre di Ippolito e discendente dei Colloredo del Friuli, tra i quali il famoso Rudolf o Rodolfo, feldmaresciallo imperiale e governatore di Praga, citato dal Manzoni nel XXX capitolo dei Promessi Sposi (mi rimbomba ancora nella memoria il ritmo marziale, incalzante e scolpito dall’anafora, con cui l’autore rappresenta la discesa dei lanzichenecchi e il loro interminabile passaggio: “ Passano i cavalli di Wallenstein, passano i fanti di Merode, passano i cavalli di Anhalt, passano i fanti di Brandeburgo, e poi i cavalli di Montecuccoli, e poi quelli di Ferrari; passa Altringer, passa Fürstenberg, passa Colloredo…; quando piacque al cielo, passò anche Galasso, che fu l’ultimo”). Fu madre sensibile e amorosa, Adele, amata e idealizzata dal figlio al punto che questi la ricerca, per quanto possibile, in altre donne. Si spiega così il suo impulso d’amore – il primo! – per Matilde Ferrari, “angelica ragazza” (p. 120) della quale il giovane “ aveva … inseguito … l’anima pura, specchio delle immagini più alte e dei pensieri più delicati.” (p. 66). È lei il terzo ovale. Tre figure – Adele, Bice e Matilde – così perfettamente sovrapponibili da ingenerare nel giovane, innamorato prima di Matilde, poi di Bice, il timore dell’incesto, mai veramente dissolto e risolto prima dell’incontro con Palmira, la donna completa, quella che rappresenta la gioia di vivere, che coniuga il piacere con la saggezza, la passione con il sentimento della precarietà delle cose. Il “dunque non c’è incesto” (p. 114), che esplode nel pensiero del protagonista dopo momenti di travolgente passione vissuti con Palmira, e “il malessere pungente del non provare più il senso di colpa che aveva sentito le altre volte nei confronti della sua cara Bice” (p. 109) segnano il definitivo superamento di una condizione negativa che aveva senza interruzione afflitto Ippolito nei suoi rapporti amorosi più veri, quella, appunto, di un temuto incesto, sia pure a livello mentale.

Come poi finissero le tre donne dell’ovale sovrapponibile ce lo dice Stanislao Nievo (pronipote dello scrittore) nel suo “Il prato in fondo al mare”: Matilde Ferrari, dopo aver compiuto un viaggio in Sicilia per aver notizie sulla morte misteriosa di Ippolito, muore a distanza di poco tempo, nel 1864; Bice muore nell’ottobre 1865 di tisi e di dolore e si fa seppellire con la camicia rossa di Ippolito; Adele, la madre, muore nel 1882, dopo un ventennio d’ininterrotto dolore per la morte del figlio, chiedendo di essere sepolta con il mantello che egli aveva indossato nella battaglia di Calatafimi.

Ma è tempo di soffermarsi sull’altro tema fondamentale del romanzo, quella passione politica che spinse Nievo a seguire Garibaldi nell’impresa che “fece l’Italia”; sentimento purissimo che ben attecchì nell’animo del nobile giovane che amava la libertà e la giustizia. Già nella prima parte del romanzo egli discute di politica con gli inglesi con cui condivide la cabina e , successivamente, con il capitano dell’Elettrico, ma l’argomento emerge in vari momenti della narrazione. Il protagonista è consapevole della grandezza dell’impresa compiuta dai Mille, orgoglioso di avervi partecipato. E la passione non gli fa velo, sicché la sua analisi della vicenda è sempre lucida e puntuale, i suoi sentimenti alti e nobili , il ribrezzo per maneggioni e opportunisti (con in testa La Farina, “leccapiedi e faccendiere”, p. 72 ) evidente e profondo. E sa bene Ippolito che, malauguratamente, la storia troppo spesso si ripete: infatti al momento della passione succede quello del calcolo, ai generosi e agli altruisti si sostituiscono i mediocri, i truffatori e gli intrallazzatori. E così chi ha combattuto e rischiato si fa da parte, deluso e impotente, solo perché non sa o non vuole usare le armi sporche dell’inganno, della truffa o della falsa o mala politica. Ciò accadde alla stragrande maggioranza dei seguaci di Garibaldi, anzi a lui per primo, perché non inseguivano alcun tornaconto personale, ma erano mossi da ideali di libertà, di giustizia e di fratellanza. Questo senso di amarezza, di frustrazione e di avvilimento affiora spesso negli atteggiamenti, nei pensieri e nelle parole di Ippolito, che ne è angustiato.

Non si parla certo di politica nella terza e ultima parte del romanzo, quella del naufragio. Qui affiorano, disseminati hic atque illic, timori e preoccupazioni, presagi e presentimenti negativi, a fatica riscattati da qualche uscita scherzosa o da parole rasserenanti ora di questo ora di quel personaggio. Ma qui, ancor più, colpisce la bravura del narratore nella splendida rappresentazione dell’incalzare della tempesta e del precipitare della situazione, anatomizzata in ogni suo momento e riflesso; sembra quasi che Ruffilli si sia totalmente trasferito sull’Ercole, che viva l’agonia della nave e degli uomini, e che anzi aderisca interamente allo stesso protagonista costretto angosciosamente a fare i conti con “la mala sorte in cui facevano naufragio i suoi trent’anni”(p.191). Se ne distacca – Ruffilli, dico – solo per gli ultimi sette righi, successivi alla morte di Ippolito e posti a chiusura del romanzo per fornire al lettore gli ultimi elementi narrativi.

Per quanto riguarda lo stile e la scrittura in genere, la prima impressione, peraltro confermata nel prosieguo della lettura, è che ne “L’isola e il sogno” Ruffilli si sia concesso un po’ di più alla parola, almeno rispetto a “ Un’altra vita ”, forse anche per l’esigenza di adeguare il linguaggio e i ritmi narrativi al periodo storico trattato ( l’Ottocento), ai personaggi e alle situazioni.. E tuttavia la sua scrittura, pur sempre sobria, composta e quasi severa, ma meno laconica, nulla perde in intensità o, come stavo per dire, in urgenza, ed in efficacia. Le parti dialogate sono ridotte all’osso perché a Ruffilli interessa registrare lo scorrere della vita interiore di Ippolito, che si aggruma e viene offerta alla narrazione in momenti sincronici, ferma restando la diacronia degli avvenimenti esteriori. Così, in un gioco di rimbalzi, rispondenze, connessioni, allusioni, rimandi, suggestioni, analogie e sovrapposizioni, un luogo, un ricordo,un dettaglio, un evento risveglia e richiama nel protagonista altri luoghi, ricordi, dettagli, eventi atti a dare qualche lume sulla complessa, anzi labirintica, trama della vita. Ecco, ci siamo: il labirinto è quello del parco del castello della Favorita, “tempio dell’amore fisico” (p. 57), che, con i suoi intricati vialetti e meandri chiusi da siepi, ritrae “ l’intricata condizione senza uscita dell’amore che legava proprio lui e Bice” (p. 60) – anche per questo Ippolito si era offerto volontario a Garibaldi –; ma il labirinto ha ben più ampia simbologia che investe la vita nel suo complesso, e tutti ci si possono perdere. E se si osserva bene, nella sua apparente linearità, anche

“ L’isola e il sogno” è opera labirintica, per la sua estrema ricchezza e singolare disposizione nella fabula di temi, spunti, enclave narrative, e motivi di vario genere (pesca col fuoco, visita al Duomo di Monreale, festa di Santa Rosalia, visita al castello della Favorita, descrizione del Friuli, ecc.) tutti però ben contesti nell’unità della trama, e per il suo procedere per recuperi, retrospezioni e flussi memoriali (“E la mente vagabonda continua l’avventura”, p. 118) che intrecciano e complicano momenti e situazioni, sovrappongono personaggi, luoghi (il Caffè Pedrocchi di Padova al Caffè dei Desideri di Palermo, ecc.) e situazioni, ribaltando sul lettore la difficoltà del protagonista nel trovare la via d’uscita. A meno che non intervenga un Leonardo (figura complementare a quella di Nievo), che da vero factotum spiani la strada, risolva i problemi anche pratici e aiuti a capire la realtà circostante e la vita stessa.

Due parole, per concludere, sulla provocazione, naturalmente tutta letteraria, che chiude epigraficamente la nota dell’autore posta alla fine del romanzo (p. 195): “Tutto è rigorosamente autentico, tutto è rigorosamente immaginato”. Apparentemente sibillina, essa è in realtà di una chiarezza cristallina. Ruffilli ha letto e scritto tanto su Nievo, conosce bene il personaggio e i dati dell’impresa garibaldina, ha compulsato numerose fonti, ma è perfettamente consapevole che l’autore di un romanzo, sia pure con forte connotazione storica, non può limitarsi a riferire ma deve estrinsecare la sua capacità creativa e organizzare la materia, deve lavorare sulla fabula e sull’intreccio, deve plasmare l’opera nel modo che la sua personalità e potenzialità artistica ritiene più adeguato. Insomma l’autore de “L’isola e il sogno” garantisce la storicità del romanzo e la veridicità di fondo (“Tutto è rigorosamente autentico”) ma rivendica la libertà creativa dell’artista (“Tutto è … immaginato”), attento tuttavia a non tradire la verità, ma anzi a ricostruirla lungo tutto il percorso narrativo con caratteri quanto meno di verosimiglianza (“rigorosamente”).

Insomma Paolo Ruffilli ha dato ottima prova di sé, scrivendo davvero un bel romanzo, godibilissimo per il lettore comune e ricchissimo di spunti esegetici e critici per chi voglia approfondirne aspetti e problematiche.

Recensione
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