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Molto coinvolgente la lettura di quest’ultimo poemetto di Veniero Scarselli, dove si istruisce l’amata compagna a soavemente officiare un’ineffabile immersione dell’ego dell’amato compagno nel mare dell’Essere, quando egli defungerà, in modo ch’egli possa raggiungere un’illimitata dimensione di distaccata beatitudine nel segno d’un oblio libero dagli ostacoli che possono essere frapposti dai richiami e dalla nostalgia della carne. Tu che sei la mia Sposa diletta | e m’hai guidato con amore e saggezza | fra le luci e gli orrori del mondo | sai che presto verrà il compimento | della lunga mia vita corporale. Il poemetto è preceduto da una nota esplicativa in cui l’Autore ci svela d’essersi ispirato al testo sacro buddista conosciuto come “Libro tibetano dei morti”, ma il cui titolo originale può essere tradotto come il libro che conduce il morto alla salvezza solo ch’egli lo senta recitare in quel lasso di tempo di pre-morte, chiamato vita intermedia, in cui la sua anima non è ancora del tutto distaccata dal corpo e durante il quale si decide la sua sorte spirituale.

Nel precedente poema - “Ballata del vecchio Capitano”, Ibiskos 2002 - lo stato d’inquietudine dell’Io narrante portava il Poeta a guadagnare con la sua barca spazi e oceani, forse cieli, d’intemerata navigazione alla conquista dell'infinito, finché l’estremo e casuale incontro col relitto di un bastimento, e con l’anima del vecchio Capitano incapace di liberarsi dal limbo ch’è il relitto della sua nave, gli fa intravedere per un attimo la vita oltre la morte e fa del giovane Protagonista un Timoniere dell’Eterno che resuscita la nave affondata e la conduce verso la Luce. In questo nuovo poema invece si auspica, si cerca, e sapientemente si vuole attuare, la conquista assoluta di un nirvana che non lasci più tracce né echi dell’ego: suprema astrazione incontaminabile al cui confronto sbiadisce la stessa catarsi in cui il lettore smemorato galleggia, virtualmente, anch’esso distaccandosi da tutto. Appena è cessato il respiro | devi pormi le tue labbra amorose | vicinissime al mio orecchio corporale | per farti bene udire dai miei sensi | (...) | Pronuncia, ti prego, distintamente | le invocazioni dettate dai Sapienti | per proteggermi dai turbini dei sensi, | ma ricordati, non devi trattenermi | fra le tue calde braccia amorose, | e nemmeno toccarmi con le mani | forse umide di pianto, ma anzi | aiutarmi per sempre a dimenticarle.

Solo il tempo ci dirà se nel progetto letterario scarselliano queste poche immense pagine sono un nuovo passo verso la trascendenza oppure sono un testamento, lo stadio terminale della moderna epopea epica da lui creata, il cui lungo tracciato attraverso tante mutazioni nel contenuto delle sue riflessioni poetiche ci ha continuamente meravigliati. Uno stadio più avanzato, relativo ad una momentanea devozione al pensiero orientale, o il traguardo da sempre anelato di chi si appresta a tirare i remi in barca? Rileggiamone i versi cruciali: Dovrai, mia Sposa diletta, | lasciarmi andare, | così come talvolta si lascia | nell’oceano che sembra tempestoso | la mano d’un naufrago a noi caro | che anela a non più soffrire | e a tornare nel profondo dell’Essere | luminosa molecola fra le molecole. Certo è che si tratta di un nuovo distinto e luminoso segno di poesia che va ad arricchire ancora di tanto l’articolata e unitaria mole dei poemi di Veniero Scarselli.

Recensione
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