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Tutti i poemi di Scarselli s'imparentano uno con l'altro in una consequenzialità paragonabile a una saga, dove Inferno, Paradiso e Purgatorio sono subiti in quanto il vivente è ridotto a un meccanismo della loro "miscellanea" in cui continuamente si contaminano. In questo vecchio poema, edito nel 1993 dalla Nuova Compagnia Editrice di Forlì, l'Io narrante – in contraddizione di termini – non celebra se stesso ma, coscienzioso e cosciente, si autodistrugge; anche la filosofia, che vi è sottesa, enumera le sue speculazioni per poi vanificarle, o meglio, le tiene in pugno e poi le disperde volutamente come in un gesto di semina per vedere quale finalmente di tutti i momenti inquisiti dia un frutto che sia embrione di grandi rivelazioni. Tutto questo in Eretiche grida tocca il suo acme; non oso dire l'epilogo, perché nel viaggio poetico di Scarselli, fra la terremotata eppure obbligata stazione biologica e la sua statica eppur sfuggente destinazione metafisica, il grido rilanciato di una eco riaprirà, nelle opere successive, ogni problematica. I suoi libri, insieme alla "scena madre" rappresentata in Eretiche grida, costituiscono e delineano il suo pianeta, o quanto del pianeta di tutti gli è stato assegnato di esplorare in un angoscioso avamposto, paradigmatico della condizione umana (A chi gettare queste povere grida | da un'isola di roccia stremata | dai millenni e dalle prove di Dio?), ma rapportato alla sua univoca valutazione di vivente, non di disceso all'Ade.

Qui la domanda è: superno sta Dio? I mostri della Lussuria, che nei poemi precedenti erano stati serviti sotto l'ingannevole parvenza di prelibatezze, succulente d'intingoli nella dovizia barocca delle immagini dei Torbidi amorosi labirinti e della Priaposodomomachia, in questo poema sono come massi rotolati a valle, lasciando erettile, priapea, solo la domanda-aspirazione-ricerca: superno sta Dio? E il Poeta s'impegna a rispondere con l'elegante, ironico pretesto romantico-barocco del manoscritto-testamento-testimonianza di un monaco eremita: fogli fortunosamente ritrovati in una grotta del Monte Athos, orograficamente percepito anche lui come un fallico quesito puntato al cielo: La vetta di quest'isola esausta | per le guerre incessanti con Dio | è un grido di pena e di speranza.

Quali sono gli elementi che substanziano le Eretiche grida? Innanzi tutto l'esasperazione della speculazione dell'indagine: poggiato sulla straordinaria struttura barocca più che mai accentuata, nel drappeggio della parola sta l'agguato gelido, premeditato, della Morte; mentre la vita è brulichio di un bestiario di sottospecie, microcosmo cesellato fintanto che è vita fisica; ad esempio quegli scarabei che trafficano piamente con l'escremento di cristiano, oppure le umili creature | che talvolta è possibile vedere | cercando con pazienza fra le rocce, | alzando sassi, scostando cespugli; | son compagni di viaggio silenziosi, | lucertole, millepiedi, scorpioni, | conigli solitari, qualche vecchio | ... | che sembra pregare, sopito | nel lunghissimo inverno della carne. Ma quando la vita si affaccia al Mistero che le risponde Nulla, o quando si fronteggia col Nulla che in scambievole rimando le risponde Mistero, che dire di quella inquietante milizia di aquile, arcangeli di rostro e d'artiglio e non di spada, che in lentissime ruote imperscrutabili | attentamente esaminano il mondo | e a tratti con un grido | ... | si gettano su un essere vivente? E' l'Io narrante a rispondere, anzi a sollevare una selva di grida, eretiche perché Dio lo esigono a modo loro, tutto e subito. L'Io narrante si erge arrogante come Salomè, la bambinaccia di Wilde, quando, dopo le blandizie, pretende Iokanaan coprendolo di contumelie: "Il tuo corpo è orrendo. E' come il corpo di un lebbroso. E' come un muro di gesso su cui sono passate le vipere; come un muro di gesso nel quale gli scorpioni hanno fatto il nido. E' come sepolcro imbiancato pieno di cose nauseabonde" (O. Wilde). E così Scarselli: Malvagio Iddio, chi può farneticare | ancora di sapienza e misericordia | se porti nel tuo ventre di madre | ... | soltanto questo feto vizioso | della Morte. L'Io narrante però è loico, il che non gli impedisce d'essere voce clamante nel deserto: profetizza per chi? per quanto di dogmaticamente si trova già rivelato su Dio nei credo dei vari culti religiosi? No: qui la rivelazione al contrario è fatta a Dio dall'uomo che si dichiara: io sono così, ti cerco (l'esplorazione e il poema ormai volgono al termine) e tu sei così; il protagonista-eremita presenta questi due dati. Forse anche Tu | per l'orrore di quello che hai fatto | versi lacrime e sangue |... | Forse anche Tu | sei un essere imperfetto e infelice | ... capace d'amare soltanto | perché amare è la più grande imperfezione: | gli esseri assoluti e perfetti | non conoscono l'amore... | divorano la luce abbagliante | della loro narcisistica bellezza. Il terzo dato, per risolvere il teorema, è la finale acquiescenza dell'anima che si rassegna alla vecchiaia, alla sofferenza, alla morte, e che si accuccia quasi in posizione fetale pronta ad essere risucchiata dal divino appetito di eterno ritorno: Chiunque Tu sia, | Dio o voracissimo essere, | ... | ti prego, non farmi più male | del possibile, quando consumerai | su di me il tuo terribile stupro | e poi digerirai il mio io | nel silenzio del tuo talamo altissimo.

Anche Eretiche grida, come i libri precedenti e quelli successivi, riscopre, e innova insieme, la narrativa in versi propria dei poemi; con essi forma un ciclo, in quel percorso di cui dicevo, che prendendo le mosse dalla biologia vuol pervenire alla metafisica: il tratto di un ardito ponte che partendo da stilemi arcaico-rinascimentali propone una concezione di espressione duemilistica estranea a quanto finora poeticamente prodotto nel Novecento. Anche Eretiche grida raggiunge in sé tale compiutezza che potrebbe vivere di vita propria senza gli ascendenti delle opere che lo precedono (e, a loro volta, le lasse che lo compongono potrebbero in qualsivoglia antologia comparire come significative e perfette liriche autonome) e inoltre possiede, proprio nel suo teorema, la chiave definitiva di lettura delle opere precedenti e di quelle che poi sono seguite.

Recensione
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