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Perché si scrive di ogni opera scarselliana che è esente da egoismo? In effetti, potrebbe anche sembrare, essendo sempre presente nei suoi poemi un lo Narrante che ci conduce attraverso le peripezie di una storia; ma tale lo Narrante è solo elemento d'uso ai fini della dimostrazione dei teoremi scarselliani, i quali vogliono o finiscono con l'offrire al lettore il reale e il virtuale d'un vissuto — una sorta d'inchiesta su esperienze esistenziali di varia specie — che poi diviene esemplare metafora propedeutica al recupero dello smarrito senso etico contemporaneo. Di questo senso etico infatti, a dispetto di letture superficiali, Veniero Scarselli è una roccaforte, un sacrario, un autentico Monte Athos, lui in persona.

Il lettore a questo fine è condotto attraverso la poematica di Veniero ispiratamente e insieme sapientemente fantasmagorica con l'epico fregio della sua fantasia. Veniero infatti è stato sempre, e sempre rimane, poeta-narratore che sceglie nelle sue lasse il tono affabulatorio che induce subito alla immediatezza della comunicazione, che fa sentire l'eco degli incipit delle favolose storie di Sheherazade: "nella popolosa città di Bagdad...". Quante storie di "Mille e una notte" iniziavano così! Il ritmo è quello; si considera l'avvenuto, da parte del Narratore, con la stessa valutazione dei fatti che offriva Sinbad il Marinaio facendo il punto d'ogni sua avventura. Ogni volta si apre la pagina a un palcoscenico degli eventi dalle grandiose quinte, eppure a misura d'uomo, nel teatro della vita e della mente e nella prospettiva metafisica della angolatura del pensiero umano: ne seguiamo la rappresentazione senza accorgerci che stiamo abitando il teorema della metafora scarselliana: per prodigio di penna, infatti, essa si fa inavvertibile, si veste da vicenda o da suggestiva "Istoria" come negli antichi poemi cavallereschi.

Di questa inimitabile unicità del Poeta e Maestro è ancora una volta testimone il sedicesimo poema Genesis - Fiaba della guerra e della pace la cui prima proposizione sta appunto nel titolo, ma subito si dilata diversamente nell'elegante capriola dell'incipit, in cui non si parla propriamente al presente di guerra e di pace, ma si compie uno zoom panoramico sul risultato della pace distrutta dalle guerre; ci si colloca quindi non in un cominciamento ma in un divenire in essere, un passato-presente-futuro come nella Storia, in cui tutto persiste e, in commista contaminazione, ciclicamente ritorna. Si addicono a questo incipit le linee metafisico-surreali del Dalì raffigurate sulla copertina del volume, anche se qui viviamo sulla pagina qualcosa di più avveniristico rispetto a quella rappresentazione premonitrice: qui viviamo, in una specie di Day After, l'avvenuta distruzione della Terra da parte degli stessi uomini.

Ma finita la potenza distruttiva delle guerre stellari, ridotta la Terra ad un deserto lunare privo di vita animale e vegetale, eccoci all'avventura del tentativo del recupero dell'Eden da parte di un sopravvissuto; il quale conserva, consolante, alla maniera di Robinson Crusoe, la tenue naufraga speranza di trovare l'ultimo angolo di verde miracolosamente rimasto indenne. Il Poeta non trascura l'albo meraviglioso delle immagini, e come in un bellissimo fumetto artistico colmo di suspence, egli con l'ausilio d'una vecchia mappa ci porta, dopo un lungo cammino nel deserto, alla scoperta di quell'ultimo anglo di verde terrestre protetto da alte montagne, ove gettare l'ancora dell'auspicabile salvezza e dove vivono certi anacoreti, abitanti occulti del luogo; ma essi declinano la richiesta d'asilo, poiché la loro estasi-meditazione chiusa a riccio non può comunicare con quella questuante, francescana, del "Buon Sopravvissuto".

Il cammino allora riprende, alla ricerca del luogo a lui destinato; la drammaticità insostenibile della catastrofe terrestre è ormai lontana, ed egli presto trova finalmente un luogo in cui il fermento di vita, testimoniato dalla florida vegetazione e dalla consolatrice presenza rinascimentale-barocca ma anche romanica-medievale di un molteplice bestiario, è conferma e premio del ritrovamento del luogo predestinato. Nella sponda ritrovata di questa felice oasi, in questo animato Cantico delle Creature, l'abilità dell'Autore non lascia perdere il filo della suspence che regge sempre l'interrogarsi (e l'attenzione) del Lettore per quello che potrà ancora accadere. E infatti accade: al Sopravvissuto, all'inizio rassicurato e rianimato dalla pace idilliaca del luogo, a poco a poco succede involontariamente – quasi con l'innocenza giocosa e capricciosa del fanciullo – di risvegliare la pianta del Male che purtroppo ha sede antica nel suo Dna umano e che da giocosa irrequietezza d'indagine si fa a poco a poco aggressività di conquista e possesso. Così tradisce i begli archetipi che ci aveva fatto intravedere: S. Francesco, l'Hippy felice, la New Age, 1'Emile, il Buon Selvaggio, l'Armonia Universale. Per fortuna, nuovo basilare tassello, si inserisce una sorta di Superlo che comincia a martellarlo di rammarico, ma senza possibilità apparente di soluzione. Si veda in quanti tasselli si articola questa vicenda-metafora costringendoci a guardare nel profondo pozzo della suspence volta all'epilogo! Il quale finalmente arriva, luminoso e dapprima impercettibile, infine epifanico, filosoficamente e dottrinalmente sconvolgente! Epilogo, esso da solo, da offrire tema di infiniti dibattiti.

Arretriamo un momento alla precedente poematica dell'Autore: ci ha indotti spesso a raffrontarla con una psicoanalitica odissea d'un moderno Ulisse, ma sempre nel mito iniziatico della peregrinazione, e anche qui ci aspetteremmo di rivivere l'esortazione dell'Ulisse dantesco a seguire "Virtute e Conoscenza". Ma quest'ultima "storia" di Scarselli è con finale a sorpresa; ecco invece qual era il traguardo della lunga suspence: un quieto ma dinamitardo attentato alla superfetazione di dogmi occidentali; ecco lanciata la splendida pietra dello scandalo, ecco dove l'Illuminazione estrema, sotto forma d'Amore, vuoi divino, vuoi umano, vuoi nutrito del dono della poesia, porta il "Buon Sopravvissuto" (sopravvissuto anche al rovello della propria ragione): a mostrare come la dimensione del tempo risieda unicamente nell'animo umano, nella sua viziosa, ricorrente ricerca proprio della Conoscenza, ingannevole Fata Morgana/scaturita dal vizio della Ragione. Il Sopravvissuto è sospeso fra la nostalgia dell'Eden perduto ed il Male da distruggere, fino alla rivelazione luminosa d'un "Così Sia" d'Amore, uno stato di Grazia che conduce a perseguire la semplice virtù di essere, paghi di questo soltanto, «come tutte le umili creature | protette dalla grande foresta | che nascono, amano e muoiono | contente d'avere vissuto | seguendo soltanto Virtute | e rinunciando all'ingannevole Conoscenza».

1 sostenitori della Conoscenza, e soprattutto della Ragione ad ogni costo, potrebbero suggerire che è proprio la lunga iniziazione ad essa che ha portato l'Io Narrante del "Buon Sopravvissuto" — il Poeta stesso, ex scienziato — all'epifanica scoperta, la quale però è divario, varco che si apre d'improvviso proprio tra lui e la Ragione, tanto più profondo dopo la scoperta che il cuore umano, se volto alla Virtute, non necessita di una Conoscenza proveniente dalla Ragione. Così il Poeta si monda dal Peccato Originale: Ommnia munda mundis, sia ciò riconquista del mitico Eden, o prospettiva paradisiaca, o raggiungimento del Nirvana.

Incomparabile, il Poeta potrà concludere il suo sedicesimo poema con la coscienza di conoscere la Luce che ora può vedere in semplicità e sempre più irresistibilmente vicina da cui sa di essere atteso. E' una chiarezza consolatoria, come si evince dai due splendidi versi a suggello dell'opera: Ma ora la morte non è più | il castigo per essere vissuti.

Recensione
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