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Il mare delle nuvole

Nell’officina poetica di Paolo Carlucci

Tento di leggere il percorso poetico di Paolo Carlucci, dal primo libro “Canti di Tuscia”, passando per “Strade di versi”, fino all’ultima pubblicazione del 2014 “Il mare delle nuvole”.

Nel primo, “Canti di Tuscia” del luglio 2010, il poeta è un tutt’uno con il paesaggio che descrive, seminatore e raccoglitore al tempo stesso di suggestioni, luci e voci del mondo amato che l’attornia, in una stesura vibrante, sempre ben controllata dal nerbo del pensiero.

Ricordi, percezioni e riflessioni si compendiano in una fenomenologia da coscienza luminosa, in una osmosi di esperienze sensoriali del passato e del momento, alla ricerca dell’Eterno.

Nel secondo libro “Strade di versi” s’avverte l’esigenza di una ricognizione e ristrutturazione del linguaggio poetico. Il verso si fa teso, conciso; spesso omessi i termini della proposizione, aumenta la perizia compositiva. Passiamo da una poesia prevalentemente evocativa e spirituale a una poesia di ricerca, razionale, intellettuale, di lettura critica del sociale.

Il ritmo si fa ossatura di una strada di senso incalzante e rigorosa. Viene ridotto il piacere estatico della descrizione e dell’evocazione, la materia del comporre è solida cifra di una propria definita espressività.

Inizia la caccia all’esattezza, alla concisione, alla parola-immagine quale unità di significanza e risonanza, unità minima del processo di versificazione.

L’imprevedibilità delle associazioni e degli scatti semantici non alterano il flusso del discorso, il progetto concreto del racconto. Il linguaggio è progettato e strutturato in duttile condensazione.

Il poeta, sedotto dall’operare creativo, mira a coniugare l’essenza con la forma, volendo superare la famigerata antinomia.

Assieme alla sacrosanta ambizione dell’io poetante, compare la genuina necessità di dire l’indicibile, il piacere del gioco compositivo, l’entusiasmo per nuove soluzioni semantiche, esplosioni ossimoriche e metafore in un montaggio avvincente.

E qui l’inevitabile bivio. Quanto assecondare la genesi spontanea della poesia e quanto prediligerne la conquista?

Ne “Il mare delle nuvole” la risposta. Il mondo ha perso pace, la luce così agognata a volte sprofonda nell’ombra. Assistiamo al confronto con la contemporaneità, con i temi della denuncia.

Il poeta si distacca dall’emozione per meglio dirla, per dirla con le sue parole, con l’originalità che gli è propria. E per scendere negli inferi della modernità, cosa di meglio che una pungente smagata ironia?

Il timbro si fa espressione di un dinamismo espressivo vorticante, di un Io combattivo.

Ritmo, metrica, intonazione trovano una formula onnicomprensiva simultanea e spiazzante.

Nasce il gusto della poesia-laboratorio, il desiderio di giungere al massimo della organicità possibile.

Il mare delle nuvole” è un libro ben strutturato, suddiviso abilmente in nove sezioni, i cui testi ben fluidificano e dispiegano il messaggio; premono altri confini da varcare, o meglio confini a cui tornare in modo diverso.

L’abilità compositiva a volte può rischiare la fascinazione del montaggio, nel desiderio di assemblare a grandangolo emozioni e percezioni troppo distanti fra loro, sia nel tempo che nello spazio. Questo il rischio. La sperimentazione poeto-linguistica potrebbe avvitarsi su se stessa, non essere più strumento di comunicazione ma ricerca di prodigio.

Ma è proprio sulla soglia di questo rischio che si edifica il poeta-faber.

Quando un poeta si crede con la bacchetta in pugno, direttore che ben possiede la composizione e la tenuta dei suoi orchestrali, questo è il momento che potrebbe scivolare dal podio, sedotto dal suo stesso primo violino.

Non credo sia questo il caso del nostro poeta. Già si scorgono le tracce difensive da questa ipotesi di rischio.

Il nostro poeta non cade dal podio, dà l’idea invece di voler scendere di sua spontanea volontà a … passi scalzi (pag.127), con piedi che battono notturni la terra… perché il miracolo sta nel rosario dei piedi… (pag.269 ).

Queste sono solo mie percezioni di un mutamento che solo il tempo potrà dimostrare, mie supposizioni, nate dalla lettura di alcuni versi-lapsus, nei quali ho creduto di leggere l’albore di un mutamento prossimo, la necessità di vivere maggiormente il corpo e tutto ciò che al corpo si connette.

E cosa meglio che i passi scalzi per aderire al cammino che più aderisce alla terra? E alla vera poesia?

Recensione
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