Servizi
Contatti

Eventi



La poesia negli Stati Uniti d'America

4 - Il Settecento e il sogno americano

Data la durezza iniziale della vita nelle colonie inglesi d’oltreatlantico, non deve sorprendere che alle esaltazioni di bellezze, ricchezza, nuove possibilità di lavoro e prosperità nel nuovo mondo, estese da scrittori colti anche ai fini di una promozione dei territori di recente scoperti, si affianchino fin dal Seicento lamentazioni in forma di satira sulle condizioni tutt’altro che attraenti in cui un emigrante o ancor più un indentured servant europeo poteva venire a trovarsi. Diciamo subito che gli indentured servants erano persone – uomini e donne – che, non avendo mezzi di fortuna, o credito, per affrontare le spese della traversata e della sussistenza iniziale, si offrivano di prestare la loro opera presso qualche ricco possidente per un numero prestabilito di anni (non oltre i sette) praticamente in qualità di schiavi. Tanto che in quel periodo non ricevevano salario e non potevano né sposarsi né avere figli. Se una donna restava incinta, veniva prolungato automaticamente il periodo di servizio pattuito. Era loro permesso, tuttavia, guadagnare qualcosa con lavoretti extracontrattuali. Eppure si calcola che il 75% della popolazione bianca attuale sia costituita dai discendenti di questi poveracci.

Composizioni in versi antiamericane e satire in forma di ballata, dapprima trasmesse oralmente, ci sono giunte per lo più anonime: destino di molta poesia popolaresca. Si insisteva sul fatto che l’America era del tutto inesplorata, selvaggia e piena di pericoli; sulla rozzezza dei pionieri e colonizzatori; sugli eccessi del Puritanesimo; sul duro lavoro che attendeva i nuovi arrivati…

Troviamo così che la prima canzone popolare americana, risalente al 1643, appartiene a questo genere; non se ne conosce l’autore, e prende titolo da ‘i disagi del New England’: New England’s Annoyances.

La doppia tradizione – pro e contro – perdura nel secolo successivo. E’ del 1708 The Sot-Weed Factor, per l’appunto del ‘mercante di tabacco’ (ossia dell’erbaccia che intontisce) Ebenezer Cook, attivo prima a Londra, poi nel Maryland dove ereditò la piantagione del padre nel 1712. Ma Cook ha un atteggiamento sofisticato: satireggia in realtà, attraverso il racconto in prima persona di un inglese fallito in tutto ciò che ha intrapreso in Inghilterra, i pregiudizi degli sprovveduti che arrivano dall’altra riva dell’Atlantico con idee sbagliate. Vale la pena di registrare qui, comunque, per il suo grado di realismo, l’evocazione di una di quelle ‘schiave pro tempore’ cui abbiamo accennato sopra… Ospite di un modesto piantatore, durante una sosta, l’inglese partecipa alla cena e alla bevuta di prammatica: poiché quasi non si regge viene accompagnato al letto

By one who pass’d for Chamber-Maid;
Tho’ by her loose and sluttish Dress,
She rather seem’d a Bedlam-Bess:
Curious to know from whence she came,
I prest her to declare her Name.
She Blushing, seem’d to hide her Eyes,
And thus in Civil Terms replies:
In better Times, e’er to this Land,
I was unhappily Trapann’d;
Perhaps as well I did appear,
As any Lord or Lady here,
Not then a Slave for twice two’ Year.
My Cloaths were fashionably new
Nor were my Shifts of Linnen Blue;
But things are changed now at the Hoe,
I daily work and Bare-foot go,
In weeding Corn or feeding Swine,
I spend my melancholy Time.
Kidnap’d and Fool’d, I hither fled,
To shun a hated Nuptial Bed,
And to my cost already find,
Worse Plagues than those I left behind.

(…da una che passava per cameriera, | sebbene dall’abito trascurato | piuttosto sembrasse una matta di manicomio: | curioso di sapere donde venisse, | con insistenza le chiesi il nome. | Lei, arrossendo, parve nasconder gli occhi, | e così civilmente rispose: | In tempi migliori che in questa terra | venni miseramente ingannata; | mi presentavo altrettanto bene | che qualunque signore o signora di qui, | non allora schiava per due volte due anni. | I miei abiti erano nuovi e alla moda | né era di rustico lino la biancheria; | ma le cose ora son del tutto cambiate, | ogni giorno lavoro e vado scalza, | diserbo il grano e nutro i porci, | così passo triste il mio tempo. | Rapita e truffata, qui son fuggita | per evitare un odiato letto nuziale, | e a mie spese ora trovo | mali peggiori di quelli che ho lasciato.)

Il quadro non potrebbe essere meno invitante!

     
Cippo comemorativo di Ebenezer Cook

Richard Lewis

Timothy Dwight

Se vogliamo invece credere al Food for Critics (traducibile come ‘pane per i critici’), un poemetto di Richard Lewis (1700-1734), gallese di buona cultura emigrato nel Maryland, la terribile American wilderness era in realtà un luogo incantevole e incantato, abitato dagli elfi. Le varie voci e i canti degli uccelli erano tali da poter suggerire nuove forme e nuovi ritmi ai poeti, secondo il concetto classico che la natura è maestra all’arte. La natura americana è per lui superiore ai classici come fonte di ispirazione letteraria. Nottetempo gli spiriti degli indoamericani ritornavano alle terre dove avevano vissuto, poiché le trovavano superiori ai Campi Elisi.(Fonte: Pennsylvania Gazette, 17 luglio 1732). Richard Lewis è tra i primi autori a fare uso di personaggi indiani in modo memorabile nella sua lirica e fu con ogni probabilità il miglior poeta neoclassico dell’America coloniale. Durante la Rivoluzione i suoi scritti andarono perduti ed è solo dal 1968 che gli studiosi ne ritrovarono traccia.

Anche in America lo stile neoclassico era imperante all’epoca, dall’architettura alla poesia. Lo adottarono i cosiddetti Hartford Wits, o begli spiriti del Connecticut, quali Timothy Dwight, John Trumbull, Joel Barlow, David Humphreys per i quali massimo modello era l’inglese Alexander Pope. Vale la pena di ricordare The Hasty Pudding, un poemetto eroicomico in tre canti di Joel Barlow, deista e radicale laureato a Yale, in lode della vita naturale, della dieta semplice, delle virtù domestiche. Ma citiamo più volentieri qualcosa dall’opera di altre due penne famose all’epoca e valutate anche ai nostri giorni: la poetessa negra Phillis Wheatly (1754-84) e Philip Freneau (1752-1832) con il quale già si avvertono segni di preromanticismo. Pure la vita di questi due personaggi ci appare quanto mai significativa in rapporto al loro tempo e alle idee che ebbero sviluppo nei secoli seguenti.

Phillis Wheatly ha una storia che, a parte la sua fruttuosa dedizione alla poesia, non può lasciare indifferenti: rapita bambina all’Africa natale, fu venduta come schiava a Boston nel 1761 a John Wheatly. Fu presto chiara la sua straordinaria intelligenza, tanto che la figlia di chi l’aveva acquistata, Mary, la educò e istruì con amore; il figlio Nathaniel la condusse con sé a Londra, nel 1773, quando già la ragazza aveva cominciato a pubblicare poesie sui giornali locali fin dall’età di tredici anni. In Inghilterra ebbe notevoli successi: la contessa di Huntingdon e il conte di Dartmouth la presero sotto la loro protezione e il suo volume di versi Poems on Various Subjects , Religious and Moral uscì a Londra quello stesso anno. Ma in settembre Phillis decise di tornare a Boston per la grave malattia della padrona Susanna Wheatly, che le concesse la libertà e morì l’anno successivo. Nel 1778 vennero a mancare pure John e la loro figlia Mary W. Lathrop. Nell’aprile del ’78 Phillis aveva sposato un negro libero, John Peters, dal quale ebbe tre figli che morirono tutti nell’infanzia e dal quale in seguito pare sia stata abbandonata. Priva dell’appoggio dei vecchi padroni, spesso malata e con problemi finanziari, la ragazza morì sui trent’anni dopo avere lavorato negli ultimi mesi di vita in una pensione. Eppure fu una dei poeti più popolari dell’ epoca: il suo libro ebbe cinque edizioni in America prima del 1800. Ma i diritti d’autore che ricevette furono assai scarsi… In Inghilterra, dove già era stato deciso di presentarla al sovrano Giorgio III, la sua vita sarebbe stata diversa: gli affetti che la riportarono in America e quanto ne seguì ne fanno oggi ai nostri occhi una sorta di emblema della condizione di negra e insieme di artista in un ambiente che non poteva, per vari motivi, esserle propizio, a parte la disposizione individuale di alcuni.

Lasciando all’eventuale curiosità del lettore la ricerca delle sue davvero notevoli liriche celebrative (in particolare “On the Death of the Reverend Mr. John Whitefield ” famoso come predicatore nella seconda metà del secolo, “To S.M., a Young African Painter, on Seeing His Works” cioè a Scipio Moorhead, anch’egli educato e istruito nell’arte per iniziativa del proprio padrone, nonché altre dedicate a nobili inglesi) ricordiamo qui la lunga composizione “Niobe in Distress for Her Children”, ricca di riferimenti ai classici latini e alla pittura contemporanea: e c’è chi vuole vedere in quella Niobe dolente un riflesso della sua vicenda esistenziale. Decisamente autobiografica la brevissima “On Being Brought From Africa to America” (“Sul proprio trasferimento dall’Africa all’America”), ingenua e al tempo stesso assai personale nella sua autenticità accentuata dalla voluta colloquialità del linguaggio usato, quasi un invito ai bianchi meno colti:

‘Twas mercy brought me from my Pagan land,
Taught my benighted soul to understand
That there’s a God, that there’s a Saviour too:
Once I redemption neither sought nor knew.
Some view our sable race with scornful eye,
“Their colour is a diabolic die.”
Remember, Christians, Negroes, black as Cain,
May be refin’d, and join th’angelic train.

(Fu grazia misericordiosa che mi portò via dalla mia terra pagana, | che insegnò alla mia anima ottenebrata a capire | che c’è un Dio, che c’è anche un Salvatore: | un tempo non cercavo né sapevo di redenzione. | Alcuni guardano con disprezzo la nostra pelle nera, | “Il loro colore è una tinta diabolica.” | Ricordate, Cristiani, i negri, scuri come Caino, | Possono raffinarsi e unirsi a schiere angeliche.)

In quanto a Philip Freneau, laureato a Princeton nel 1771, poeta e patriota, redattore di giornali, capitano di navi mercantili, nella sua lunga vita (morì a ottant’anni per essersi perduto in una tempesta di neve dopo una serata in taverna) conobbe l’amicizia di grandi personaggi ma, durante la Guerra di Indipendenza, pure la durezza della prigionia su una nave inglese dalla quale uscì indebolito per qualche tempo nel fisico. Noto ai contemporanei come ‘il poeta della Rivoluzione Americana’ (erano celebri pagine quali “The British Prison Ship”, ‘la nave-galera inglese’; le satire “Political Litany” e “George the Third’s Soliloquy”; l’elegia “To the memory of the Brave Americans”e varie altre), in realtà diede notevoli liriche ispirate alle bellezze naturali del nuovo mondo (“The Wild Honey Suckle” ossia ‘il caprifoglio selvatico’;; “To a Caty-Did”, cioè un grosso insetto del genere cicada indicato per mezzo del verso che emette; “To a Waterfowl”, o uccello acquatico; “To the Fringed Gentian”, o genziana frangiata, ecc.) e al mondo degli indiani, di cui aveva gran rispetto. Lo affascinavano, in particolare, la loro esistenza a stretto contatto con la natura e secondo i suoi ritmi, nonché certe loro credenze e usanze a sfondo religioso: in “The Indian Burying Ground”, ‘Il cimitero indiano’, accenna inizialmente al costume di seppellire i defunti seduti, invece che distesi. E prosegue significando approvazione, con spirito già incline a molti aspetti della sensibilità romantica:

The Indian, when from life released,
Again is seated with his friends
And shares again the joyous feast.
            His imaged birds, and painted bowl,
            And venison, for a journey dressed
            Bespeak the nature of the soul
            Activity, that knows no rest.

. . .

There oft a restless Indian queen
(Pale Shebah, with her braided hair)
And many a barbarous form is seen
To chide the man that lingers there.
            By midnight moons, o’er moistening dews,
            In habit for the chase arrayed,
            The hunter still the deer pursues,
            The hunter and the deer, a shade.

(L’indiano, quando liberato della vita, | di nuovo siede con gli amici | ne condivide la allegra festa. | Le figure di uccelli e la coppa dipinta, | e la cacciagione preparata per un viaggio | significano la natura dell’anima, | attività che non conosce riposo. . . . . || Là sovente un’inquieta regina indiana | (pallida Sheba dai capelli a trecce) | e molte forme barbariche si vedono | rimproverare chi vi si attarda. | Alla luna di mezzanotte, sopra umide rugiade, | In abiti da caccia, | il cacciatore ancora insegue il cervo, | il cacciatore e il cervo, ombre.)

Allo stesso tipo di ispirazione, e alle teorie sul ‘buon selvaggio’, corrisponde “The Indian Student”, ispirato alla figura di un giovane pellerossa che, dopo avere compiuto studi a Harvard, scelse – con sorpresa di tutti i bianchi -- di tornare alla sua tribù e al suo precedente stile di vita.

A mo’ di chiosa si può osservare che molte persone, dopo essere state rapite dagli indiani al loro mondo civile, se adottate da qualche famiglia tribale e avendo quindi provato sino in fondo quel tipo di esistenza, sceglievano di restare con i loro rapitori. Va messa in conto, riteniamo, anche la difficoltà estrema di certe esperienze pionieristiche, o forse il senso di costrizione ingenerato da un credo puritano eccessivamente repressivo…


Materiale
Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza