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Citazioni da uno specchio
A proposito di Sylvia Plath (1932-1963)

Trieste, 16 ottobre 2008
Circolo Aziendale delle "Assicurazioni Generali"
nell'ambito del ciclo di incontri
L'altro sguardo: poetesse che leggono poetesse
organizzato da Claudio Grisancich

"You are too clever to live!"
(Henry James, The Pupil)

La nota romanziera americana Joyce Carol Oates intitola un suo meditato saggio – posto a introduzione della prima edizione Oscar Mondadori, aprile 2004 – “L’agonia del Romanticismo: la poesia di Sylvia Plath”. In realtà, come lei stessa riconosce, non vi si tratta solo della fase terminale di un grande periodo letterario che, avendo ormai esaurito slancio iniziale e piena travolgente maturità, mostra le corde, per così dire, cioè non riesce più a nascondere i propri aspetti oltranzisti o gli squilibri e le insufficienze dei suoi ultimi cultori. Come tanti altri commentatori della produzione lirica e narrativa di Plath, la Oates si trova a dover fare i conti con la specificità dei rapporti familiari e, soprattutto, con i complicati problemi psicopatologici di una mente e di una sensibilità di rara acutezza inevitabilmente costrette a confrontarsi con le crude o magari soltanto banali realtà dell’umana condizione.

Nessuno, che io sappia, pone in dubbio l’altezza, la validità e smagliante intensità della scrittura di questa meteora del firmamento letterario americano: Oates, caso mai, pone sotto accusa in massima parte la temperie culturale in cui la fanciulla, la ragazza, la sposa e presto madre di due bimbi si trovò a vivere. Già ci si aspettava, ad esempio, che una donna studiasse e poi eventualmente lavorasse come e quanto un uomo: senza che per questo venisse meno l’insuperabile diritto/dovere della meravigliosa togetherness, cioè lo ’stare insieme’ di uomo e donna in legittimo e fedele matrimonio. Molto malvisto il divorzio, anche se legalmente permesso. Ma Sylvia, come del resto tante altre, si trovò senza sufficiente aiuto domestico quando più le sarebbe stato necessario: madre di figli piccoli ma invasa e quasi travolta – è il caso di dirlo – dalla propria istanza espressiva in campo creativo. La parte più abbondante e interessante della sua produzione appartiene infatti agli ultimi mesi di vita, poco prima del suicidio avvenuto l’11 febbraio 1963 nella sua stessa casa, con i bambini che dormivano al piano di sopra.

Sylvia può anche apparire oggi come una vittima del proprio perfezionismo. Una che pareva volere tutto, perfetto e subito. Da sé stessa e dagli altri. O come una Emily Dickinson – di cui ricorda a volte le straordinarie uscite, i fulminanti paradossi, gli inattesi accostamenti di concetti oggetti situazioni immagini – che avesse perduto, o dimenticato di considerare, l’aspetto spirituale – cioè evolutivo attraverso esperienze ahinoi di sofferenza più che di gioia – connaturato invece alla poetessa di Amherst, anche quando magari con il Padreterno ci litigava e lo ingiuriava con l’impertinente genio inventivo che soltanto lei, Emily, possedeva.

Per parlare utilmente di una autrice tanto complessa, mi pare opportuno premettere al discorso critico alcune succinte note biografiche…

Sylvia nacque il 27 ottobre 1932 a Boston da Otto Plath, di origine prussiana, entomologo autore di un trattato sui bombi (imenotteri della famiglia delle api) che insegnava biologia alla locale Università. Molto autoritario in casa, favorito forse dal fatto che la moglie Aurelia Schober, lei pure di origine tedesca, aveva ventun anni meno di lui ed era stata sua allieva. Per decisione del marito Aurelia lasciò l’insegnamento subito dopo il matrimonio, assistendo tuttavia in privato il consorte nell’attività di docente e ricercatore.

Nel ’35 nacque Warren, delicato di salute cosicché Aurelia concentrò su di lui le proprie attenzioni e Sylvia crebbe assai sovente affidata ai nonni. Tuttavia la figura genitoriale preponderante restava per entrambi quella della madre, generosa di cure fisiche e sollecitazioni mentali: fu attraverso le sue letture ad alta voce di racconti e poesie che Sylvia presto scoprì la propria vocazione. Il che venne anche a compensare la crescente freddezza di un padre assorbito dagli studi e presto malato gravemente di diabete. Il professor Plath rifiutò anzi di curarsi ai primi sintomi, assorbito com’era dall’attività accademica, e fatalmente il progredire della malattia lo condusse a morte – dopo l’ormai inutile amputazione di un piede cancrenoso – nel novembre 1940.

La madre nel ’42 poté provvidenzialmente rientrare in servizio alla sua vecchia università, riprendendo a tenervi dei corsi. La famiglia da Winthrop si spostò a Wellesley, cittadina, sempre nei pressi di Boston, dove scuole e opportunità culturali erano migliori. Sylvia si mostrò subito allieva eccezionalmente dotata e raccolse riconoscimenti precoci anche come autrice in erba di versi e brevi racconti. Arrivò appena adolescente a pubblicare su riviste note, come Seventeen e Harper’s Magazine, ma un periodo depressivo dovuto al rifiuto della sua domanda di essere ammessa al corso di scrittura di Frank O’Connor allo Smith College di Northampton (l’Istituto Universitario dove si era iscritta nel 1950) la spinse a un primo tentativo di suicidio, per fortuna sventato appena in tempo. La disavventura le fornì comunque ispirazione e informazioni utili per la stesura, nel 1962-63, del primo (e unico) romanzo The Bell Jar, tradotto poi in Italia come La campana di vetro.

Dopo un paio di relazioni amorose abbastanza inquiete con giovani studiosi della sua cerchia familiare o universitaria, Sylvia incontra Ted Hughes, il poeta inglese che la conquista fino alla conclusione matrimoniale: in Londra, il 16 giugno 1956.

Trascorreranno la loro vita in parte nella capitale britannica e parte sulla East Coast, in rapporto ai loro impegni di lavoro o all’impulso momentaneo. Finiscono per comprare una antica casa in campagna, una grande casa con vasto giardino in un paesino del Devon, realizando un loro vecchio sogno. Nel 1960 Sylvia aveva pubblicato The Colossus & Other Poems da Heinemann. Di lì a poco nasce Frieda, la prima bambina. Nel 1962 arriva il secondogenito Nicholas, ma già fra gli sposi vi sono momenti di tensione e disaccordo. Quando Sylvia scopre che Ted ha un’amante, subito lei decide per la separazione: non senza l’incubo latente, certo, di ripetere la vicenda materna della solitudine con due figli piccoli.

Pensa di tornare a Londra, di cercare un aiuto per i bambini che le renda possibile scrivere. Ma a Londra la situazione precipita nonostante la frequente presenza e assistenza di Ted. Nel 1963 esce La campana di vetro in Inghilterra, mentre viene rifiutato in America. Limitato il successo di critica. Il 2 febbraio ha luogo forse un tentativo di riconciliazione con il marito. Nove giorni dopo, il suicidio.

Sylvia Plath in immagini giovanili

°  °  °

 

Sylvia Plath e il marito Ted Hughes.

Un’esistenza di questo genere, lacerata (è il caso di usare un termine forte) tra le incombenze di donna normale e le aspirazioni a realizzarsi come scrittrice di alta intellettualità fa sì che la nostra autrice sia divenuta uno degli emblemi delle lotte e tensioni femministe. Del resto proprio nel 1958 uscì la celebre opera di Betty Friedan, The Feminine Mystique, questa Bibbia del femminismo, la possiamo definire, a sottolineare le innumerevole ipocrisie e patenti contraddizioni cui era soggetta la condizione della donna nei ‘tranquillized fifties’. In effetti non si vede come una persona, diciamo di media resistenza fisica ed emotiva (e la Plath era insidiata da tendenze depressive dovute a quello che è oggi il suo diagnosticato squilibrio mentale), potesse, se non in una condizione particolarmente fortunata soprattutto in senso economico, realizzarsi compiutamente come donna e inoltre come protagonista, o comunque partecipe, del mondo del lavoro.

Giravano per l’aria molte altre irrequietudini… Del 1956 è la famosa poesia di Allen Ginsberg, Howl (L’urlo) protestataria per eccellenza riguardo alla società americana: recitata più e più volte in pubblico dinanzi a svariate platee di varie città, secondo l’usanza dei public readings invalsa in quegli anni a contrasto con la vita più appartata di pur grandi autori della precedente generazione come Ezra Pound, William Carlos Williams, Robert Lowell. Andavano dilagando la moda hippy, la rivoluzione sessuale, l’umore vagabondo dei ‘figli dei fiori’, le dimostrazioni pacifiste – in special modo contro la guerra in Viet Nam di cui troppo tardi si capirono le profonde motivazioni – le manifestazioni antirazziste, pro-amerindi anticamente espropriati, o semplicemente i cortei contro le ipocrisie borghesi o capitaliste e così via.

Tornando alla nostra poetessa, la fragilità psichica pareva aggravare per lei le ragionevoli pretese di un mutamento nella concezione dell’esistenza al femminile sostenute da Betty Friedan e dalle sue seguaci. La rapidità stessa della separazione da Ted, al primo tradimento coniugale di lui e con due bimbi in tenera età nati da un recentissimo matrimonio, lascia per lo meno perplessi. Una volta ancora ci ricorda il futile motivo del suo primo tentato suicidio. Esistono tuttavia inevitabili collegamenti fra atteggiamento nei confronti della vita -- minato da anormalità psichica – e quadro generale, esiti estetici, splendori e durezze della produzione lirica…

“Il volo dei bombi” è un racconto, poi incluso nella raccolta di prose Johnny Panic and the Bible Dreams (1977), quanto mai significativo in rapporto a ciò che rappresentò per lei la figura paterna. Raccoglie l’intero arco di sviluppo dei sentimenti infantili della poetessa sino alla precoce morte del genitore. Un padre evidentemente idolatrato: non è casuale quell’incipit:

In principio c’era suo padre, che la lanciava in aria, così in alto che le si mozzava il respiro in gola, e poi la afferrava al volo e la avviluppava in un abbraccio potente. Se gli appoggiava l’orecchio al petto, sentiva il rombo di tuono del suo cuore e il pulsare del sangue nelle sue vene, simile al galoppo di cavalli selvaggi.

Va da sé che quel padre “era un gigante”. In realtà la bimba gli fornisce addirittura, senza mai affermarlo chiaramente, connotati divini. “Alice” (questo il nome di copertura della protagonista) “lo adorava per la sua potenza, e tutti gli ubbidivano, perché lui sapeva tutto e non dava mai giudizi sbagliati”. Per di più “Alice Denway era la cocca di suo padre”, ecc.

Alla chiusa del breve racconto, Alice avvertirà invece il pulsare del cuore di lui

come il battito morente di un tamburo lontano”. . . . . . . . “Sperduta e tradita, Alice si girò adagio e uscì dalla stanza. . . . . . . Non sapeva, allora, che nessuno più, in tutta la sua vita, avrebbe camminato accanto a lei, come aveva fatto lui, fiero e arrogante, in mezzo ai bombi”

Nella sua naturalezza e evidenza di ingenuità affettiva che del tutto si attagliano alla figurina infantile, l’intera breve narrazione sarebbe degna di essere citata. Per ovvie ragioni mi dovrò limitare alle poche parole e frasi chiave sopra ricordate. Il sintagma iniziale è biblico, anzi evangelico e tratto dal più intellettualmente elevato dei quattro testi sinottici: quello di San Giovanni, “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio”ecc. La speranza inconscia insita nel ‘lanciare verso l’alto’ è che quella figura semidivina la aiuterà in un imprecisato futuro a salire alle massime vette del sapere e della fama, di cui è padrone. Speranza confermata dalla chiara preferenza che quel padre le accorda. L’uomo è, al tempo stesso, un archetipo di attraente e rassicurante virilità, come rivelano paragoni presi dal mondo naturale più grandioso e selvaggio. E’ un pericoloso imprinting – per usare il termine tecnico corrente – che la bambina subisce: non in rapporto alla figura materna come avviene di norma per molti animali, ma, ahilei, per l’immagine di un desiderabile futuro compagno. Non c’è da stupirsi, in fondo, se nessuno dei tre corteggiatori da lei frequentati, incluso il pur notevole poeta Ted Hughes, poté reggere a tale subliminare confronto. Anche se – e questo complica la situazione, instillando nella bimba un inavvertito, insinuante pessimismo sentimentale – Alice alla fine avverte la morte del padre come ‘tradimento’: si sente, infatti “sperduta e tradita”. Ed esprime tuttavia fin da quei momenti estremi di lui, il timore che “nessuno più” avrebbe eguagliato per lei un tale compagno.

°  °  °

Fra le composizioni in versi, di cui diamo prima la versione originale inglese data la particolare importanza dei suoni nel dettato poetico, “The beekeeper’s daughter” (“La figlia dell’apicultore” da The Colossus and Other Poems, 1960, cit.) rappresenta una realtà esplicativa parallela alla tesi sotterranea del racconto, attraverso nette e splendide immagini di cui era maestra, qui tratte in pratica dal mondo della botanica e dell’entomologia per essere proiettate in quello magico e affascinante dell’espressione lirica. Pure in questo caso rimando alla lettura dell’intero testo poetico, per un totale apprezzamento, ma si possono intanto isolarvi alcuni passi significativi, la cui traduzione nella nostra lingua è dovuta ad Anna Ravano:

A garden of mouthings. Purple, scarlet speckled, black
The great corollas dilate, peeling back their silks,
Their musks encroaches, circle after circle,
A well of scents almost too dense to breathe in.
Hieratical in your frock coat, maestro of the bees,
You move among the many-breasted hives.

My heart under your foot, sister of a stone.

(Un giardino di bocche frementi. Viola, picchiettate di scarlatto, nere | le grandi corolle si dilatano, arrovesciando la loro sete. | Il loro muschio dilaga, cerchio dopo cerchio, | un pozzo di profumi troppo densi quasi per il respiro. | Ieratico nella tua redingote, gran maestro delle api, | ti muovi fra gli alveari dai molti seni, || il mio cuore sotto il tuo piede, sorella di una pietra.)

La figlia bambina sembra avvertire come indifferenza al proprio affetto e colpevole disattenzione la concentrazione del padre nel suo studio scientifico, in quell’accolta sensuale di odori colori e forme in funzione vessillifera – in vista di procreare nuova progenie di fioriture – e nell’incombere delle nozze dell’ape regina cui si accenna nella chiusa: infatti, spietatamente, secondo le leggi naturali:

Father, bridegroom, in this Easter egg
Under the coronal of sugar roses

The queen bee marries the winter of your year.

(Padre, sposo, in questo uovo pasquale | sotto la ghirlanda di rose zuccherine || l’ape regina sposa l’inverno del tuo anno.)

Gli ultimi versi si riferiscono al fuco il cui volo, come noto, sarà premiato dal possesso per la fecondazione, ma sigillato dalla morte del maschio: sottilmente anche a quel suo padre dalla breve vita, che delude le aspettative di sostegno morale e materiale, di aiuto nel cammino dell’esistenza. Di nuovo l’allusione appare chiara: amare, ammirare, vuol dire essere poi traditi…

Definitivo e terrificante – se non forse per quel residuo di esagerata dispettosità ed eccessivo insulto che caratterizza e attenua l’espressione di un odio ancora un po’ infantile – è l’esplosione della lunga lirica “Daddy” (“Papà”) del 12 ottobre 1962. Praticamente quattro mesi prima del suicidio:

You do not do, you do not do
Any more, black shoe
In which I have lived like a foot
For thirty years, poor and white,
Barely daring to breathe or Achoo,

Daddy, I have had to kill you.
You died before I had time
Marble-heavy, a bag full of God
Ghastly staue with one gray toe
Big as a Frisco seal
. . .
I used to pray to recover you.
Ach, du.
. . .
I have always been scared of
you,
With your Luftwaffe, your gobbledygoo,
And you mustache
And your Aryan eyes, bright blue.
Panzer-man, panzer-man. Oh, You
. . .
Any less the black man who
Bit my pretty red heart in two.
. . .

(Non mi vai più, no, | non mi vai più, scarpa nera, | in cui per trent’anni ho vissuto | come un piede, povera e bianca, | senza osare respiro o starnuto. | | Ho dovuto ucciderti, papà. | Sei morto prima che avessi il tempo---- || Pesante come marmo, otre pieno di Dio, | orrida statua con un alluce grigio, | grosso come una foca di Frisco | . . . . . | Pregavo per riaverti, un tempo. | Ach, du. | . . . . . . . . | Mi hai sempre fatto paura, tu, | con la tua Luftwaffe, il tuo ostrogoto, | il tuo baffetto ben curato, | l’occhio ariano, così blu. | Uomo-panzer, uomo-panzer, ah, tu------- |. . . . . . . | sei sempre l’uomo nero che | azzannò e squarciò in due il mio cuore rosso.)

Sono tre intere pagine in cui la figura del padre oscilla fra sembianze hitleriane o perfino vampiresche. Mentre lei, la ex bimba, delusa ormai trentenne anche dal consorte-poeta che l’aveva affascinata e ora tradita, preferisce per sé medesima paragoni con ebrei e zingari.

Come “Daddy”, pure la violenta terribilità polemica di “Lesbos” si trova in Ariel, raccolta pubblicata postuma, nel 1965. Nemmeno qui Plath si perita di usare lessemi i più insultanti ed espliciti su quello che è, in sostanza, un ‘interno con bambini’ pretesto per un accesso di femminismo acuto.

Viciousness in the kitchen!
The potatoes hiss.
It is all Hollywood, windowless,
The fluorescent light wincing on and off like a terrible migraine.
. . .
You say I should drown the kittens. Their smell!
You say I should drown my girl.
She’ll cut her throat at ten if she’s mad at two.
The baby smiles, fat snail,
From the polished lozenges of orange linoleum.
You could eat him. He’s a boy.
You say your husband is just no good to you.
His Jew-Mama guards his sweet sex like a pearl.
You have one baby, I have two.
. . .

(La bile schizza in cucina! | Sibilano le patate. | E’ Hollywood da cima a fondo, senza finestre, | la luce al neon pulsa tormentosa come un’emicrania. | . . . . . . . | Dici che dovrei annegare i gatti. Con quel puzzo! | Dici che dovrei annegare mia figlia, | se a due anni è pazza, a dieci si taglierà la gola. | Il pupo sorride, grassa lumaca, | sulle lucide losanghe di linoleum arancione. | Te lo mangeresti. E’ un maschio. | Dici che tuo marito è una frana. | La sua mamma ebrea gli fa la guardia al sesso come fosse una perla. | Tu hai un bambino, io due.)

Sono altre pagine di odio, estese a somiglianza del discorso rivolto a un’amica pure lei giovane e madre, che seguono di sei giorni (18 ottobre 1962) quelle per il padre. Stavolta il riferimento è invece al marito, ai figli piccoli con ogni evidenza. Sembrerebbero puro veleno non fosse per una disperata affermazione: “O vase of acid, | It is love you are full of. You know who you hate.” (O vaso d’acido, | è di amore che sei piena. Tu lo sai chi odi.).

Perché questa era la terribile contraddizione: non trovare il recipiente giusto, le circostanze possibili.

Lo ripete, con icastica potenza, in altra lirica di quel terribile 1962 (19 aprile): “Elm” (Olmo) sempre in Ariel: “I am inhabited by a cry. | Nightly it flaps out | Looking, with its hooks, for something to love”. (Sono abitata da un grido. | Di notte esce svolazzando | in cerca, con i suoi uncini, di qualcosa da amare).

°  °  °

Senza dubbio questi testi poetici degli ultimi anni prima della dipartita sono considerati i più emblematici della sua produzione: insieme ad alcuni racconti, per lo più brevi, e al romanzo già ricordato, materiato di sincerità e chiarezza che non perdonano né se stessa né il mondo. Ci pare tuttavia di dover ricordare ancora almeno una lirica, del 23 ottobre 1961 intitolata “Mirror” (Specchio), reperibile in Crossing the Water, Faber & Faber, London 1971: anche a motivo dell’argomento da cui prende spunto. E’ stato infatti notato da più di un commentatore che fra le luci degli ambienti evocati da Sylvia Plath si aprono – di fatto o metaforicamente – più specchi che finestre. La finestra rappresentando il contatto con l’altro da sé, lo sguardo rivolto all’esterno, al mondo della natura, al creato… Lo specchio è per antonomasia componente immancabile del mito di Narciso e rappresenta piuttosto chiusura. Certo non permette illusioni, come dichiarano subito i versi iniziali:

I am silver and exact. I have no preconceptions.
Whatever I see I swallow immediately
Just as it is, unmisted by love or dislike.
I am not cruel, only truthful –
The eye of a little god, four-cornered.

(Sono d’argento e rigoroso. Non ho preconcetti. | Quello che vedo lo ingoio all’istante | così com’è, non velato da amore o da avversione. | Non sono crudele, sono solo veritiero -- | l’occhio di un piccolo dio, quadrangolare).

Né manca l’elemento acqua (proprio come la pozza nel mito di Narciso) :”Now I am a lake. A woman bends over me, | Searching my reaches for what she really is”. (Ora sono un lago. Una donna si china su di me, | cercando nella mia distesa ciò che essa è veramente). Né quello vagamente orrifico:

Each morning it is her face that replaces the darkness.
In me she has drowned a young girl, and in me an old woman
Rises toward her day after day, like a terrible fish.

(Ogni mattina è sua la faccia che prende il posto del buio: | In me ha annegato una ragazza e in me una vecchia | sale verso di lei giorno dopo giorno come un pesce tremendo).

E’ vero che Sylvia quella ragazza la eliminò molto presto. E non vide mai la sgradevole vecchia in agguato.


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