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Quasi un'odissea

Gli uomini, nella fase terminale di una cultura, assomigliano a quegli “eretici”, indicati da Paolo a Timoteo “capaci di tutto il male con le apparenze-pietà e rinnegatori di ciò che costituisce l’essenza”. Pervertimento, questo, previsto per gli “ultimi giorni” in cui “verranno dei tempi difficili”.

Ogni declino di civiltà (e quindi anche il nostro) rientra in quegli ultimi giorni, storicamente necessari affinché si compia il cambiamento e si abbia l’avvento di un’epoca nuova. Il consumismo e i mass-media (in una parola il progresso) hanno tradito le speranze dell’uomo (che si trova aggredito da un “esterno” che si trasferisce nella sfera della sua coscienza) e minacciano la Verità, ancora conservata nella sublimazione dei poeti. I poeti, proiettati a vincere tempo e storia per colmare l’incolmabile – in un lasso sproporzionato tra possibilità umane e realizzabilità effettiva – sono i testimoni, con la loro opera fiammeggiante, di questi momenti carichi di destino.

Lucio Zinna, poeta e scrittore, saggista e operatore incessante di cultura, si colloca nell’area di questo discorso con una scrittura creativa da cui – secondo i parametri di una sofferta ricerca di armonia interiore – vedono la luce, quasi contemporaneamente, un libro di racconti e una raccolta di poesie.

“Il ponte dell’ammiraglio” (Libri Thule / Romano Editore, Palermo) è un diario in forma del tutto nuova, cioè un lavoro complessivamente articolato come una prova di attenzione continua agli spettacoli dell’esistenza e alla commozione e all’interesse che essi generano in noi. Sono “elzeviri e racconti dispersi ai quattro venti”, come ama definirli l’autore, composti di mese in mese, di anno in anno, di occasione in occasione, nati dalle imprevedibili sorgenti del cuore e nell’arco di armonie intellettuali del pensiero, dove la vena narrativa si presenta ricca di umori.

Questo legame, anzi questo sentimento, è rimasto segretamente dentro anche all’ultima, raccolta poetica Abbandonare Troia che segue, a distanza di dieci anni, Sagana (Edizioni Il Punto, Palermo). Sicché i due libri idealmente si collegano e insieme formano un lungo, sapiente e articolato discorso che nulla concede alla pressione degli avvenimenti e del caso, ma resta in equilibrio fra oltre vent’anni di letture, lavori di ricerca, impegni editoriali, esperienze varie e lo scatto del contingente che obbliga lo scrittore a vestire i propri panni di uomo, a pronunciarsi e a testimoniare.

Volumi che già, e persino nei titoli, mostrano qual è il particolare interesse di Zinna nei confronti dell’operazione culturale del nostro tempo: la frequentazione della storia.

La storia, come la scrissero Tucidide e Livio, storia di città, di stati, di politiche, di guerre, dovrà essere sempre più attenta alle invenzioni dell’arte e della parola.

Zinna lavora in una prospettiva storiografica che non tanto si propone di giudicare fatti e persone, quanto piuttosto di evidenziare i dibattiti aperti, le intuizioni troppo presto rientrate nel conformismo culturale. Capire, insomma, come diventare cosmicamente liberi.

La conoscenza della realtà che circonda l’uomo nella storia, la ricerca dei parametri che scandiscono i ritmi dell’esistenza e la successione fugace degli eventi, l’incalzare inesorabile delle pause, delle sofferenze e violenze, della distruzione e della morte, la caducità delle cose e il vanificarsi della memoria permeano l’evolversi del cammino del poeta, ne fanno in primis l’officina della sua scrittura.

Fino a ieri l’estetica era il famoso teatro di Protagora, con il quale si potevano compiere delle misurazioni e stabilire dei valori. Ma le cose non sono continuate a lungo, in questa direzione. Contemporaneamente alla rivolta della scienza contro lo specialismo illuministico dell’école polytechnique, l’arte di oggi compie la sua rivoluzione, ribellandosi al bloccaggio definitivo nel quale l’estetica l’aveva condannata. L’opera propone la costruzione di processi interpretativi comuni alla sua vocazione, propone una esperienza critica aperta sulla sua stessa essenza e chiede alla psicologia, alla sociologia, alla scienza e al linguaggio dei validi e sostanziali sussidi. Si tratta di assecondare, di accettare con umiltà le ragioni misteriose dell’arte, si tratta di preparare strumenti capaci di rispondere a una incessante interrogazione: “Opera tu per la tua parte | mettiti in guerra la coscienza | – insisti stringi | i denti – per il resto (sia chiaro) la vita | è vita e va (per la sua parte) dove la vita vuole” (Il bivio).

In questo ragionamento non manca una specie di intima soddisfazione (per il gioco scatenato della fantasia) la quale risponde, d’altra parte, al temperamento estroso di Lucio Zinna. Egli procede, nei suoi libri, “a bordate”: un po’ d’autobiografia, un po’ d’invenzione e molto rigore critico, il gusto di precisarsi e riconoscersi nell’annotazione particolare, nel valore di una crisi che partendo dalle strutture analitiche prettamente naturali e individuali dell’uomo, giunge a definirne la volontà, il carattere e la cultura.

È, tutto questo, lo strato utile alla comprensione che sta alla base, sia del rigore critico, sia della forma intimistica e lirica, di una certa “apertura di sfogo”, di questo narratore che chiameremmo di linea gaddiana, o meglio vittoriniana, e di ogni altro scrittore che non sopportando i lacci del romanzo di tipo tradizionale, a vasto e lento svolgimento, si affida piuttosto al racconto, all’immagine illuminante e acuta, ai “rebus” storici e letterari, recuperati dal passato e indagati con la consueta, lucida intelligenza e passione del cuore.

Alcuni anni or sono Leonardo Sciascia ebbe a scrivere che la letteratura è l’unico spazio rimasto per l’esercizio della libertà (e della ricerca della verità). Un’osservazione acuta, e nello stesso tempo amara, che Lucio Zinna pare assumere in proprio nei suoi libri dove la ricerca dei materiali e delle occasioni di racconto e di poesia diventa odissea.

Un’odissea dell’analisi critica sui testi e della comunicazione poetica.
Recensione
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