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1918-2018 “I Dodici”
di Aleksandr Aleksandrovič Blok

Cent'anni fa I Dodici di Aleksandr Aleksandrovič Blok
ovvero Gone with the Wind per la nascita dell'uomo artista

La Russia resta sempre la stessa: un’entità lirica…
Qualunque cosa accada, essa resterà sempre
la Russia dei sogni.
(A. Blok da Lettera alla madre) 1)

Il poeta, proprio perché dotato di un particolare spirito che lo fa andare oltre il rilievo degli eventi, interpreta i fatti discostandosi da ciò che per altri potrebbe essere evidenza, li interpreta da poeta, pertanto nessuno dovrebbe permettersi di obiettare su quanto va riconosciuto come suo diritto. E talora, quasi per metafisico incanto, può accadere che nella realtà misteriosa e tragica del vivere s’apra alla visione della sostanza dell’esistere. Aleksander Aleksandrovič Blok, poeta e anche drammaturgo lirico (lirici definisce Blok i suoi drammi) e critico, nei quarant’anni di vita (Pietroburgo1880-ivi 1921), tempo non lungo eppure bastante ad annoverarlo come il più grande dei simbolisti russi (di vita breve pure il nostro grandissimo Leopardi, trentanove anni non ancora compiuti), si trova a vivere svolte di poetica e anche passaggi epocali dell’amata Russia per la quale versa lacrime d’amore: Russia, misera Russia, - le tue capanne grigie, - i tuoi canti nel vento - sono per me le prime lacrime dell’amore. Così canta in Russia (Russija) 2)

In letteratura ai poeti definiti Decadenti succedono i Simbolisti che alla poesia assegnano una funzione “più universale e più russa”, come sottolinea l’illustre professore slavista Renato Poggioli (Firenze 1907-Crescent City 1963) rifugiatosi nel 1938 negli Stati Uniti, il quale, a proposito di Andrea Belyj Venceslao Ivanov e Alessandro Blok scrive: “Questi tre uomini trassero la loro dottrina da fonti strane e diverse, quali l’esperienza decadente coi suoi precedenti occidentali, fino a Nietzsche; altre più lontane ma puramente nazionali, quali il pensiero mistico-teologico del filosofo Solovjev; altre remote e straniere, come il pensiero dei romantici tedeschi più estremi, cioè quelli del cenacolo di Jena; e infine si richiamarono anche a secolari esperienze religiose, quali lo scisma ortodosso, il Neoplatonismo, la mistica medievale.

Da eretici e mistici essi attinsero l’idea messianica, il senso della vita come attesa d’un avvento. Di proprio misero in queste disordinate e complesse dottrine un fanatismo strano e assurdo, e la concezione della poesia come teurgia, facendo così del loro gruppo una setta di iniziati più che una scuola poetica”. 3)

Del pensiero di Solov’ev s’imbeve Blok che, per la separazione dei genitori (docente universitario di Diritto il padre Aleksander, figlia del noto scienziato Bekètov la madre Aleksandra, donna di raffinata sensibilità artistica), avvenuta poco dopo la sua nascita, trascorre l’infanzia e l’ adolescenza con la madre e la famiglia materna nella capitale e durante l’estate nella villa vicino Mosca, attorniato da un ambiente di donne che influiscono sulla sua psiche. All’Università s’iscrive a Diritto, passa poi a Filologia, pertanto consegue la laurea tardi, nel 1906, quando è già poeta affermato dopo le poesie apparse nel 1903 sulla rivista La nuova via e la pubblicazione nel 1904 della raccolta Versi sulla bellissima Dama. Il ventenne bello e raffinato (“Mi piace il suo viso severo e la sua testa di fiorentino del Rinascimento”, dice Gorkij), colto e amante delle arti, in particolare della musica, non può non essere poeta, eccezionale anche, lo comprendono subito Valerij Briùsov e gli altri simbolisti, lo ammireranno le successive generazioni di poeti e critici, da Tynjanov che di lui scrive un articolo elogiativo su Avanguardia e tradizione, a Esenin, a Pasternak, alla Cvetàeva, alla Achmatova che, impietrita dal dolore per la perdita del “puro cigno” (così lo appella in una poesia), partecipa alla cerimonia funebre svoltasi nell’agosto del 1921. Come muore Aleksander? Gli ultimi anni lo vedono impegnato in lavori editoriali e di traduzione nella iniziativa ufficiale “Letteratura universale” diretta da Gorkij. Poggioli scrive: ”Più che di privazioni e di stenti, egli morì, si può dire, di crepacuore; dell’incapacità a superare l’ultima disperazione”. 4)

Poco tempo prima della morte, a febbraio del 1921, nel corso di una cerimonia celebrativa di Puškin, tra l’altro dice: “…la cultura doveva aiutare le masse, senza imporre nulla. Noi non siamo i pastori, il popolo non è il gregge”. 5)

E’ la presa di coscienza di una realtà lontana dalla sua concezione, una disillusione prostrante. Ma nei primi anni del nuovo secolo Blok ha l’animo luminosamente aperto all’Amore, lo esalta come manifestazione dell’Assoluto e immagine dell’Anima del Mondo, s’innamora di Ljubov, chiamata Ljuba, figlia del noto chimico Dmitrij Mendeleev, la sposa nel 1903, è già visionario di una fede simbolicamente espressa in Versi sulla bellissima Dama, la greca Sophia, ipostasi dell’”eterno femminino” che vede realizzato nella bellissima Ljuba cui dedica il libro. Il prof. Lo Gatto (Napoli 1890-Roma 1983) fondatore della slavistica in Italia, diffusore e grande studioso dello slavismo, scrive: “Artisticamente egli fu originalissimo; si direbbe anzi che nel riversare in forma d’arte il pensiero di cui la filosofia di Solov’ev l’aveva nutrito, egli superò lo stesso maestro, come superò Ivanov nella creazione dei «miti» non piegando la propria immaginazione ai modi creativi dell’antichità classica, come fece il poeta di Astri piloti e di Traslucidità”6) .

La sua concezione è su binari diversi da quelli di Ljuba, la convivenza si fa tormentata e neppure il viaggio nel 1909, oltre che in Germania e Francia, anche in Italia dove la coppia visita varie città (Blok lascia nel Diario impressioni di apprezzamento per l’arte, meno dei costumi di vita degli italiani) riesce a ricomporre l’armonia. Ljuba, che ha intanto patito il dolore della perdita del figlio, da donna angelicata diventa “la sconosciuta”, schernisce l’illusione (In vino veritas ), avvia Blok all’”autoparodia del misticismo” (dramma La baracchetta dei saltimbanchi). Si susseguono nuove raccolte poetiche e opere teatrali dove emerge il conflitto con la realtà deludente sino a un pessimismo universalizzato (La gioia insperata, La maschera di neve, Le ore notturne, Versi sulla Russia, La violetta notturna, Umiliazione, Città, Faina, Teatro, La baracchetta dei saltimbanchi, Il re sulla piazza, La sconosciuta, La rosa e la croce, Il canto del destino, ecc.). Crollata l’illusione della Bellissima Dama, novello Dante, si smarrisce in una vita disordinata, ma gli resta, da slavofilo, la convinzione, presente anche in altri poeti, della missione universale della Russia, pur percependo tutto il negativo della sua patria, di essa dolendosi.

 

l Poeta passa, però, dall’attesa di nuove “albe” alla disperazione del sogno infranto per il fallimento delle  riforme e la forte crisi politica e morale dopo la guerra russo-giapponese e la drammatica domenica di sangue del 23 gennaio 1905 che porta molti a chiudere con il mondo considerato dei traditori del popolo. Anche la Rus’ diviene delusione, dolore: Blok abbandona non senza tormento il sogno giovanile, seguito poco dopo da Belyj, pur se ferma resta in lui la poetica simbolista nella relazione tra mondo delle cose e mondo delle idee, nell’estetica antintellettualistica, nella identificazione del simbolo nella musica, in una “estetica mistica”, diversa dal “misticismo estetico” dei Decadenti. A tal proposito il Poggioli riflette: “I Decadenti son più artisti, e i Simbolisti più poeti. E forse per questa ragione che, echeggiando una famosa frase oraziana, l’Ivanov-Razumnik scrisse che decadentes fiunt et symbolistae nascuntur “. 7)

Le raccolte e i drammi del maggiore fra i simbolisti russi meriterebbero non i nostri scarni cenni ma volumi di pagine consistenti. Noi ci soffermiamo alquanto su I dodici e non possiamo non aggiungere Gli Sciti, opere composte entrambe dopo la Rivoluzione d’ottobre nello spirito di una rinnovata fede. I passaggi da un ordinamento politico e socio-economico a un altro avvengono, di solito, attraverso lotte rovinose e crudeli, con innumerevoli vittime da entrambe le parti. Pensiamo, a esempio, alla fine della Repubblica nell’antica Roma, o nell’età moderna alla Rivoluzione francese dagli effetti tragici, o ancora alla Guerra di secessione negli Stati Uniti d’America che spazzò via un sistema di vita lasciando alla malinconica nostalgia gli inadeguati come Ashley Wilkes, uno dei personaggi del romanzo Via col vento di Margaret Mitchell, dove non mancano affreschi drammatici. Ma, sono ineluttabili le rivoluzioni?

Fu ineluttabile la Rivoluzione di ottobre? Opposte le scuole di pensiero. Per la storiografia sovietica la rivoluzione fu una necessità storica, Lenin stesso una necessità. Roy Medvedev , con onestà intellettuale, ritiene, però, che “la ragione fondamentale della vittoria dei bolscevichi nell’ottobre fu che il popolo era con loro. La pace, la divisione delle terre, lo Stato dei soviet dei deprivati operai e contadini, tutto questo, mi sembra, rispondeva alle speranze del popolo…”. E prosegue precisando: “La Rivoluzione di ottobre fu di fatto la prima grande rivoluzione popolare nella quale il fattore della spontaneità non ebbe un’importanza decisiva, la prima ad essere condotta in modo organizzato e preciso seguendo quasi passo per passo un piano prestabilito. Trovò così piena conferma la tesi di Lenin secondo la quale era possibile e addirittura auspicabile non solo preparare politicamente la rivoluzione ma anche ‘pianificarla’ e ‘organizzarla’. Contrariamente a quanto sosteneva Rosa Luxemburg, le rivoluzioni possono essere ‘educate’ ”. 8)

Fu storicamente legittimo quanto fecero Lenin e i suoi seguaci se la maggioranza di consensi si registrava solo a Pietroburgo e Mosca, se i tantissimi che obbedivano alle organizzazioni militari erano ostili al potere sovietico? La vexata quaestio è ancora aperta, ma di essa satis , in questo contesto è la visione di Blok ad essere in primo piano, quell’ “eterno femminino” che, mutandosi, permane come amore della Russia. Il Poeta non vuole che il pessimismo abbia il sopravvento, da slavofilo al pari, a esempio, di Apollon Grigor’iev e dello stesso Solov’ev, crede nella missione universale della Russia, di cui vede le miserie ma anche la forza, è la trojka lanciata nello spazio come musica che non può finire. In Intelligencija e rivoluzione afferma con decisione:

Rifare tutto. Fare in modo che tutto diventi nuovo; che la nostra falsa, sporca, tediosa, mostruosa vita diventi una vita giusta, pulita, allegra, bellissima. Quando tali idee, latenti da tempi immemorabili nell’animo umano, nell’animo del popolo, infrangono le pastoie che le incatenavano ed erompono come un tempestoso torrente, finendo di abbattere dighe, facendo crollare superflui lembi di argini, ciò si chiama rivoluzione. In modo più o meno moderato, più mitigato, si chiama rivolta, sommossa, rivolgimento. Ma ciò si chiama rivoluzione “. 9)

Con questo spirito nascono I dodici e Gli Sciti, punto finale di una concezione che ha la sua partenza nella Bellissima Dama. Nei sopracitati poemetti la drammatica portata storica degli eventi non può essere chiara, né può prefigurarsi la prosecuzione dell’orrore se si considera che le due opere sono state composte nel gennaio del 1918, a brevissima distanza dalla Rivoluzione d’ottobre. Vanno, pertanto, i poemetti letti nello spirito del Poeta e apprezzati, secondo il critico Lo Gatto, nella “bellezza artistica”, che lo stesso dotto slavista delucida: ”…la mescolanza di versi e strofe diverse e la contaminazione della poesia d’arte con la poesia popolare rispondono alla torbida mescolanza di quadri impressionistico-realistici e di sentimenti contrastanti, che si può considerare caratteristica di tutta la poesia di Blok, assieme alla suggestiva musicalità dei versi che dalle dissonanze convergono in una armonia totale”. 10)

Significativo nel 1919 il discorso di Blok, ch’egli stesso titola Il crollo dell’umanesimo, dove palesa con chiarezza lo scopo del movimento, pervenire all’ uomo artista, il solo in grado di vivere nei turbini e nelle burrasche che la stessa umanità ha voluto. Riflettiamo su un passaggio che è dimensione del suo essere poeta: “Noi russi non abbiamo ricordi storici, ma abbiamo una grande memoria elementare; ai nostri spazi è riservato di rappresentare una grande parte… Io affermo che l’esito della lotta è deciso e che al movimento della civiltà umanistica è subentrato un altro movimento, nato anch’esso dallo spirito della musica; adesso esso si presenta come un torrente tempestoso, che trascina le schegge della civiltà, tuttavia in questo movimento si nota una nuova funzione della personalità, una nuova specie umana; lo scopo del movimento non è l’uomo etico, né l’uomo politico, né l’uomo umanista, ma l’uomo artista, il solo che sarà capace di vivere ed agire avidamente nell’epoca di turbini e burrasche che si è iniziata e a cui irresistibilmente ha mirato l’umanità”. 11)

C’è anche il suo scitismo che è fierezza di una appartenenza all’antica civiltà dalle cui capacità artistiche era stato colpito anche Erodoto. Saranno gli Sciti cantati da Blok nell’omonimo poemetto dove chiara emerge la condanna dell’Occidente non riconoscente verso il nobile e generoso popolo che gli ha fatto da scudo. Perché sia colto il suo spirito annunciamo poche strofe (quinta, settima, ottava, ventesima) nella traduzione di Paolo Statuti:

Voi per centenni guardavate a Oriente,
ammassando e fondendo i nostri ori,
e aspettavate il momento conveniente
per puntarci contro i vostri cannoni!...

O vecchio mondo! Finché non perirai,
inché proverai un tormento amaro,
rifletti, sii saggio, come Edipo vai
davanti alla Sfinge col mistero arcano!

La Russia è la Sfinge. Esultante e afflitta,
pur piangendo nero sangue con furore,
essa ti guarda, ti guarda, ti fissa,
con tutto il suo odio e tutto il suo amore!...

L’ultima volta – vecchio mondo t’invito!
Al banchetto della pace e del lavoro,
l’ultima volta al fraterno convito
ti chiama il barbarico coro!

I dodici, opera composta a distanza di due mesi dalla rivoluzione, è un poemetto suddiviso in dodici sequenze, quadri descrittivi e al tempo stesso narrativi rappresentati con immediatezza e rilievo, quasi scatti di ultima generazione che nell’attimo fissano la realtà, solo apparentemente la frammentano, le sequenze si fanno infatti narrazione di quel che il poeta sente, lascia a memoria. Poco contano quindi la eterogeneità dei contenuti e la estrosità dei versi dal metro diseguale, se comprendiamo quanto è sgorgato, l’anima di Blok che della rivoluzione dà non la fredda cronaca ma la sua visione di poeta.

Incipit da sinfonia nel poemetto per la giornata invernale a Pietroburgo. Un vento di burrasca strappa i telai con la scritta annunciante l’Assemblea Costituente e veloce l’obiettivo si sposta verso personaggi del vecchio mondo, colti talora con ironia (la vecchietta ancorata a un ragionamento miope, un intellettuale che non riesce a vedere oltre, un pop che ha perso sicurezza, due signore impellicciate che non hanno consistenza) e del nuovo mondo che l’allegro vento porta (adunanza delle donne, viandanti che s’abbracciano). Intanto dodici guardie rosse (su qualcuna il marchio dei lavori forzati) vanno in perlustrazione, raccontano del traditore Nane rimasto nell’esercito e della sua amante Cate che ha tradito la guardia rossa Pietro, I due amoreggiano sulla slitta e Pietro si vendica sparando, ma colpisce solo Cate che stramazza, mentre Nane riesce a fuggire. Preso da rimorso e rimpianto, Pietro viene redarguito dai compagni che lo esortano a marciare. Seguono minacce di stragi miste a preghiere: tutti sono in condizioni psicologiche grevi: angoscia e tedio. Intanto giungono al fiume, al quadrivio c’è un borghese incerto sulla strada, seguito da un cane randagio. La bufera infuria sempre più e Pietro invoca Dio ma viene rimproverato dai compagni che marciano con le carabine puntate. La tempesta li rende sospettosi, presentono un agguato, ma è solo il fruscio della bandiera al vento e il calpestio del cane randagio che, abbandonato il borghese, li segue. Imprecazioni e deliri, e s’intravede un’ombra… Continuano a marciare mentre davanti alla bandiera c’è, malgrado il loro rifiuto, l’invisibile presenza dolce di Cristo.

Abbiamo tentato una narrazione ma la poesia non va narrata, va letta quando c’è in noi silenzio perché si possa entrare nell’anima del poeta, comprendere i suoi versi, dei quali ciascuno poi dà una interpretazione conforme alla maggiore o minore sua sensibilità meditativa e quindi alla capacità di entrare in sintonia col poeta.

Renato Poggioli, che considera I dodici “la composizione più matura e complessa” di Blok , nel commento si sofferma, tra l’altro, a motivare l’allegoria del gelo: “come Dante lo immaginò nel cerchio più basso del suo Inferno, è più demoniaco del fuoco: segno della perfezione diabolica, di un modo d’essere donde sia scomparsa ogni memoria angelica, dove non rimanga traccia o rimembranza dell’uomo…”. Quindi “la storia è una forza non tellurica ma meteorica…La storia è in realtà preistoria: nella geologia dell’umano, siamo ancora all’era glaciale. Donde il valore e il significato simbolico della Russia, che assume nel “terribile mondo” la posizione d’una Siberia dello spirito”. E avvalora riportando il giudizio del politico e rivoluzionario Trockij: “Blok concepì la rivoluzione esclusivamente sotto la specie di un elemento: a causa del proprio temperamento, come elemento freddo”. E del politologo riporta anche la nota sul poemetto: “I dodici” sono un grido di disperazione per il passato che muore, ma un grido di disperazione che si sublima in speranza per l’avvenire”. 12)

Prosegue nel Poggioli la simbologia di gelo e neve con “l’apparizione finale di Cristo, visione letteralmente agghiacciante… mistica allegoria della Russia… di quella che è e non è la Santa Russia…misteriosa icona dipinta dalle sue mani… Dio senza sesso e senza sangue…vaso di redenzione…non l’agnello ma la colomba… presente dovunque, anche là dove s’innalzano insegne che non recano il simbolo della croce; anche là dove sventola la bandiera rossa, la sua presenza dice all’umanità: in hoc signo vinces . Egli è il grande pescatore di anime: dietro a lui, anche senza vedere e sapere, dodici guardie rosse possono diventare dodici apostoli” E il critico conclude: “Storia e memoria, cronaca e cinematografia, stile e tecnica: tutte le materie si fondono nel corpo semplice, nella sostanza perfetta dell’intuizione lirica. Per queste ragioni, ed anche per la capacità di sintesi con cui il poeta vi ha riassunto tutti i miti e i motivi della sua poesia (città e “terribile mondo”, notte e neve, la concezione sotto specie femminile d’ogni entità, patria o Dio, che trascenda l’umano), i Dodici son veramente il suo canto del cigno. E in quel canto il poeta espresse, come egli disse, «la musica della Rivoluzione» “. 13)

Del poemetto, composto di 335 versi, riportiamo, nella sentita traduzione di Renato Poggioli (particolare in anni ormai lontani la recitazione di Carmelo Bene), alcune sequenze proprio perché, come dicevamo, in primis è da considerarsi la poesia, tutto il resto ha soltanto la funzione di sollecitare ad essa. 14)

I

Cupa sera.
Neve bianca.
La bufera
i viandanti abbatte e sfianca.
La bufera
sulla terra intera!

Turbina il vento
i bianchi fiocchi
abbarbaglia gli occhi.
Ghiaccio, ghiaccio:
l’uomo sui ginocchi
casca, oh poveraccio!

Da un muro a un portone
una fune si stende.
Sulla fune un telone:
Tutti i poteri alla Costituente!
Una vecchietta non sa che vuol dire,
né lo potrà mai capire.
Perché tanti stracci?
Perché quei grandi cartelli?
Meglio farne fasce ché son nudi i nostri ragazzi,
sono scalzi i nostri monelli!

La vecchia come una gallina
razzola nella neve profonda.
«Oh benedetta Madonnina,
i bolscevichi mi mandano alla tomba!»
Il vento è argento vivo
ed il gelo un folletto.
Un borghese nel quadrivio
ficca il naso nel colletto.

Capelli lunghi, mani in croce,
un tale dice a bassa voce:
«La Russia muore!
Rinnegati!»
Dev’esser certo un oratore,
un letterato…

Ed ecco sul nevaio
un pop nel suo mantello.
Non ti senti più gaio,
rispondimi, fratello?

Forse ricordi sempre
quando senza lavoro
ti splendeva sul ventre
il crocifisso d’oro?

Una signora impellicciata
verso un’amica s’è voltata:
«Ho tanto pianto, ho pianto tanto…»
E’ sdrucciolata,
e pan! S’è tutta spampanata!
Gesù, tirami su!

L’allegro vento,
freddo e sferzante,
gioca contento
con il viandante,
strappa i mantelli,
porta cartelli
sopra la gente:
«Tutti i poteri alla Costituente!...»
Ma reca anche parole a brandelli:

«…Anche noi s’è fatto adunanza…
proprio lassù in qualche stanza…
…Disputammo…
… deliberammo…
Dieci per una, venti a nottata
è la tariffa obbligata…
Vieni con me, camerata!...»

Buio profondo.
Strada deserta.
Un vagabondo
nella tempesta.

Il vento fischia…
«Oh vagabondo!
vien qua…
Abbracciamoci!»

Pane!
Chi va là?
Via di qua!
Cielo, cielo nero.

L’odio, l’odio fiero
bolle in cuore…
L’odio santo, l’odio nero…
Sta’ in guardia,
compagno, sta’ in guardia!

2

Il vento soffia a mulinello,
marciano dodici in drappello.

Le carabine sulle spalle:
intorno fiamme rosse e gialle.

I berrettacci son da ladri,
sul dorso c’è l’asso di quadri!

Olà, senza croce
è la libertà!
Tra-ta-tà!

3…4…5…6…7…8…9…10

11

…Senza un nome benedetto
vanno vanno ad uno ad uno.
Pronti alla vendetta,
pietà per nessuno…

E le canne son puntate
contro l’ombra del rivale…
nelle strade abbandonate
dove infuria il temporale…
dalle nevi accumulate
non si cava lo stivale…
Vibra il vento
lo stendardo.

Passo lento
passo tardo.
Più violento,
più gagliardo

Il nemico si ridesta…

La tempesta
alza la testa…

Avanti, in alto i cuori!
Urrà, lavoratori!

12

Vanno via con passo lento,
sempre avanti… Chi va là?
E’ il vessillo che sul vento
fruscia e oscilla in qua e in là…

Dietro ai cumuli in agguato
forse c’è chi sta aspettando…
No, è il cane allampanato
che li segue zoppicando…

«Passa via, vagabondo!
Via rognoso, via, se no…
Come un cane, o vecchio mondo,
passa via, t’abbatterò!»

Mostra i denti come un lupo,
con la coda ritta sta,
cane povero e sparuto…
«Rispondete: chi va là?»

«Chi è che scuote la bandiera?»
«O che buio maledetto!»
«Chi è che va di gran carriera?
Chi si fa là parapetto?»

«Camerata, alza le mani!
Prender te per noi è un gioco.
Tu cadrai nelle mie mani
vivo o morto! Attenti: fuoco!»

Tratatrà!... Ma è solo l’eco
che risponde secco e breve.
La tormenta con un bieco
riso danza fra la neve.

Tratatrà!
Tratatrà!

… Così vanno nella sera,
ormai laggiù,
ma davanti alla bandiera,
camminando lieve
vortice di neve,
inghirlandato
in un lembo imperlato,
avanti marci tu,
non veduto, o Gesù!

Possono i dodici essere apostoli? Puntano le carabine, marciano minacciosi nel vento gelido e sono al tempo stesso terrorizzati dal fruscio del loro vessillo; odiano e hanno in cuore la vendetta, qualcuno ammazza e poi sente rimorso, rimpiange i momenti d’amore con colei che l’ha tradito. Sono come gli uomini di ogni tempo, senza la guida di chi è al di là del tempo e di ogni cosa, che tutti accoglie e al suo seguito chiama pescatori e anche pubblicani, non possono annullare il vecchio mondo, il vento col gelo che li agghiaccia non è risolutore. Il poemetto su cui a lungo discutono persino gli ammiratori della poesia di Blok, viene ovviamente rifiutato dai bolscevichi per quel misticismo che non giustificano, e Trockij consiglia di sostituire Cristo con Lenin. Ma, può Aleksander Blok togliere Cristo ch’egli scrive anche nell’antica grafia ortodossa?

Bibliografia

1) Ettore Lo Gatto, Storia della letteratura russa, (Lettera alla madre, Italia 1909), Sansoni Editore, Roma 1979, pp.625-626

2) Ettore Lo Gatto, Op. cit., p.625

3) Renato Poggioli, Il fiore del verso russo, Einaudi, 1968, p. 65

4) Renato Poggioli, Op.cit., p.73-74

5) Ettore Lo Gatto, Op.cit., p.628

6) Ettore Lo Gatto, Op. cit.,p.623

7) Renato Poggioli, Op. cit., p.65

8) Roy Medvedev, La rivoluzione d’ottobre era ineluttabile?, trad. di Gianna Catullo, Editori Riuniti, Roma 1976, p.52

9) Aleksandr Blok, Intelligencija e rivoluzione,trad. di M. Olsufieva e O. Michaelles, Adelphi, Milano 1978, p.62

10) Ettore Lo Gatto, Op. cit., pp.626-627

11) Ettore Lo Gatto, Op. cit., Alexander Blok, Il crollo dell’umanesimo, p.627

12) Renato Poggioli, Op. cit., pp.277-281

13) Renato Poggioli, Op. cit., pp.282- 283

14) Renato Poggioli, Op. cit., pp.284-287, pp. 295-297

15) Aleksander Blok, Taccuini, Trad. E. Guercetti, (F. Malcovati a cura), SE Editore, 2014

16) Alexander Blok, I dodici- Gli Sciti – La patria, trad. Eridano Bazzarelli, BUR 1998


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