Servizi
Contatti

Eventi


L'hegeliano contro corrente da rileggere
Alfredo Oriani il dimenticato

“Voi avete sentito che la mia opera è vera, potente, forse la giudicate troppo potente, temete che il pubblico possa seguirla. Ebbene, il pubblico mi seguirà, perché la via che io batto è fatale, perché per ora sono solo a batterla”.

Queste parole di Alfredo Oriani (Faenza 1852, Casola Valsenio 1909), dalle quali traspare una forte autostima, appaiono segno di una personalità indubbiamente proiettata verso grandi realizzazioni. Dovettero piacere molto a Benito Mussolini, come La rivolta ideale, dove Oriani sosteneva la necessità di uno stato forte. Così, almeno post mortem venne esaltato, infatti fu proprio il Duce ad interessarsi a che fosse pubblicata l’Opera omnia e gli fosse anche eretto a Roma un monumento sul Colle Oppio.

Varie le celebrazioni nel corso del 2009, ed hanno fatto la parte del leone il centenario del Futurismo e il ventennale della caduta del muro di Berlino. Così sono passate quasi sotto silenzio altre ricorrenze, anche il centenario dalla morte di Alfredo Oriani, poeta e scrittore poco noto alle nuove generazioni.

Lo spirito, lì dov’è, l’avrà sentito come altra ingiustizia verso la sua scrittura, pari a quella sperimentata al tempo della esistenza terrena, durante la quale non poche furono le frustrazioni che accentuarono in lui certi aspetti del carattere. Aveva infatti amato e rincorso una notorietà che, almeno nelle forme attese, non gli era arrivata, forse anche perché, a differenza di D’Annunzio, indubbiamente di ben altra tempra ma pure gran maestro nel far parlare di sé, non era molto abile nel mettersi in mostra. Sappiamo bene quanto contino le strategie per rendersi visibili ed acquisire quella notorietà che soprattutto oggi, nel predominio della immagine – ma non solo –, viene spesso attribuita al di là dello stesso valore. Sta anche in ciò la differenza della società attuale.

Alfredo Oriani, terzogenito di una "famiglia aristocratica di campagna ma senza lustro vero", (Lettere), visse una infanzia non calorosa di affetti, perciò crebbe scontroso e solitario. Frequentò il Collegio San Luigi a Bologna, proseguì gli studi a Roma presso la Pontificia Sapienza e si laureò poi in Giurisprudenza a Napoli, ma ai tribunali preferì la frequentazione di salotti letterari e politici, particolarmente quello di Laura Minghetti, moglie dello statista, dove conobbe Angelo Camillo de Meis, docente di Storia della Medicina all’Università di Bologna ma amante anche di approfondimenti filosofici – Hegel in modo particolare –, di conversazioni con l’amico Spaventa che considerava suo maestro.

De Meis trasmise al giovane Oriani l’amore per il pensiero hegeliano che sarebbe rimasto fermo in lui e lo avrebbe reso insensibile all’imperante positivismo e darwinismo.

 

 

Siamo nella seconda metà dell’Ottocento con un romanticismo e idealismo ormai alle spalle, con fervori reazionari contrari all’idealismo ed un orientamento verso la metafisica naturalistica che bolla di apriorismo e quasi di teologismo tutta la metafisica postkantiana.

Oriani si forgiò, invece, ad un idealismo che non avrebbe abbandonato mai e sarebbe rifluito nella concezione della storia, ritenuta impossibile da tracciarsi senza un disegno, senza ammettere un principio. Ogni popolo, dal punto di vista storico, è per lui un attore che recita una scena per poi ritirarsi, ed ogni stato è l’individualità di un popolo. La storia non può quindi ricostruirsi senza una linea filosofica, e quella che si coglie nelle sue opere storiche risente indubbiamente del filosofo di Stoccarda.

Croce, il primo a porre in rilievo Alfredo Oriani nel Saggio del 1908, considerando la filosofia metodologia della storia, delucidazione dei concetti direttivi dell’interpretazione storica, identificando quindi filosofia e storia, questa come processo ideale ed eterno, non può, proprio in virtù di ciò, non manifestare apprezzamento verso le opere storiche dello scrittore faentino. Trascura infatti la raccolta poetica Monotonie – l’aveva del resto bollata lo stesso autore –, tratta brevemente il narratore, pur sostenendo che il romanziere non è inferiore allo storico, stronca i romanzi giovanili (Memorie inutili, Al di là, No…) che avevano dato l’impressione di uno scrittore “di tendenze malsane, d’idee confuse, di forma gonfia e arruffata”, considera quelli della maturità.

Le prime esperienze, intrise del torbido di moda anche se non prive di spunti interessanti, non adeguatamente curate nell’impianto ed eccessivamente retoriche, nocquero alle pubblicazioni successive più equilibrate e interessanti, sia alle raccolte di racconti (La bicicletta, Oro,incenso,mirra) sia ai romanzi più importanti (La disfatta, Gelosia, Vortice, Olocausto), dove i personaggi appaiono, a nostro avviso, ben delineati, le situazioni esposte con sobrietà di scrittura, talora con pathos.

Giustamente Croce evidenzia La disfatta che considera “il più ricco d’idee che abbia la contemporanea letteratura italiana”, con “il mondo del suo sogno: una società di spiriti nobilissimi, donne dall’intelletto alto e dal cuore sensibile, uomini che sono filosofi, artisti, esploratori, scienziati, dei quali intende le ansie e le lotte, gli abbattimenti e i voli”.

La disfatta è solo apparentemente un fallimento della vita se il personaggio De Nittis, pur nel pieno di una solitudine che gli si presenta come vuoto devastante, riesce a trovare ancora uno scopo nella ricerca del mistero.

Ma Croce si sofferma maggiormente sulle opere storiche (Fino a Dogali, La lotta politica in Italia, La rivolta ideale), afferma che v’è ne La lotta politica in Italia il concetto di libertà, vista come principio e scopo della storia, e riporta la concezione di Stato come “individualità di un popolo, capace di sentire sé stesso nella contraddizione della propria continuità e nella opposizione con gli altri popoli”. Gli dà merito di essere “scrittore e polemista assai logico”, pur se “non è un logico”, “moralista acuto”, ma non “filosofo della morale”, di essere quindi addentro ai concetti hegeliani e di ripeterli, ma di non essere costruttore di un sistema filosofico. Anzi talora annuncia delle perplessità sulla comprensione piena di Hegel, poiché gli sembra che Oriani non deprivi del tutto la storia del mistero storico.

La filosofia della storia non gli nasce, scrive il filosofo, “dalle viscere stesse del Logo”, e riporta quanto avvertito dallo stesso Oriani ed espresso nella premessa a La rivolta ideale: “Noi chiamiamo leggi della natura le apparenze costanti dei suoi fenomeni, e, guardando nella storia, siamo costretti a scegliere le sue verità nei fatti e nelle forme che non vi mutano; poi, la bellezza e la giustizia, irresistibili nell’istinto, diventano l’inconsapevole norma dei nostri giudizi, l’illusione e insieme la certezza del nostro ideale”.

La rivolta ideale è, a nostro avviso, l’opera storica che, nella rivisitazione della Unità d’Italia di prossima celebrazione, andrebbe riletta e posta all’attenzione per la visione al di sopra di ideologie mazziniane, federaliste e monarchiche, di cui analizza i limiti. Oriani, oltre a ribadire la pecca di una rivoluzione non “opera di popolo” ma “sopruso eroico della sua minoranza, aiutata da incidenze e coincidenze straniere”, a condannare una Destra che si era “improvvisata una nazione nella libertà” mentre realizzava soprusi e attuava il suo giacobinismo, annuncia chiaramente quel che si era verificato nell’accettazione forzata della monarchia, il peggioramento delle condizioni di taluni stati preunitari.

Noi pensiamo alla decadenza del Sud dopo l’Unità, al sorgere della Questione Meridionale, prima inesistente, alle industrie e al primato del Sud precedente, alla sua moneta stabile, a certi documenti mai posti all’attenzione, ai travisamenti della storiografia ufficiale.

Pensiamo a quel che Oriani aveva previsto sarebbe stato della monarchia, il suo futuro respingimento.

La rivolta da lui auspicata è da intendersi come una “nuova aristocrazia” da realizzarsi con tutti i gruppi sociali, una nobilitazione di vita e storia nelle forme, in una non mutazione della essenza. E’ indubbiamente una rivolta speciale che parte dalla interiorità di ciascuno per divenire attuazione di forme nuove con cui soltanto può nobilitarsi il cammino umano.

Mussolini, esaltandolo come precursore del fascismo, indusse Croce a frenare ogni eccesso nel nuovo saggio del 1935, dove con maggiore forza viene annunciato che il merito di Oriani storiografo sta in una opposizione intellettuale ai suoi tempi imbevuti di positivismo, quello del romanziere in un animo poetico.

Anche il Duce gli nocque se, nonostante l’attenzione di Croce, Gobetti, Serra e Gramsci, seguirà poi un tempo di silenzio fino a Spadolini, cui faranno seguito altri.

Alfredo Oriani, che per il carattere intransigente e spigoloso visse inoltre difficili vicende familiari nella villa paterna “Il Cardello” – venne abbandonato da tutti, anche dalla sorella –, ricercava, come abbiamo detto, la notorietà e, deluso dalla scarsa risonanza delle sue pubblicazioni, si diede alla carriera politica, pure questa senza gran successo per la sua intransigenza che non lo fece approdare in Parlamento – ebbe un diverbio con Crispi e lo piantò in asso alla stazione –, per cui rimase semplice consigliere al Comune di Faenza.

Neppure il teatro, ultimo tentativo di stabilire un contatto diretto con il grande pubblico attraverso drammi (La logica della vita, Ultimo atto…), tragedie (L’invincibile, Gli ultimi barbari, Sul limite…) e con una commedia (Momo) gli diede il bramato successo.

Precocemente invecchiato, verrà gratificato negli ultimi anni dall’attività giornalistica con testate di prestigio (“Corriere della Sera”, “La Stampa”, “Giornale d’Italia”…), anche se la collaborazione non fu facile perché non ammetteva il minimo cambiamento nei testi.

Per Papini il giornalista Oriani “fu grandissimo. Quella sua potenza di risalire dal fatto piccolo all’idea grande, dal momento effimero al più remoto passato, al più fantastico futuro… vi rifulge incredibilmente, come se volesse dare, negli ultimi anni, le sue prove più eroiche”.

Ma è grandissimo anche nelle opere storiche quando l’analisi va al di là della retorica della storiografia ufficiale asservita al potere.

Purtroppo ancora travisa la realtà di certa nostra storia.

La casa paterna "Il Cardello" a Casola Valsenio (Ravenna).


Materiale
Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza