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Antonio Fogazzaro
specchio delle inquietudini dell'Italia postunitaria

Il 150° dell’Unità, in un’Italia che sotto tanti aspetti non gode di buona salute, ci porta a riconsiderare, oltre all’iter storico coi personaggi illustri ed i tanti patrioti che resero realtà quanto poteva allora apparire vagheggiamento di animi invasi da spirito romantico, anche la misura della raggiunta unità, indubbiamente diversa dalle aspettative, e insieme la mutata temperie da cui era investita la civiltà occidentale, fra istanze positiviste, teorie evoluzioniste e avanzamenti nichilisti.

Ci è capitato di rileggere alcune pagine di Antonio Fogazzaro (Vicenza1842-1911), lo abbiamo ritrovato figlio della inquietudine del suo tempo – è in vario modo presente in ogni età di transizione con percorsi talora lunghissimi –, delle difficoltà nel dare la svolta per una strada in piena libertà, della quale andrebbe comunque chiarificato il concetto, ma ciò darebbe spazio a dibattiti che esulano da questo contesto.

Un personaggio il Fogazzaro, nell’occhieggio al modernismo, nei richiami romantici e nei persistenti ancoraggi etico-religiosi come nella stessa reazione spiritualista, dalle problematiche esistenziali generalmente di natura decadente, più vicine pertanto all’uomo del Novecento. Conflittuale la sua visione, lo differenzia dalla superstite vena di tensione romantica fortemente sentita dal Carducci pur nell’abbraccio del positivismo; lo stacca anche dal D’Annunzio assertore dell’arbitrio anche se volto poi ad una sensualità che va deprivandosi della carne, e ancora da quella particolare voce del sentimento che è nel Pascoli. Antonio Fogazzaro diviene pertanto, secondo Attilio Momigliano, proprio per la creazione di talune figure letterarie, antesignano della “malattia morale del decadentismo, quella che mette capo a Borgese e a Moravia” e al tempo stesso della “sentimentalità indefinita, fatta di accordi occulti, che accosta inevitabilmente la poesia alla musica” (A. Momigliano, Storia della letteratura italiana, v. III). Una musica che – diciamo – ha mutato in vibrazioni inquiete dell’anima le esaltanti note verdiane.

Nel 2011 la Città del Palladio vive una doppia celebrazione: 150° dell’Unità (Vicenza è una delle città della Lega che ha accolto di celebrare l’Unità) e centenario della morte di Antonio Fogazzaro, il cittadino illustre fra i tanti che per la validità delle loro opere letterarie e d’arte le danno chiara fama ben oltre i confini nazionali. Due celebrazioni che potremmo considerare in armonia o, per meglio dire, consequenziali se pensiamo che Mariano, padre del Fogazzaro, fu patriota (combatté contro gli austriaci nella prima e nella seconda guerra d’indipendenza) ed egli stesso visse nell’Italia postrisorgimentale quel che ancora restava del fuoco patriottico già proiettato ad altro. Il giovane Fogazzaro accoglieva infatti anche le nuove istanze positiviste in rapido avanzamento, spesso inconciliabili non solo con lo spirito romantico, pure con determinati principi della tradizione millenaria, i quali non potevano, pertanto, non essere fortemente ribaditi dalle istituzioni preposte a salvaguardia, particolarmente dalla Chiesa cattolica.

Anche in Italia, dove si viveva la crisi postunitaria sotto molteplici aspetti, si cominciò, infatti, sin dalla prima relazione del prof. Filippo De Filippi a Torino nel 1864, a discutere dell’evoluzionismo biologico di Darwin, annunciante un processo naturale di adattamento a prezzo di individui ‘deboli’.

L’attenzione si allargò da Torino a tutta la penisola dopo le edizioni Utet delle opere di Darwin, a cominciare da quella del 1871. L’origine della specie, L’origine dell’uomo e le altre pubblicazioni che seguirono suscitarono consensi ma anche ampie polemiche proprio per quel pensare in modo naturale alla vita, alla sua origine, senza alcun riferimento ad un progetto trascendente.

Taluni di coloro che accoglievano la sconvolgente teoria dell’evoluzionismo biologico – e crescevano sempre più di numero –, a sostegno di una possibilità di accordo con quanto sostenuto sino ad allora in campo religioso, si rifacevano anche alla dichiarazione rilasciata dallo stesso Darwin: “Dire che la scienza ora come ora non offre alcun indizio alla soluzione del problema… dell’essenza dell’origine della vita, non è un’obiezione valida… Non vedo alcuna buona ragione perché le opinioni espresse in questo volume debbano urtare i sentimenti religiosi di chicchessia. Allo scopo di dimostrare come certe impressioni siano passeggere, giova qui ricordare che la più grande scoperta mai fatta dall’uomo, ossia la legge dell’attrazione gravitazionale, fu anch’essa attaccata da Leibniz come sovversiva della religione naturale e, quindi, di quella rivelata” (C. Darwin, L’origine della specie, Tascabili Newton, Roma 2006, p.431).

Ma le teorie che Darwin andava annunciando divenivano, a nostro avviso, molto più sovversive della legge gravitazionale poiché scardinavano il principio primo su cui s’era poggiata la religione, né la maggior parte dei cattolici era in grado di analizzare le sottigliezze dialettiche di quanti accoglievano l’evoluzionismo adoperandosi a conciliarlo con la visione tradizionale del Dio creatore.

Darwin menzionava un teologo che gli aveva scritto di “aver compreso a poco a poco che si può avere un concetto di Dio altrettanto nobile sia credendo ch’Egli abbia creato alcune forme originarie capaci di autosvilupparsi in altre forme necessarie, sia credendo che Egli sia ricorso ad un nuovo atto di creazione per colmare i vuoti provocati dall’azione delle Sue leggi” (C. Darwin, L’origine della specie, op.cit., ibidem).

Il Fogazzaro accoglie con entusiasmo il darwinismo ed esso sembra quasi innestarsi nella sua concezione del particolare ruolo profetico assegnato al poeta, visto come anticipatore dell’ascensione intellettuale e morale delle moltitudini umane. In questo senso possiamo dire che c’è stato in lui una sorta di darwinismo ‘ante’, derivato dalla visione del creato come rivelazione di Dio, della connaturale circolarità fra tutti gli esseri. In Ascensioni umane, nei più importanti scritti sull’evoluzione che vanno dal 1891 al 1893 (Per un recente raffronto delle teorie di sant’Agostino e Darwin circa la creazione; Per la bellezza di un’idea; L’origine dell’uomo e il sentimento religioso), il Fogazzaro segue la tesi di una Intelligenza superiore che agisce non con atti creativi diretti ma per leggi; aggira quindi l’ostacolo di quel “facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza” considerandolo non “parola articolata, sonora, passeggera” ma “legge di natura”, pertanto “l’embrione umano, appena si forma, è animato, è disposto dai suoi genitori a diventare un essere umano, ma solo quando perviene ad un certo grado di sviluppo impossibile a determinare, l’anima, tocca da divina luce, vi è creata umana”. Concetto presente non solo nel primo degli scritti, anche nei successivi, di volta in volta inserito nel file rouge di ogni trattazione.

Le argomentazioni, come si vede, non erano prive di forzature dovute alla necessità fortemente sentita di voler conciliare quanto veniva ritenuto inconciliabile, ma ugualmente gli scritti e le molte conferenze che tenne sulle teorie evoluzioniste, dato il rilievo da lui acquisito per le sue qualità di scrittore, contribuirono molto a sollecitare interesse verso un diverso modo di intendere la religiosità.

Del resto, oltre che in Ascensioni umane, anche nei Discorsi coi saggi su Rosmini, il Fogazzaro ribadiva la necessità per la Chiesa cattolica di una renovatio, la sua ferma convinzione che la fine del potere temporale era stato per la stessa istituzione religiosa un fatto del tutto positivo.

La Chiesa avvertì, però, il pericolo di una dottrina svuotata del creazionismo biblico, annunciò a difesa encicliche di condanna. Si ebbe, naturalmente con le dovute distanze per le situazioni storiche diverse, un effetto che ci ricorda quello registrato nel Seicento all’annuncio delle dimostrazioni sulla teoria eliocentrica da parte di Galilei, per le quali lo scienziato fu poi costretto il 22 giugno del 1633 a firmare la abiuratio.

Il Tribunale della Inquisizione era nell’Italia postunitaria cosa passata, ci furono quindi liberi discorsi e dibattiti su opposti fronti, ma la massima istituzione religiosa restò ferma nel suo rifiuto netto del darwinismo come di ogni modernismo. Un tempo di forti scosse con molti rischi ideologici il secondo Ottocento, cominciava infatti a farsi strada anche l’evoluzionismo filosofico di Spencer col suo passaggio dall’omogeneo all’eterogeneo, con un annuncio di relativismo cognitivo insieme alla richiesta che la religione pervenisse ad una conoscenza generale, purificata alfine dalle forme più grossolane.

E intanto avanzava anche il materialismo storico, veniva abbracciato non dai soliti gruppi ristretti ma da larghi strati poiché erano le categorie sociali disagiate ad essere coinvolte. Un pensiero molto rivoluzionario quello di Marx: ogni dottrina filosofica, etica, giuridica, religiosa, estetica doveva essere interpretata come espressione economica di una società e degli interessi in conflitto. In pratica uno smascheramento come ideologie di tutte le dottrine universali e assolute celanti interessi materiali e sociali.

Gli evoluzionismi e il materialismo storico erano panzer che volevano schiacciare ideologie millenarie, terremoto per le strutture sociali dove i diseredati sembravano prendere alfine coscienza dei loro diritti travolgendo la fissità delle stesse strutture.

Per quanto riguarda l’Italia postunitaria, la minaccia della bancarotta finanziaria con conseguente pericolo di schiavizzazione da parte dei banchieri e dei capitali stranieri, richiedeva – dato che non bastavano il ricorso ai prestiti e la vendita di proprietà demaniali per la sopravvivenza del giovane Stato – una riduzione al minimo delle spese e un ricavo al massimo da un’economia in definitiva povera.

Ma le classi operaie e contadine in fermento non potevano comprendere Quintino Sella che presentava in Parlamento – la prima volta fu il 13 dicembre del 1865 – una serie di provvedimenti finalizzati al risparmio fino all’osso, appesantendo oltre ogni sopportabilità le tasse (tristemente famosa la tassa del macinato). Né compresero i giornali, anche stranieri oltre che italiani, per cui Quintino Sella ebbe disapprovazione generale e si vide condannato con violenza verbale da parte di tante testate giornalistiche d’Italia.

All’onorevole Asproni, che lo attaccava in Parlamento accusandolo di essere nemico dei poveri, il Ministro ribatté: “… credo abbiano fatto molto male coloro che li hanno respinti per l’odio di un nome, prima forse di averli esaminati… Certo è mio triste officio proporre balzelli… Credo amar più la classe povera, la classe che soffre, proponendo imposte che valgano a migliorare le condizioni economiche del paese, di quel che l’amino coloro che contro simili proposte continuamente declamano” (www.intratext.com Rendiconti del Parlamento, Sessione del 1867, v.VIII, p.8966).

Un ragionamento che può avere molte grinze se nei balzelli non viene rispettato il fondamentale principio della equità.

Intanto, proprio nello stesso anno della famosa relazione del prof. De Filippi sulle teorie darwiniane, Pio IX aveva riconfermato nel Sillabo le sue posizioni intransigenti: condanna di liberismo e laicismo, oltre che di socialismo e marxismo, rifiuto completo del darwinismo. Il successore Leone XIII promulgò ben ottantasei encicliche nelle quali ribadiva tomismo e dipendenza della società da Dio, inaccettabilità della separazione tra Stato e Chiesa; fra di esse la ben nota Rerum Novarum, il primo annuncio della moderna dottrina sociale della Chiesa cattolica quale risposta al socialismo agitante le coscienze. Né Pio X che gli successe, portato ancor più a estendere l’attività pastorale in campo socio-politico, attenuò in Pascendi Domini Gregis la condanna del modernismo, di coloro che, come Alfred Loisy, tentavano di conciliare filosofia moderna e fede, anche se, soprattutto a taluni modernisti, si riconoscevano una tanta bella operosità verso il prossimo e una condotta di vita austera. Furono anzi colpiti pure certi ambienti ecclesiali milanesi più progressisti, lo stesso cardinale Andrea Carlo Ferrari che per cinque anni non venne più ricevuto dal Papa.

Antonio Fogazzaro, personalità complessa per la tensione a conciliare quanto appariva allora inconciliabile, visse, come tutta quella parte della borghesia colta e illuminata della seconda metà dell’Ottocento, un tempo altrettanto complesso, pieno di fermenti, di istanze moderniste e al tempo stesso di richiami alla tradizione, nel mentre si affacciava quell’irrazionalismo che avrebbe scardinato i punti fermi della ratio della civiltà occidentale, portando a incertezze maggiori, a insicurezze destabilizzanti.

Ciascuno visse la complessità a suo modo, secondo la propria natura e inclinazione, il contesto sociale e il proprio percorso di vita, pur facendo tutti parte della crisi dal ceto borghese portata lungamente avanti con tappe anche drammatiche, con scontri e paure, con le tragedie che sarebbero seguite nel secolo successivo.

La letteratura, si sa, è il riflesso del tempo e insieme l’anelito a superarlo, ma non tutti gli scrittori sono in grado di andare in profondità con lo scandaglio, sì da riportare alla luce la possibilità di una verità oltre la visione del proprio sé, in modo che divenga interpretazione e al tempo stesso superamento della stessa realtà.

Antonio Fogazzaro, nato a Vicenza – si può ancora ammirare il bel palazzo sul corso che porta il suo nome – da una famiglia di rigidi principi cattolici e agiata (industriale tessile il padre e a sua madre Teresa Barrera non era mancato un originario benessere), amante inoltre della cultura, mostrò ben presto quel fervore immaginativo derivato da una natura sensibile e passionale che lo volgeva a letture in sintonia con lui che accrescevano ulteriormente immaginazione e passionalità.

Da giovanissimo leggeva con grande entusiasmo Chateaubriand, i suoi Mémoires d’Autretombe; educato poi all’amore per gli studi umanistici dallo Zanella che gli fece conoscere anche le letterature straniere (soprattutto Heine nella traduzione di Gerard de Nerval), tutto preso dalle sue personali letture romantiche, in particolare da Les contemplations di Hugo, mal sopportò gli studi di Legge voluti dal padre. Comunque, dopo i primi incerti anni universitari trascorsi a Padova, si trasferì all’Università di Torino dove conseguì nel 1864 la laurea e subito dopo, stabilitosi a Milano, s’impegnò per il titolo di avvocato che non avrebbe, però, mai messo a frutto.

Andava, invece, mettendo a frutto la sua vena letteraria intrisa di note tardo-romanticiche nelle quali il sentimento si volgeva in sentimentalismo, e al tempo stesso tinta di risonanze scapigliate che a quelle note si opponevano. A Milano, dove visse per qualche tempo, fu infatti amico degli scapigliati, soprattutto di Boito che lo prendeva molto per la sua ansia di bellezza e la incapacità di pervenire ad essa, di possederla. Lì respirò pure il realismo di ambienti letterari aperti a Heine e Hugo, oltre che a Baudelaire, al nuovo modo di concepire il linguaggio che si voleva volto al prosaico, al fantastico e al bizzarro ma anche all’umoristico.

Poteva, però, lui, il borghese educato alla fede cattolica, a rifiutare quel che da essa esorbitava, pur nell’anelito ad esperienze che andassero al di là della cultura della cosiddetta “Italietta” borghese, accogliere del tutto istanze anarchiche e teorie rivoluzionarie, abbracciare l’ateismo degli scapigliati? Frenava la rigorosa educazione ricevuta, il magistero di Manzoni, quella sua natura che lo portava ad anelare il salto oltre la barriera senza volere, però, valicarla mai definitivamente. Sbandamenti interiori, distacchi dalla fede che sarebbero poi ben presto rientrati come rientravano le sue soste nel peccato. C’era l’ansia dello spirito – resterà ansia – a ridimensionare la passione più accesa, a frenare gli allettamenti della sensualità; e gli sarebbe stato di supporto il pensiero spiritualistico di Galluppi che univa l’asserto kantiano della legge morale con la tesi dell’intervento di Dio nella natura umana, ma anche di Rosmini di cui assorbirà il concetto della persona morale e l’auspicio ad una riforma radicale della Chiesa, guardando anche oltre, alla realizzazione di una democrazia cui si potesse aggiungere l’appellativo ‘cristiana’.

Era l’aspirazione ad una Chiesa in movimento, quella che poi, secondo don Sturzo ma anche per Romolo Murri, avrebbe dovuto accogliere il concetto del Cristianesimo come principale fonte di ispirazione ma non unica, di una considerazione soprattutto della persona nella sua centralità, per la cui difesa vanno appoggiate anche talune battaglie che sono dell’estrema sinistra.

Nel 1866 aveva sposato la contessa Margherita Lampertico di Valmarana verso cui, nei lunghi anni di relazione con Felicitas Buchner, l’istitutrice bavarese dei figli del fratello, ebbe un rapporto che nella ambiguità gli ingenerava malessere. La sua concezione dell’ “amore sublime”, unione di sensi e anima attuata dal genere umano nella sua evoluzione, da intendersi quindi come manifestazione della specie superiore (Proemio di Ascensioni umane), non doveva infatti essere al di fuori della famiglia, diversamente il riscatto poteva avvenire unicamente nel sacrificio, con cui soltanto l’amore diveniva sublime. Per questo il suo amore passionale per Felicitas fu, nel decennio della relazione, attraversato da frequenti rotture, frutto sempre di quell’ansia dello spirito. Dopo il periodo di crisi religiosa, con il rientro nell’alveo della fede cattolica, in seguito anche alla lettura di Philosophie du Credo di Gratry, troncò definitivamente la relazione vissuta più nel tormento che nella gioia.

Nel 1908, ormai nella senilità, troviamo ancora conferma del suo pensiero sull’amore in una lettera ad Agnese Blank: “Io conosco uomini dei quali il mondo direbbe che per quanto riguarda l’amore sono anormali… Questi uomini quando amano adorano. L’amata è per essi una creatura celestiale, un’anima visibile, un perispirito che è pure materia, materia sottile, radiante. In pari tempo questi uomini infelici, quando non amano sono torturati dal desiderio del piacere senz’amore, piacere indegno, conosciuto da essi come tale, aborrito e desiderato a vicenda, non goduto mai senza un infinito disprezzo di sé, senza il più amaro rimorso. La salvezza di questi uomini è appunto l’amore” (A. Fogazzaro, Lettere scelte, T. Gallarati Scotti a cura, Milano 1940, p.645). Anni prima in Vorrei che fossi ancor bionda (riportiamo solo la prima strofa) aveva per Felicitas cantato: “Vorrei che fossi ancor bionda, / là nel pianeta lontano, / che la pupilla profonda / avesse il suo color d’onda, / il suo mite lume arcano” (A. Fogazzaro, Tutte le opere ,P.Nardi a cura, v.XI, Milano 1945), dove s’inebriava di visioni beatificanti, compensazione al sacrificio della rinuncia.

Intanto, dei tre figli avuti da Margherita, la perdita del primogenito Mariano, morto appena ventenne, gli lasciò profondo dolore insieme a meditazioni sulle vicende dell’umana esistenza.

Sulla sua produzione lirica giovanile traboccante di fremiti romantici nella valorizzazione di una soggettività irrazionale, fantastica, immaginifica, passionale, la critica si è soffermata soprattutto per cogliere i prodromi degli sviluppi nella successiva produzione letteraria che abbraccia un arco temporale dal 1876 al 1910. Sono le opere poetiche Miranda e Valsolda: la prima una novella in versi ravvicinabile nei personaggi ai romanzi scapigliati del Verga milanese, l’altra espressione della sua visione romantica della natura, che appare, però, già velarsi del male dell’uomo.

Seguì il romanzo Malombra (1881), tutto immesso, per la tormentata e decadente protagonista Marina Crusnelli di Malombra, in atmosfere di mistero che tanto allettavano i lettori, dove si percepisce anche l’attenzione dello scrittore ad uno pseudo scientifismo, all’occultismo e allo spiritismo, ritenuti quasi un primo passo verso una spiritualità più vera. In Malombra il Fogazzaro sembra quasi descrivere se stesso nel personaggio di Corrado Silva, definito “ingegno non lucido, mistico di tendenze, potente per certe intuizioni fugaci piuttosto che per merito suo proprio… In lui l’antagonismo dello spirito e dei sensi era così violento che il prevalere di una parte opprimeva l’altra” (Malombra in A. Fogazzaro, Tutte le opere, op.cit.).

La casa di Fogazzaro a Oria (Como) in riva al lago di Lugano.

Già è chiaro che non c’è il sostare completamente appagato nell’una condizione o nell’altra ma il tormento per quella accantonata, proprio perché il Fogazzaro non è mai un essere spiritualità piena o il suo opposto pieno, ma sempre struggimento per la mancanza di ciò cui ha rinunciato. Non si può non porre in risalto la novità dei personaggi fogazzariani, del tutto diversi da quelli di altri romanzieri dell’Ottocento perché sempre tormentati, con manifestazioni e atteggiamenti propri del decadentismo, della lunga fase travagliata che avrebbe caratterizzato il Novecento.

Per Malombra, ma anche per le successive opere sembrano i critici, anche se in misura diversa, d’accordo nel rilevare quanto certe intenzioni di ordine religioso, morale e socio-politico abbiano talora frenato l’arte.

Croce, sebbene gli riconosca “molta ricchezza di vita intima… un vivo amore e la simpatia per la natura… vena comica, non profonda, ma facile” parla poi di “un sistema d’idee al quale non è artisticamente pari, e dal quale troppe cose nell’esecuzione lo distraggono” (B. Croce, La letteratura della nuova Italia, v. IV, Editori Laterza, Bari 1955, p.457).

Più o meno sulla stessa scia del Croce sono Simoni, Borgese, Cesareo, Slataper, con attenuazioni in Rumor e Thovez (quest’ultimo vede nelle pagine fogazzariane “una fiamma di poesia, anzi di lirismo”), e poi in Russo, Donadoni e Vossler. Momigliano e Trombatore denunciano che la sua sensibilità non è sempre autentica, quindi decadente, sino a Devoto e Salinari che lo inseriscono pienamente nel decadentismo, l’uno per gli aspetti linguistici, l’altro per l’ideologia politica e sociale-religiosa.

Una eccezione viene generalmente fatta per Piccolo mondo antico (1895), il romanzo della piena realizzazione letteraria del Fogazzaro, dove la critica opportunamente rileva equilibrio fra reale e ideale. Ambientato nella sua amata Valsolda, nel significativo arco storico che va dal 1849 al 1859, narra la storia d’amore ma anche di disarmonie tra il nobile Franco Maironi e Luisa Rigey “civile ma non nobile né ricca”, cui s’intrecciano vicende del risorgimento fra atmosfere di patriottismo, con cospiratori sorvegliati dalla polizia austriaca e aneliti ad azioni eroiche. Bella figura il generoso zio ingegnere che accoglie gli sposi rifiutati dalla nonna nobildonna, i quali non sono poi neppure tra di loro in armonia per le profonde divergenze di carattere. Ma la coppia, con la morte della figlioletta Ombretta, perviene ad un sentimento cristiano autentico, che è poi misura della fede del Fogazzaro.

Varie dunque le problematiche critiche: scrittore tardo-romantico o decadente? quanto realista e modernista? falso e ambiguo nelle idealità religiose o da spiegarsi queste in rapporto alla sua sensibilità decadente?

In Daniele Cortis (1885) quell’ansia di spiritualità – era molto sentita dal Fogazzaro continuamente in lotta contro i sensi in un’altalena di rinunce e ritorni all’amante Felicitas – sembra cantare vittoria nella creazione sia del Cortis nel quale il dovere è più forte della passione, sia di Elena che trova nell’onestà la forza per lasciare l’amato cugino Daniele con un semplice biglietto dove ha scritto il celeberrimo “Hieme et aestate – et prope et procul usque dum vivam et ultra”. Il peccato non è posto in atto, solamente sfiorato mentre viene cantato il calore degli affetti nella stessa ambiguità psicologica dei personaggi. Quel che è onestà nella donna, in Daniele diviene forza di ideale politico e religioso, idest ciò che s’andava delineando nello scrittore come possibilità di concepire la politica quale concetto includente un ideale democratico e cristiano: “Si alzò risolutamente e discese, pensando a Roma, al suo giornale, al febbrile lavoro di cui sentiva bisogno. Ebbe la visione dell’avvenire. Lotte con la penna, lotte con la parola, nella stampa, nella Camera, nelle riunioni, per le sue idee di governo, contro la indifferenza pubblica… sarcasmi di sedicenti liberali, villanie di sedicenti cattolici… Una grande via aperta al rinnovamento sociale in senso cristiano e democratico; e su questa via innanzi a tutti l’Italia. Dio lo voleva tutto questo; Dio gli toglieva la famiglia, l’amore, la giovinezza, lo chiamava con un soffio di fuoco alle opere sue” (Daniele Cortis in A. Fogazzaro, Tutte le opere, op.cit.).

Ci sembra di respirare aliti quasi romantici, ma avvertiamo in seguito che lo scandaglio perviene al sentire romantico solo in superficie, sicché affiora la sensualità decadente in quel lasciare poi aperto lo spiraglio a ciò cui si è rinunciato.

Ed il Fogazzaro prosegue nella creazione di personaggi sull’altalena che dà tormento, anche se Giacalone in Mistero del giovane poeta vede la più alta affermazione dell’idealismo fogazzariano e della sua concezione stilnovistica quasi dell’amore. Il protagonista, innamorato della dolce e malinconica Violet, la sottrae al fidanzato, un professore tedesco non più giovane. Sembra che l’azione possa essere vincente, che il reale prevalga quindi sul sogno, mentre a cerimonia nuziale conclusa il poeta vedrà Violet morirgli tra le braccia. Non possiamo, a nostro avviso, parlare di stilnovismo, Fogazzaro è sempre volto al tormento/piacere che deriva da un eros troncato prima che giunga a compimento, all’incompleto che lascia ancora spazio al vagheggiamento del piacere. Era forse anche questo ad attrarre i lettori borghesi, tormentati allora anch’essi da un altalenare tra spirito e carne. Piromalli giustamente osserva che c’è nel “giovane poeta” continuità con gli altri personaggi fogazzariani, tutti incapaci di prendere coscienza della realtà.

Anche Daniele Cortis mostra, del resto, la stessa incapacità che era del Fogazzaro quando si volgeva alla speranza che la Chiesa potesse accogliere una ideologia di rinnovamento in senso modernista. Un pensiero, il suo, che ammetteva un processo di perfezionamento dalla natura a Dio, sublimando il dato fisico nello spirituale, il terreno nel soprannaturale, sulla scorta delle letture di Darwin e di Le Compte (Evoluzione e sue relazioni col sentimento religioso), e anche della meditazione su Rosmini, Blondel e Laberthonnière, di quel Loisy condannato poi da Pio X. Letture tutte che gli accentuavano quella vocazione a rintracciare la verità al di là di una dimostrazione razionale, nella interiorità più riposta, come aveva auspicato anche nei suoi discorsi che vanno dal 1891 al 1900, raccolti in Ascensioni umane, dove a prevalere non è la sensibilità sociale come, per esempio, in Romolo Murri, ma l’ansia di un rinnovamento ideale.

Sul “Giornale d’Italia del 1908 il Fogazzaro scriveva: “Il sentimento del cristiano e il sentimento del socialista hanno radice diversa. Il primo ha radice nell’amore dato doverosamente a tutti gli uomini senza distinzione, nell’amore che vuole il bene dei ricchi e dei poveri, un bene di ordine morale cui pone supremo, un bene contrario e superiore a tutte le cupidigie, a quelle del povero come a quelle del ricco; il secondo quando è ottimo, ha radice in un desiderio di giustizia, senza dubbio; ma pone supremo un bene di ordine materiale e non ha substrato di amore” (C. Muscetta, La letteratura italiana, Storia e testi, 8, II, p.684).

Come si vede, quel che sente fortemente è la spiritualis renovatio , manca il segno dei grandi eventi sociali con cui si chiudeva il XIX secolo, che in un certo modo lo stesso Leone XIII avvertiva. Poteva, però, la Chiesa accogliere lo scardinamento del tomismo, accettare il principio spenseriano che il pensare è anche mettere in relazione i fatti di coscienza, poiché c’è un processo di adattamento tra le relazioni interne del soggetto e quelle dell’ambiente circostante?

Alla critica estetica sul Fogazzaro fece seguito quella ideologica apparsa già sull’“Osservatore cattolico” del 1893 e sulla rivista dei Gesuiti “Civiltà cattolica” dello stesso anno. Entrambe annunciavano riserve sul Fogazzaro, sul suo cattolicesimo non clericale, sulla idealizzazione dei sensi visti come possibilità di volgersi all’amore dell’anima. Si rilevò anche una osmosi tra cattolicesimo e socialismo nel seguito di Piccolo mondo antico, in quel Piccolo mondo moderno, pubblicato nel 1900, a distanza di cinque anni dall’altro accolto da tutti favorevolmente. Nel nuovo romanzo, insieme all’ironia verso il piccolo mondo provinciale – siamo lontani dal Verga, dalla concezione del dolore come necessità obiettiva di vita –, nello scetticismo di Jeanne, nella rinuncia di Pietro Maironi alla vita attiva, a tutti i suoi beni, è già delineato il personaggio de Il Santo, tanto distante dal superuomo dannunziano, frutto del diverso disgusto post-risorgimentale fogazzariano, della necessità di un cambiamento e insieme della coscienza che non poteva avvenire ad opera della Chiesa a causa della sua inadeguatezza.

Maironi, divenuto Benedetto, dopo un periodo di meditazione e penitenza, predica nella valle dell’Aniene e a Roma. Denuncia in un colloquio notturno col pontefice, che lo ascolta benevolmente, gli spiriti maligni della Chiesa: lo spirito di menzogna che moltiplica le “divozioni esterne” e trascura l’insegnamento della preghiera interiore; lo spirito di dominazione con cui porta la propria autorità fuori dal campo religioso; lo spirito di avarizia per cui ossequia la ricchezza; lo spirito di immobilità che è idolatria del passato e rifiuto del progresso. I toni si fanno decisi : “Cristo chiama soccorso in tutte le creature che soffrono… Dal Vaticano si risponde sì a Cristo, ma non si va. Che dirà Cristo, Santo Padre, nell’ora terribile?” . C’è sì l’influsso del Rosmini, ma tutto il discorso ci sembra fortemente sentito, e fu forse per le istanze di rinnovamento nell’opera presenti, per la difesa del modernismo che Il Santo ebbe successo anche a livello internazionale.

Ai sopra citati giornali fecero eco di condanna sia i conservatori ne “Il regno” sia i socialisti di “Critica sociale”, sicché il Fogazzaro venne sostenuto solo dai cattolici della rivista progressista “Il rinnovamento”, almeno fino a quando Il santo non fu messo all’Indice dall’addetta Congregazione (1906). L’anno successivo Pio X diramò l’enciclica Pascendi Dominici gregis, chiara condanna del modernismo.

Fogazzaro, che aveva abbandonato le analisi corrosive di Loisy accostandosi al misticismo del gesuita Giorgio Tyrrell (gli aveva ispirato il protagonista de Il Santo) e poi al vescovo di Cremona Geremia Bonomelli, visse pertanto il dramma dell’incomprensione del cattolico che avrebbe voluto il rinnovamento all’interno dell’ortodossia ed era stato, invece, condannato dalla Chiesa e respinto anche dai socialisti, soprattutto dal Murri che lo tacciò di arrendevolezza.

Intanto, candidato più volte dal 1900 al Premio Nobel, non ebbe neppure la soddisfazione della prestigiosa assegnazione.

Nell’ultimo romanzo, Leila (1910), Fogazzaro mise ormai da parte il modernismo – è solo sfiorato con don Benedetto – per raccontare la vicenda del giovane Massimo – dopo il vacillare della fede per le ingiuste accuse, alla fine esclama: “Sono tornato a Cristo e alla Chiesa” – e di Leila, dapprima per orgoglio fedele alla memoria del fidanzato morto, poi tutta palpitante d’amore per Massimo, in una natura che rende entrambi parte di una vita alta. Un romanzo, com’egli scrisse in una lettera, composto per testimoniare l’ansia di pacificazione, il bisogno di una vita appartata dopo le ostilità che l’avevano amareggiato e il gesto di obbedienza non sentito.

Ma già i lettori s’erano volti all’attivismo dannunziano, al suo tripudio dei sensi, lasciando alle spalle le tormentate storie fogazzariane.

Giustamente Gallarati-Scotti e Pietro Nardi hanno ridimensionato certi giudizi pronunciati sulla scia del Croce, ritenendo di dover porre maggiore attenzione alla estrazione sociale del Fogazzaro, alla sua biografia familiare e culturale, alla temperie storica del secondo Ottocento.

Nardi ha impostato il suo lavoro di esegesi basandosi soprattutto sui nessi tra vita e fantasia, vale a dire fra lo scrittore con le personali vicende di vita, con l’anelito ad un cattolicesimo moderno (si attese ancora mezzo secolo perché la Chiesa avesse con Giovanni XXIII delle aperture) e le sue realizzazioni fantastiche dalla umanità piena di angoscianti contraddizioni.

Tuttavia vogliamo ricordare che anche un crociano come Mario Sansoni, portato ad esaltare il pensiero idealistico del primo romanticismo non ha potuto non riconoscere nel Fogazzaro “virtù alta di narratore e di poeta… squisita sensibilità, esperienza delle nostre segrete sofferenze, il senso del mistero e dell’indefinito, il gusto della rappresentazione del paesaggio, spesso spiritualmente animato dalle creature che lo contemplano, e una vigorosa attitudine a sbozzare figure e figurine minori con un tocco realistico ed una comicità così fine, che fanno – per questa parte di lui il maggiore continuatore del Manzoni” (A. Fogazzaro in M. Sansoni, Storia della letteratura italiana, Principato, Milano 1968).

Ma vogliamo chiudere questo nostro breve saggio con quanto, a proposito della propria arte dichiarò lo stesso Fogazzaro alla conferenza Le grande poète de l’avenir, tenuta a Parigi il 1898:

“Mon oeuvre tout entière trempe par les racines dans une conception du monde et de la vie dont mon e(accento circonflesso)tre est pénetré. Depuis mes essais littéraires jusqu’à mes essais philosophiques, depuis mon premier poème jussqu’à mon dernier roman, tout qui est sorti de ma plume est fortement coloré, je puis ben le dire, du sang de mon coeur, où des idées lentamente, longuement élaborées par la pensée, par l’étude, par la vie, ont pénetré peu à peu, ont fondu dans mes amours, les ont rendus raisonnables et en sont devenues passionnées”

[L’intera mia opera sta immersa dalle radici in una concezione del mondo e della vita di cui il mio essere è penetrato. Dai miei saggi letterari ai miei saggi filosofici, dal mio primo poema al mio ultimo romanzo, tutto quello che è uscito dalla mia penna è fortemente colorato, posso ben dirlo, del sangue del mio cuore, in cui idee lentamente, lungamente elaborate dal pensiero, dallo studio, dalla vita, sono penetrate a poco a poco, si sono disciolte nei miei amori, li hanno resi ragionevoli e sono divenute appassionate].

(Marzorati, La letteratura italiana – Storia e testi, 8,II, p.655).

Lo scrittore con gli abati di Praglia (Padova).

Lo scrittore con la nipote a Oria (Como).

Bibliografia

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www.intratext.com per Rendiconti del Parlamento, Sessione del 1867, v.VIII, p.8966.


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