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Bifrontismo asimmetrico
nella poesia di Giorgio Bárberi Squarotti

Nessuno ti ricorda,
la tua morte non ha senso, e ora
mi morde dentro come una faina.
La mia giustizia è secco sterpo cenere
.

(G. Bárberi Squarotti, Dopo che è sorta l’alba 1)

Nessuna morte violenta ha senso, non sembra per Giorgio Bárberi Squarotti avere senso nessuna violenza, da qualsivoglia parte essa venga inutile sempre, come si evince dalla inclusione delle varie opposte bandiere in ciò cui sembra quasi impossibile sottrarsi.

Colpevoli tutti nel trionfo anche dell’indifferenza, come leggiamo in altri versi della poesia in esergo: … se uno chiede aiuto / nella notte, tranquillo dura il sonno, / il cuore è in pace dietro i cancelli e i cani. L’uomo, essere razionale per eccellenza (cos’è poi la sua razionalità se, come meditava Voltaire, ama violenza e guerra, dal filosofo considerata “la più stupida delle arti”?), 2) continua a perseguirla e attuarla anche senza scopo, per il piacere perverso della trasgressione, soprattutto se insieme ad altri. Crudeltà del singolo e della collettività, e vanno a galoppo morte terribile e rovina.

La efferatezze da ideologie opposte sono impresse nel Poeta: Ricordi, amico, il fumo giallo dei paesi /…/… e le ultime rondini stridevano / intorno al corpo bianco del ragazzo / che agitava il vento, appeso al platano / - rivedi gli amici dispersi per i prati, / principi dei vermi e delle mosche. / Questi sono i giochi che imparammo da ragazzi, / e gettarsi nei fossi, a gara con i colpi / di fucile, danzare avanti all’ira / o al riso degli dei alti sui carri - /… 3)

Prosegue il male nel nuovo millennio, ancora vincono le tenebre, per riprendere il testo evangelico giovanneo: E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce. La perdita dell’eden primigenio è vittoria del male, ma viene l’eden riproposto all’uomo dal Bambino “con la vestina bianca / e breve, quasi nudo” che solleva ”lievemente giocando, gli altri groppi di vipere pacificate”. 4) Spirito di religiosità autentica il nostro Poeta, non mancava di meditare sulla Bibbia, uno dei suoi testi preferiti. Ma quella speranza di pace offerta dal Bambino “con la vestina bianca”, che il premio Nobel Ernesto Teodoro Moneta a Oslo annunciava alla Conferenza il 25 agosto del 1909, continuò nel “secolo breve” ad essere nullificata da due guerre mondiali. Ed ha seguaci sempre più scarsi nel nostro tempo che vede trionfare pure l’aridità di scienza e tecnica, la massificazione dove ogni identità si spegne: Non servirti del linguaggio dell’arnia, / se non vuoi rimanere prigioniero / del viscerale calore che logora e fa vili / e insegna la lezione degli insetti / gregari, pronti all’opera fedele / e all’ossequio, a gara nelle comuni commozioni, / in ire e lamenti comandati, alla pietà / o al grido di morte intorno al seme / che col vento cieco cade dal cielo nel tempo favorevole. 5)

E’il prevalere dell’artificio nella viltà che il Poeta pone in rilievo, per quel che gli era consentito quaggiù di vedere per speculum, in aenigmate. Eppure, nello smisurato diffondersi di parole incomprensibili, “… sempre il Verbo parla, pure privo / di messaggio o d’augurio o confessione / o confidenza se c’è chi troppo tema / la notte che si approssima, e si attacchi / allora alla quiete di parole, / così vane e frivole, così dolci ancora “. 6) Del male, ab origine onnipresente, filosofi e letterati tentano di dare spiegazione. Rende il male (metafisico, morale, fisico) insonni le notti di Agostino d’Ippona; terribilmente reale poi il male in Dante col dispiegarsi negli eccessi, nell’abbandono dei valori antichi, nella illimitata fiducia nelle capacità razionali: lontano è l’uomo da Dio “l’avversario di ogni male”. (Inferno, 2, 16)

E diviene il male per Leopardi cosmico (Pensieri, 1826): tutto è male e volto al male, anche la rosa dardeggiata dal sole, il giglio succhiato dall’ape, gli alberi torturati dagli insetti, lo stelo delicato spezzato dalla fanciulla gentile. Più freddo dolore in Montale: ogni presenza è squallore senza significato, inutilmente si tenta lo spiraglio a intravvedere il senso, resta la condanna del vivere. Potremmo nominare ancora filosofi, inoltre poeti e romanzieri della letteratura mondiale, preferiamo fermarci ai menzionati, pur se anche altri autori erano cari a Giorgio Bárberi Squarotti (a esempio Gozzano e Pavese). Rifuggiva dalla “poesia del cuore”, e in un Saggio dà il suo addio 7) (sull’autenticità di tale poesia talora anche noi poniamo l’interrogativo), da ogni manierismo elegiaco e da sentimentalismi, come si evince anche dal Saggio Pensoso vo mesurando 8), nella consapevolezza del tragico dell’esistenza, pur nella tregua donata dai momenti di grazia.

Bifrontismo del vivere, asimmetrico, se vogliamo, nel giganteggiare del male, misura e consapevolezza dell’esistenza che pur grazie dona a chi sa riconoscere quanto attorno v’è di opposto, se anche in sé scoprirlo può. Bifrontismo che Gerald Holton molto rintraccia, anche nella scienza, in quel suo essere da una parte sforzo galileiano (anzi archimedeo) verso la precisione, dall’altra nel farsi pur essa intuizione, fantasia, sogno ad occhi aperti, idest attività personale, privata e soggettiva dello scienziato. 9) Pensiamo che il Nostro abbia ben presto dovuto meditare su vita e morte, sulla grande faccia del male: a quattro anni rimase orfano del padre Barbero, gentiluomo versiliese e ufficiale dell’esercito che aveva sposato Ida Squarotti (dal Poeta onorata anche nel cognome), figlia di legnaioli e viticultori di Monforte d’Alba. Era l’ufficiale intervenuto a salvare un milite in difficoltà per il mulo sull’orlo di un precipizio, generosamente salvò il milite ma morì per la ferita di un mortaio, non opportunamente curata. 10)

Del male della storia aveva il Poeta visto da ragazzo direttamente gli effetti, la realtà crudele. Abbiamo avuto l’onore di un lungo rapporto epistolare e in una lettera del 30 gennaio 2012, tra l’altro, ci scriveva: “… durante la resistenza io sono stato a contatto con siciliani, pugliesi, napoletani che combattevano per la libertà e per il bene della Patria, e non dimentico il palermitano che vidi morire durante un rastrellamento fascista. E poi io penso sempre al futuro, guardare dietro mi sembra danno e vanità. Conta la speranza, non il lamento di come avrebbe potuto operare la storia in modo migliore e così non fu. Se, però, così andarono le cose, allora bisogna darsi da fare per il meglio, e mi sembra che purtroppo non così si faccia…”.

Giorgio Bárberi Squarotti non manda di certo in oblio la sacralità del passato se in tanti versi è presente, vuole, però che non si faccia lamento, che sia piuttosto insegnamento ad agire per l’effettivo progresso della società che constata sempre più indolente, attiva solo nella corruzione ampiamente allargatasi. Il post bellum registra infatti la sudditanza dell’utile, dell’ipocrisia, nei decenni vieppiù crescenti, che lo Squarotti denuncia in molte poesie, a esempio in Ora che non è tempo di persecuzioni. In Dialogo infinito (per brevi giorni pubblicato come edizione postuma), nelle 2240 pagine dei due volumi dove è raccolta la sua produzione poetica pubblicata in 48 libri, tante le memorie del male della storia; ne menzioniamo qualcuna: “Ben presto la battaglia d’Alba e Canne, / Lenin, Cesare, i cent’anni di Berta / che narrava fiabesche verità, / il compagno di scuola che annegò / nel Tanaro nella più lunga estate / di eterne rondini e fucilazioni / la pesca che l’altr’anno cadde all’alba / nell’ultima domenica di agosto, / prima della vendemmia dei dolcetti / e quello stesso mosto con cui Elena / decorò le sue tempia e il seno, tutto / diventa allegoria, ombra di vocaboli, / cocci d’echi e di immagini raccolti / per caso, curiosamente, vane, vere / ed inventata o forse detta da altri. / Sono davvero il nuovo che si aggiunge / a ciò che fu creato in qualche sogno / di Dio all’alba? Sarebbe un bello scherzo, / una beffa, se così fosse stato / ed è e rimanga a dispetto del tempo / nel gioco dell’attesa di un tramonto / qualsiasi d’estate di vedermi / davanti tutta la realtà: passa / ancora una leggera nube, il gatto / fulvo scende dal tiglio, oltre la siepe / ci sono le alte grida delle favole / di vento e di bambini, tutto muta / e tutto è eterno in questo nostro dubbio / ora felice, ora confuso e inutile”11)

Realtà e mito si fondono, passato come eterno presente, eventi e quel suo sguardo oltre, l’interrogarsi sullo “scherzo” di Dio, il meditare sul mutamento e sull’eternità, sul dubbio “ora felice, ora confuso e inutile”. Le Langhe sono la terra della memoria del male della storia che l’ha toccato nella adolescenza; un male che lo lascia dubbioso fra innocenti e peccatori: “La bomba dell’aereo, a Monchiero, / che era un paese di quattrocento anime / di contadini, un prete, un oste, due / falegnami, il postino, la marchesa / enorme, gli occhi verdi tra la cipria / rosa, cadde nell’angolo sinistro / della casa di Gavarin, che aveva / due carri per trasportare la sabbia / del Tanaro in città dai muratori / che costruivano la nuova chiesa, / sbriciolò la cucina, dilaniò / la donna che stava scaldando il latte / per la figlioletta nata da tre giorni. / Nel vano della porta restò intatta / nella culla di vimini, gemette / un poco appena, aspettando paziente / il cibo e la carezza…”.12) Non ci sono spade elmi e scudi, non c’è Ilio e le sue mura, né lo Xanthos, ma anche qui, come in Omero, la faccia crudelmente gigante del male, e gli artefici ne sembrano anche inconsapevoli. A Monchiero è la bomba sganciata da Jonny Brown che nella carlinga ha la foto di sua madre e della fidanzata. La guerra da sempre ordina la morte, annebbia le menti, poi “Tutto quello che accadde presto sparve”: è ancora la vita a vincere. Fatte le dovute proporzioni, anche a Hiroshima e a Nagasaki, in ogni parte del globo e in ogni tempo l’uomo vive la inutile crudeltà della guerra, e sempre, da Virgilio in poi, sino al nostro Poeta, sorge il canto sull’ assurdità di essa, degli stessi eroismi. E non dimentica il Poeta le situazioni di crudeltà non punite, il voltagabbana che continua a vivere tranquillo: “Scomparve da Bra il ventuno di aprile: / fu visto, a mezzogiorno ancora, entrare / nell’osteria dei ferrovieri, bevve / molti bicchieri di barbera, aveva / ancora il cinturone con le borchie / di acciaio e la pistola bene in vista, / sempre beffardo il volto, salutò /…“ Non viene poi più visto, tante le supposizioni, tra cui che abbia pagato il fio, finché compare con una ragazza bruna, per scomparire dopo e mai più apparire “…a meno che non fosse / il vecchio prete che si era seduto / con un lampo d’ira negli occhi scialbi, / quando mi riconobbe nell’ingresso / di San Pietro, nel Giubileo, a Roma”. 13)

Fantastica ironia che qua e là affiora in tanti versi di Giorgio Bárberi Squarotti, dalla vena poetica anche ironica. Versi densi di metafore, dal metro implicito, estremamente raffinato, di sorprendente varietà linguistica. Era l’uomo Squarotti, per quel che abbiamo potuto dedurre dal nostro rapporto epistolare, persona amante della giustizia, cortese e generosa, attenta ai tanti aspetti del bello, attenta al sacro (“Senza il sacro è impossibile agire, scrivere”, dice in rete nella intervista concessa alla poetessa Nadia Cavalera il 24 aprile 2009). E coglieva con profondo dolore il tragico, per lui espanso nella vita in toto, anche nella sorte che condanna al vivere difficile, degradato. Così leggiamo La pastora dove nulla sembra esserci di bucolico, “non pecore, capre, giovenche candide e pezzate, ma porci e scrofe, ed è ella succinta / per non lordarsi in tanto brago e puzza”.14) Eppure, a fine giornata, la pastora, seduta sulla panca, …contemplava / il tramonto scarlatto di framezzo / gli elci, le querce fruttifere, i pini. E’ l’altro aspetto della vita, quello cui anche Pasolini dà rilievo in Che cosa sono le nuvole. 15).

Oppure Serse il ciclista, bastonato anche lui dalla sorte, come tanti altri in versi da cui emerge la dolorosa meditazione sugli esseri segnati dalla vita difficile. Né il Poeta esclude le cose lasciate a degradarsi, come nella poesia “I vecchi” con i campi in rovina non per il male della storia, come in Virgilio (squalent abductis arva colonis, Georgica, I, 498), ma abbandonati dai giovani per l’officina. Lo Squarotti trascende poi il tragico nella fantasia, perviene, nel lungo meditare sull’esistenza, alla saggezza cui solo l’essere magnanimo può giungere. Era molto legato a Torino dove aveva percorso l’iter di studente e poi di docente universitario nella Cattedra che prima era stata di Giovanni Getto, suo maestro, dove aveva anche lui trasfuso negli allievi, nello stesso Valter Boggione, curatore e prefatore del Cofanetto Dialogo infinito, l’amore per la letteratura. Era legato a strade e monumenti, alla casa Liberty in via Duchessa Jolanda, e dal verone guardava lo spettacolo di cielo e monti, il mutare nelle stagioni, nelle ore.

Ma erano le Langhe il paesaggio amato, e a Monforte d’Alba, il paese materno, era solito tornare in estate, e riviveva quel che era stato e più non era, e con occhio visionario quel che c’era combinava in un surreale onirico. Così scriveva su una cartolina inviataci il 10 agosto 2012: “Questo è il mio amato paese alquanto erto: lì nell’estate scrivo le mie poesie e i miei saggi migliori, mentre a Torino molto fatico. Nel mio giardino c’è fresco, ci sono alberi, fiori, aria limpida e pace: e così trascorro le ore più assolate”. Di Monforte amava tutto: Qui il clima è perfetto: il cielo è limpido, le colline sono verdissime, fa fresco. Arriva ogni tanto un temporale, ma è mite e gentile con tanti tuoni e lampi e breve e fruttuosa pioggia”. Ci scriveva in una lettera inviataci il 6 luglio 2012. E l’occhio ogni cosa coglie e descrive, come in La ragazza e la panca: “… nell’ombra ancora del primo mattino, / quando il culmine del paese e vigne / d’ardore e azzurra luce è appena acceso: / di lì non si vedevano né le Alpi / che dovevano ormai essere grigie / e celesti senza più il candore / della neve e del latte delle nuvole / di primavera, né le linee alte / di borghi e boschi e di ritani / stretti, luminosi di lecci e tufi / vertiginosi… 16)

Tornava a vivere la gioia dell’esserci, di essere poeta, e la gioia della famiglia con l’amata consorte Piera e i figli Giovanni e Silvia e poi con i nipoti; tornava a vivere l’amicizia nell’amabile conversare di convivi, anche con amici del Premio Bottari Lattes Grinzane, di cui per numerosi anni è stato Presidente della Giuria tecnica. Le Langhe erano il paesaggio dell’anima, quello amato anche al di là di ogni attrattiva. Nella Introduzione al Saggio Le colline, i maestri, gli dei 17) tra l’altro scrive che le Langhe sono “un paesaggio senza sogni, senza avventura, senza gioia delle cose” dove dei ed eroi omerici sono incarnazione “delle più radicali e definitive sconfitte”, eppure è proprio lì che ha composto “un buon numero di opere”. Ma non solo alle Langhe l’occhio di Giorgio Bárberi Squarotti è quasi felliniana telecamera dell’anima sul mondo a lui circostante, ovunque il Poeta coglie la vita delle cose e degli esseri viventi slargantesi dalla realtà presente in altro spazio e tempo. Occhio reale e visionario, vagante in situazioni e immagini fantastiche oltre la realtà che appare (anche l’invisibile è per lo Squarotti realtà, come dichiara alla poetessa Nadia Cavalera nella già citata intervista). Pochi versi tra migliaia: “Nella notte sul treno piovve, ci fu vento, / credo venne anche la nebbia… /… ma quando la luce si aprì di colpo nei vetri stranamente / limpidi che cos’era quella pianura bianca dove non / c’erano più binari fili case, neppure alberi, / solo qualche basso cespuglio, non di più, / e qualche figura incerta, forse verso / l’orizzonte dove poteva essere anche il vuoto /…”

L’apparire dopo di “una ragazza bruna quasi nuda” (la ricorrente nudità femminile è nello Squarotti spesso simbologia di giovinezza, di innocente bellezza), che morde la mela spiegando che “non ci sono latte né miele né caffè… / ma tante altre cose sì, poi fra poco si riparte / facendo un cenno intorno, dove intanto / erano spuntati alberi e anche case / e nuvole, e… /…e l’ombra / di una mano enorme che con cura / disegnava ora anche i particolari più minuti, / poi in fondo tracciava il ghirigoro / di una firma qualsiasi” 18) Chi nel suo percorso di vita perviene in varie attività a traguardi tutti ragguardevoli ingenera negli altri incertezze su a quale di esse dare la priorità. Si finisce, talora, col porre in secondo piano proprio l’attività che è di maggiore lustro. Giorgio Bárberi Squarotti vien detto in primis critico e saggista (lo è fra i maggiori del Novecento), poi poeta, mentre, senza sminuire le altre sue attività, pensiamo che proprio al poeta sia da dare la priorità. Si dica dunque: Giorgio Bárberi Squarotti, poeta, saggista anche e critico eccellente, per 37 anni docente di Letteratura italiana all’Ateneo di Torino… Incipit della sua biografia, lo scorso 9 aprile segnata anche dalla seconda data fondamentale nella vita di ciascun essere: nascita e morte, alfa e omega, cui nessun vivente sfugge. Per il Nostro entrambe a Torino: 14 settembre 1929-9 aprile 2017. L’omega: punto non voluto per sé e per chi amava, forse, però, al tempo stesso attesa speranza : fa’ forza più che puoi, è pur possibile / che si apra uno strappo e da quello vedi, / certa, la luce.19)

La poesia di Giorgio Bárberi Squarotti è racchiusa nei due volumi del Cofanetto “Dialogo infinito”, edito da Genesi Editrice con Premessa dell’editore Sandro Gros-Pietro e Saggio critico di Valter Boggione, come Egli ha voluto fosse sistemata. Ad essa ha dato preminenza nel suo ultimo tempo, pur continuando a correggere la raccolta di Saggi critici, anche se con difficoltà per problemi di vista, come ci scriveva il 7 giugno 2016:“… E’ una fatica, ma anche una soddisfazione. Mi piace dimostrare ancora, alla mia età, che non ho sprecato il mio “talento” per piccolo che sia. Ma so anche che è vanità, e ne chiedo a Dio misericordia…”. E in un’altra lettera del 12 gennaio ci aveva scritto:… sono a buon punto nella sistemazione dei miei molti inediti. E’ l’estrema vanità, utile però un poco a sostenere e a riempire il vuoto delle ore…”. Misericordia per una vanità che è poi talento: se la memoria non ci inganna, gli ricordavamo che Dio è Creatore massimo, Poeta al di sopra di ogni poeta eccelso, di certo non è ragioniere. Metteva in pratica due virtù per lui fondamentali, umiltà e pazienza, difficili da riscontrare in altri, soprattutto oggi. Non aveva infatti la spocchia che caratterizza tanti, pur se di valore inferiore al suo, e sopportò inoltre pazientemente disagi e dolori, negli ultimi anni molto accentuati, come deduciamo dalle sue lettere. In quella del 27 febbraio 2017 ecco quanto, tra l’altro, fa, per le gravi difficoltà visive, digitare a colei che definisce “sublime collaboratrice”: “Il mio spazio è ormai limitato a un angolo di cielo e alle case intorno. Spero che con la primavera sia in grado di uscire di nuovo di casa, almeno per una breve passeggiata”. Poche settimane e avrebbe passeggiato negli spazi sconfinati, in una primavera eterna. Amava il sole, soprattutto nell’ultimo tempo nelle lettere che ci inviava accennava alla Puglia come terra felice per il sole. Amava la vita, e la vita era per lui la letteratura, dove ha lasciato prove egregie che restano a patrimonio. La poesia era la sua diletta: “I poeti mi sembrano più incisivi degli scrittori”, dice rispondendo a una intervista 20) dove il rilievo viene dato soprattutto al critico letterario e al responsabile scientifico del Grande Dizionario della Lingua Italiana (UTET).

Nella stessa intervista, nel gioco propostogli di indicare un poeta per ogni secolo della nostra letteratura, indica Cavalcanti, Dante (considerato il massimo nella intervista della Cavalera) e Petrarca, Pulci, Ariosto, Marino, Alfieri, Leopardi, e ancora insieme Pascoli, D’Annunzio e Montale. Contestato poi per aver scritto prefazioni anche a poeti “non raccomandabili”, spiega che, così facendo, intendeva quasi resistere al pericolo che la letteratura divenisse sempre più secondaria, che quindi la stessa vita lo divenisse. Non possiamo non essere d’accordo sulla funzione vivificatrice della letteratura (di quella non ‘spazzatura’, beninteso) in una società che riesce ormai a comprendere solo l’utile ed è sempre meno interessata al bello, al giusto, al sacro, che ha inoltre, a detta del nostro Poeta e Critico “tanti mediocri scrittori del nulla”. 21)

La scrittura, insieme alle capacità inventive, richiede, come ogni altra attività, esercizio, anche un lungo esercizio di meditazione sul pensiero degli autori che brillano nella storia letteraria mondiale. Oggi, nell’ omnia celeriter e in tanto altro di negativo ancora, ci si improvvisa scrittori del nulla, ancor più poeti del nulla. Federico Garcìa Lorca soleva dire: La poesia richiede una lunga iniziazione, come qualsiasi sport, ma c’è nella vera poesia un profumo, un accenno, un tratto luminoso, che tutte le creature possono percepire. L’iniziazione di Giorgio Bárberi Squarotti principiò molto presto, quando, appena dodicenne, il suo Professore di Lettere lo fece innamorare della letteratura, della poesia. Le migliaia di versi del Poeta filosofo, che attendono vasti studi critici di alto livello (abbiamo, in queste brevissime pagine, dato un semplice cenno, forse anche maldestro, della tematica molto presente), insieme a tanta altra produzione di saggi, ne sono il frutto. La speranza è che possa il prezioso frutto essere onorato, inoltre divenire cibo della mente e dell’anima anche per le future generazioni: si prevedono ormai del tutto volte al tecnologismo vieppiù sfrenato. Potrà esistere ancora il Vate, essere amato chi, come disse Italo Calvino in una conferenza degli Anni ‘60, possiede l’arte di far entrare il mare in un bicchiere?

Bibliografia

Giorgio Bárberi Squarotti, Dialogo infinito, Genesi Editrice, aprile 2017, Premessa di Sandro Gros-Pietro, Saggio introduttivo di Valter Boggione, voll. I, II, pp.2240

1) G. Bárberi Squarotti, Op. cit., Dopo che è sorta l’alba, vol. I, p.21

2) Voltaire, Dizionario filosofico, M. Bonfantini a cura, Einaudi 2006, Guerra

3) G. Bárberi Squarotti, Op. cit., La voce roca, v. I, pp.24-25

4) G. Bárberi Squarotti, Op. cit., Il perdono, v. II, p.1574

5) G. Bárberi Squarotti, Op. cit., Per speculum in aenigmate, v. I, p.40

6) G. Bárberi Squarotti, Op. cit., Fronde, v. II, p. 1259

7) G. Bárberi Squarotti, Addio alla poesia del cuore, Sovera Edizioni, 2002, passim

8) G. Bárberi Squarotti, Pensoso vo mesurando, Manni Editore 2014, passim

9) G. Holton, Thematic Origins of Scientific Tought Kepler to Einstein, Cambridge, MA, Harvard University Press, 1973

10) G. Bárberi Squarotti, Op. cit., Nota biografica, v. II, p. 2177

11) G. Bárberi Squarotti, Op. cit., La memoria, v. II, p.2146

12) G. Bárberi Squarotti, Op. cit., La bomba dell’aereo, v. II, p. 1925

13) G. Bárberi Squarotti, Op. cit., Il fascista, v. II, p. 2147

14) G. Bárberi Squarotti, Op. cit., La pastora, v. II, p.1912

15) P.P. Pasolini, Che cosa sono le nuvole, episodio del film Capriccio all’italiana, 1967

16) G. Bárberi Squarotti, Op. cit., La ragazza e la panca, v. II, p. 1592

17) G. Bárberi Squarotti, Introduzione a Le colline, i maestri, gli dei, Santi Quaranta Editrice, 1992

18) G. Bárberi Squarotti, Op. cit., La firma di Dio, v. I, p. 582

19) G. Bárberi Squarotti, Op. cit., A teatro, v. II, p. 2090

20) “La Stampa”, Sono sempre alla ricerca di Proust, Intervista di G. Tesio, 24 luglio 2010

21) G. Bárberi Squarotti, lettera a Antonietta Benagiano, 2 dicembre 2016: “… Spero che la Sua raccolta di racconti possa uscire presto… Non permetta che la Sua opera possa essere confusa con tanti mediocri scrittori del nulla”.

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