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Brama di micronazionalismi: la Sicilia

L’uomo non sempre s’impegna a realizzare quanto sostiene di agognare. Il sogno ricorrente di una pace perpetua e di una prosperità diffusa ha, ad esempio, accompagnato il cammino dell’umanità, nella realtà si è volto, invece, a guerre infinite, combattute con armi e strategie mutate nel corso dei millenni, mentre l’approdo è, in ogni era e per qualsiasi civiltà, rimasto il medesimo a qualsivoglia latitudine.

Nella nostra società tecnologicamente avanzata va poi maggiormente crescendo il senso di precarietà e d’angoscia: ogni “altro” potrebbe seminare terrore e gli eventi dagli effetti devastanti divengono all’istante notizia globale ingenerando panico.

Il nuovo millennio vede come sintomo preoccupante anche la crisi dello Stato con il sorgere di una moltitudine di autorità, ciascuna delle quali con l’ambizione di farsi stato; e nelle microentità statali maggiormente si pone in atto la prevaricazione del più forte sul più debole con svariate e accentuate tipologie di violenza, già nell’ultimo decennio del Novecento sperimentate in varie parti del globo.

Declino economico, diffusa criminalità, corruzione e inefficienza provocano una forte spinta verso il micronazionalismo, e questo non fa che potenziare quegli stessi aspetti negativi, ostacolando cooperazione e integrazione.

Samuel P. Huntington individua nelle pretese universalistiche dell’Occidente, provocanti irrefrenabili e nocive frammentazioni, la causa del conflitto con altre civiltà, in particolare con l’Islam e la Cina [1]. Viene delineato un quadro futuro preoccupante, anche se proprio dai sovvertimenti potrebbe, con una forte dose di buona volontà, sorgere un diverso assetto mondiale, volto a quel sogno di cui dicevamo.

Pura utopia? È così secondo le previsioni dei cosiddetti catastrofisti, noi sospendiamo, invece, la scelta ipotetica, lasciamo spazio a quella imprevedibilità da tenere sempre in conto quando sono troppi i fattori in gioco. Al momento sembra, però, attenderci la diffusione dei conflitti in atto e insieme quasi una balcanizzazione del mondo.

È la rinascita di particolarismi etnoculturali che non di rado confina col razzismo, la bestia che in determinate situazioni diventa difficile tenere a bada. Comunque le rivendicazioni autonomistiche mandano in frantumi gli stati, disegnano nuovi confini, che non sono soltanto fisici.

Aspirazioni identitarie ed egoistiche – circola la convinzione che la prosperità possa attuarsi all’interno di entità più piccole che nulla debbono spartire con quelle al di fuori – si allargano ovunque, rendono incapaci di fronteggiare le sfide, maggiorano instabilità e incertezza.

Così, nel mentre si assolutizza il criterio economico come misura di tutte le cose esemplificando la complessità antropologica e sociale, quindi la stessa esistenza individuale e collettiva, il pericolo è di andare anche verso un forte, pericoloso indebolimento economico. È il risultato di politiche sbagliate da parte degli stati che intendono reggersi in maniera anacronistica. C’è inoltre il rischio che i gruppi egemoni, sebbene di piccole entità, possano ugualmente accedere a tutto, alle armi nucleari e chimiche, biologiche e informatiche.

Frattanto lo Stato leader, in difficoltà, sembra porre in secondo piano la sua autorità politica per assumere il ruolo di incentivatore economico con cui procedere nella globalizzazione, da certa storiografia considerata una nuova forma di colonizzazione.

Se restringiamo l’obiettivo alla nostra Italia, che ha da poco celebrato il 150° dell’Unità, secondo taluni tra retorica solita e polemiche decostruttive, non possiamo non riflettere che anche da noi sembra un mito la corrispondenza di Stato a Nazione; lo è sembrato sin dalla proclamazione del Regno d’Italia, se ripercorriamo le vicende che ad essa seguirono.

Dagli ultimi decenni lo stacco delle varie aree appare, però, maggiormente accentuato: dilagano proposte separatiste, veementemente asserite con espressioni spesso triviali e con travisamento e manipolazione della stessa storia.

Tutto questo ci porta a meditare nuovamente su certi eventi storici della Sicilia, la regione che già nell’Ottocento ebbe l’intento di una separazione, idest dell’attuazione di un micronazionalismo, anzi l’intento di separarsi l’aveva avuto ancor prima, se pensiamo quanto Palermo mal tollerasse di essere, rispetto a Napoli, in un ruolo secondario.

Al di là della sua stessa costituzione naturale – l’isola già da sé porta alla separazione –, di determinate motivazioni socio-economiche, generalmente si pensa che sia la sua stessa storia particolare di civiltà a generare quel fenomeno che viene detto “sicilianismo”. È infatti opinione diffusa che la gente di Sicilia, più di quella, per esempio della Puglia o di qualsiasi altra regione meridionale, si senta antropologicamente conformata con caratteri di forte distinzione, dei quali ha smisurato orgoglio.

Ci viene incontro, a convalida, lo stesso principe Fabrizio Salina del romanzo gattopardiano, proprio per quella sua visione profondamente pessimistica del processo nazionale unitario[2], derivata da un‘analisi che non va oltre la gente e le situazioni isolane. La Sicilia sembra voler restare sganciata da un insieme, chiusa in sé, nel suo mondo fermo.

in senso orario:
Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Locandina del film diretto da Luchino Visconti
Copertina della prima edizione del romanzo (1955).

Giuseppe Giarrizzo parla della “costante pretesa di essere un’esperienza storica ‘speciale’, diversa: e che, anche quando si rassegna a definire la Sicilia ‘meno di una nazione, ma più di una regione’, ne rivendica il ruolo di laboratorio privilegiato per formule politiche o per analisi socio-economiche o addirittura ripropone il mito della Sicilia-mondo, microcosmo che accoglie in forme miniaturizzate ma nette tutti i beni e tutti i mali”.[3]

Il nostro breve excursus non include nel sicilianismo i Vespri, essendo più che altro rivelatori di uno stato d’animo nei confronti del dominio e del comportamento degli Angioini; né le altre sollevazioni contro il malgoverno, successivamente verificatesi in Sicilia ma anche a Napoli.

Si può dunque parlare di sicilianismo solo il momento in cui fra gli intellettuali dell’isola si manifesta, accanto al bisogno di far emergere gli elementi originari della storia e della cultura millenaria, anche la necessità di teorizzare l’indipendenza della Sicilia, di accogliere azioni finalizzate alla sua attuazione, come accadde nel Risorgimento.

Già Niccolò Palmieri, fautore della Costituzione siciliana del 1812 (prototipo della inglese anche per la presenza nell‘isola di Lord William Bentinck, quindi con Camera dei Comuni e dei Pari per il potere legislativo, con il Re per l‘esecutivo ed i togati indipendenti solo formalmente per il giudiziario), avverso ai Borboni ed esaltatore delle capacità “siciliane”, nelle quali esortava i conterranei a riporre la loro fiducia per una liberazione, può essere considerato un acceso “regionista”.

Niccolò Palmieri

Costituzione del 1812

Michele Amari

Vespro siciliano

Michele Amari, riprendendo questa linea nel racconto La guerra del Vespro siciliano, interpreta la sollevazione non come fine ma inizio di una rivoluzione. Suscitò con ciò le ire del governo borbonico tanto da dover andare in esilio a Parigi, dove attese allo studio dell’arabo e raccolse una vasta documentazione per un’opera sulla dominazione musulmana in Sicilia.

Amari non poteva, proprio per quell’orgoglio tutto siciliano, essere filoborbonico, né approvare il programma politico unitario di Mazzini per il quale la sua Sicilia sarebbe rifluita come qualsiasi altra parte nell‘Unità, poteva forse accettare la forma federativa proposta da Cattaneo. Ma gli eventi lo portarono poi ad adeguarsi – generalmente è “il proprio particulare“ ad avere il sopravvento –, così, a Regno d’Italia proclamato, accettò l’elezione a senatore e in seguito anche la carica di ministro dell’istruzione.

Dimostrava, adeguandosi così bene, di non essere un idealista puro, forse pensava che la vita stessa, di volta in volta, creava ciò in cui poter credere. Indubbiamente, però, la sua prosa ricca di forza comunicativa per l‘ardore dei suoi annunci, ebbe nella fase preunitaria grande presa sui giovani intellettuali del tempo, i quali nella caduta della monarchia borbonica cominciarono a intravedere la speranza di realizzare nell’isola uno stato indipendente.

Anche Isidoro La Lumìa dalle pagine del suo giornale “La Concordia” e, dopo la caduta dei Borboni nel 1848 quando venne nuovamente istituito il Parlamento con le due Camere, sul “Giornale officiale della Sicilia”, infiammava gli animi alla indipendenza. La Sicilia si poneva quindi non all’interno del problema italiano ma come problema a sé, e ciò creava preoccupazione negli stessi patrioti, fautori della unità completa.

Già Luigi Settembrini, nel delineare quello che Ernesto Pontieri chiama “un sentimento nuovo e fecondo...il grande amore di patria che, quale fresco fiore, sbocciava dalle zolle dissodate della storia”,[4] rilevava: “I popoli napolitano ed italiani dicevano e stampavano che la Sicilia, separandosi da Napoli, si separava dall’Italia, tradiva la gran causa dell’unione italiana; che questo sicilianismo era un rabbioso amor di municipio, era un dispetto, un rancore antico di Palermo contro Napoli che è metropoli del regno”[5]. Avvalorava l’asserzione del Settembrini la sollevazione di Palermo del 15 luglio 1820, con cui si rivendicava l’autonomia della città nei confronti di Napoli.

Ma nella realtà risorgimentale non tutti furono poi separatisti.

Gramsci evidenzia la dicotomia fra gl’intellettuali siciliani del Risorgimento, i quali “si divisero, com’egli scrive, in due classi generali: crispini-unitaristi e separatisti-democratici”.[6]

Era stato infatti soprattutto Crispi, “il più italiano e unitario dei Siciliani”[7], come viene definito da Gioacchino Volpe, ad animare nell’isola gl’ideali risorgimentali, quel Crispi che Mazzini lamenta essere stato “calunniato senza pudore dai cavouriani, (il quale) aveva due volte, a rischio di vita, viaggiato nell’isola, a suscitarvi gli spiriti e combattervi i separatisti”.[8]

Del resto, poi, pur con la loro avversione al Re Borbone di Napoli contro il cui governo c’era stata proprio il 4 aprile del 1860, nelle campagne e nei piccoli centri, una insurrezione (moto della Gancia), che cosa poterono le masse dei Siciliani pensare dello stesso Garibaldi che, proclamando i suoi poteri dittatoriali, “requisiva cibo, coperte, contanti, emanava la coscrizione di tutti coloro che avevano età compresa fra i diciassette e i cinquanta anni”[9]?

L’11 settembre, subito dopo la partenza di Garibaldi, gli stessi esponenti dell’aristocrazia liberale deliberarono di rovesciare il governo garibaldino del prodittatore Antonio De Pretis. Per evitare che accadesse ciò, il governo provvisorio fu costretto a riprendere i decreti a vantaggio delle classi disagiate, ma l’attività legislativa rimase poi ferma e fu anche cancellata una richiesta di annessione che provenisse dietro la dichiarazione di un’assemblea elettiva. Così, con un comportamento necessario all’unità ma per i siciliani inaccettabile, si diede ancor più spazio ai sentimenti separatisti.

Opportunamente Antonino Recupero rileva:

“La sinistra aveva giocato la carta siciliana sul tavolo dell’unità di tutta la nazione, aveva guadagnato l’unità, ma aveva perso sul modo di realizzarla. In Sicilia appariva vincente solo quella frazione del ceto politico che era saltato sul carro dell’annessione”[10].

Noi potremmo aggiungere che il problema, e seguiamo il punto di vista di Gobetti, non era solo siciliano ma italiano, dato che all’Italia “mancò una nuova classe dirigente, capace di rivoluzionare la ‘forma mentis’ italiana, e tutto continuò come prima, con i conservatori, camuffati da liberali”[11].

Antonino Recupero riporta anche la riflessione di Francesco Renda[12], relativa alla scelta unitarista che sarebbe in seguito prevalsa, secondo le solite scelte opportunistiche che oggi fanno, a nostro avviso, sempre più scuola.

Renda, scartando il gattopardismo come criterio di interpretazione della società siciliana, si sofferma sul “ruolo dissolvente” del baronaggio per la monarchia borbonica e sul “coagulo unitario” pro i Savoia a causa degli onori e dei benefici promessi all’aristocrazia siciliana dalla Corona sabauda, per la nobiltà sicula rilevanti rispetto alla scarsa considerazione in cui era stata tenuta dalla monarchia di Napoli.

Viene inoltre da Recupero posto in rilievo anche il ruolo della borghesia, ostile ai Borboni per una certa volontà di progresso, ed insieme il suo successivo disinganno a unità compiuta. Il disinganno che farà poi gridare in I vecchi e i giovani di Pirandello: “Meglio prima, meglio prima!”.

Avevano i siciliani le loro buone ragioni, come del resto tutto il Sud, non considerato certo alla stregua delle altre parti d’Italia.

Oggetto della repressione, e ciò in maniera contraddittoria, sarà infatti proprio quel ceto politico che era stato legittimato dal suo passato rivoluzionario. Si faranno pertanto sempre più strada forme eversive che porteranno all’esterno l’immagine di una Sicilia pericolosa, che bisognava ad ogni costo domare.

Non era certo questo aspetto il solo da considerare, o almeno non più di quanto non fossero le forme di clientelismo, affarismo e corruzione, le quali, a causa di un potere politico connivente, avrebbero poi messo radici sempre più profonde, difficilmente estirpabili, ancor oggi, purtroppo, presenti, anzi largamente esportate. Ma la politica è spesso miope, o vuole farsi tale.

Salvatore Lupo ne L’utopia totalitaria del fascismo[13]individua, tra l’altro, anche nella colonizzazione del latifondo, perseguita dal fascismo per la creazione di una nuova società ordinata e gerarchizzata, un altro degli errori di Mussolini. Un errore che avrebbe avuto il suo peso alla fine della seconda guerra mondiale con il rinascere del movimento separatista ed il rinfocolarsi dell’opinione che l’Unità d’Italia avesse impoverito la Sicilia.

Ma poi “sovversivismo separatista e brigantaggio si saldarono tra il 1944 e il ‘46 per iniziativa di gruppi tradizionali del ceto politico siciliano, che scelsero di negoziare con lo Stato sulla loro presunta capacità di pacificare o incendiare l’isola”[14].

Fu il sicilianismo una tattica? In quel momento storico sembrava anche esserlo. L’abile mossa diede infatti i suoi frutti poiché proprio per essa giuristi e uomini politici siciliani rappresentanti dei movimenti autonomisti, riuniti in una Consulta, poterono avere l’incarico di elaborare la Carta dell’Autonomia.

Lo Statuto speciale siciliano fu approvato il 15 maggio 1946, vale a dire poco prima del Referendum popolare da cui sarebbe nata la Repubblica.

Nella successiva gara tra Dc e Pci, la prima sarà vincente, ma “il paese pagherà il ‘pactum sceleris’, la liquidazione di Giuliano, con il riconoscimento formale da parte del nuovo Stato del ruolo politico di gruppi mafiosi”.[15]

Ma torniamo alla colonizzazione voluta dal fascismo, alla quale viene dato dalla storiografia rilievo per le spinte separatiste. Essa avveniva con l’insediamento in terre abbastanza lontane dal paese onde evitare l’aggregazione dei coloni. Costoro dovettero trasferirsi in campagna per ottenere della terra da coltivare, ma misero in atto delle “microresistenze”[16] per le quali l’insediamento non risultò effettivo. Conservarono infatti il legame con il paese d’origine, boicottarono i servizi del borgo, preferendo persino rientrare in paese la domenica per la messa piuttosto che ascoltarla dal prete del borgo, considerato spia dei carabinieri.

Maggiore era poi il malcontento nei latifondisti per le modalità con cui l’Ente aveva proceduto alla colonizzazione. Era, in effetti, mancato un vero e proprio piano regolatore e i dirigenti mostravano incompetenza; inoltre diecine di milioni andavano a beneficio di chi sfruttava il progetto “pro domo sua”.

Rosario Mangiameli, nel suo studio sulla Sicilia negli anni che vanno dallo sbarco degli alleati ai vari progetti di riforma agraria, offre, tra l’altro, un’analisi del percorso politico e socio-economico siciliano, dalle interazione degli elementi locali con il provvisorio governo anglo-americano alle infiltrazioni del movimento indipendentista, sino all’accantonamento dello stesso per il riorganizzarsi dei partiti nazionali.[17]

Dal panorama cogliamo nei vari ceti siciliani la speranza di staccarsi dall’Italia, più per difendere interessi di classe o personali che per una volontà di dare una svolta positiva al governo dell’isola.

In primis, con il dileguarsi della organizzazione del regime, tornò in auge l’ultima generazione dei politici dell’età liberale, i quali avevano una rete di rapporti personali e ampia autorità.

Uno di essi era quell’Andrea Finocchiaro Aprile che si era rivolto a Mussolini per essere nominato senatore e che, per ottenere la carica di direttore generale del Banco di Sicilia, aveva anche accusato di indegnità il direttore allora in carica, per il fatto che era ebreo. Metteva in atto allora il suo trasformismo, come in seguito con l’arrivo degli alleati, altra opportunità, per lui e per quanti nel ventennio erano stati a riposo forzato, di tornare alla vita politica attiva. Egli, insieme a Giovanni Guarino Amella e ad altri, creò il Comitato per l’indipendenza della Sicilia, proponendolo agli Alleati quale interlocutore per la costituzione di un governo provvisorio. Questo Comitato venne interpretato dagli idealisti dell’antifascismo come base per quello che sarebbe stato il nuovo Stato italiano, mentre, in realtà, i separatisti volevano staccare la Sicilia anche per sottrarla alle responsabilità della guerra.

Andrea Finocchiaro Aprile

Giovanni Guarino Amella

Ma erano ugualmente separatisti anche importanti aristocratici siciliani, per esempio i duchi di Caraci e i marchesi di San Giuliano, che ripescarono addirittura la parentela normanna per rivendicare anch’essi il diritto a governare sull’isola.

Pure le élites agrarie, però, rifiutavano lo stato unitario, responsabile di aver prodotto il fascismo, considerato “malattia del nord”, così come la vocazione bellica era stata, a loro avviso, incentivata particolarmente per una questione di protezionismo industriale a vantaggio del nord. I latifondisti siciliani, che avevano ancora il dente avvelenato dall’assalto fascista al latifondo, tentarono, con l’invasione alleata, di ritornare allo “status quo ante”, di salvare così il loro mondo anacronistico. Sempre quel “cambiare per non cambiare”, malattia non solo siciliana, tuttora ricorrente.

Nelle masse si sperava, invece, che con la separazione dall’Italia si potesse mettere in atto un governo più giusto, attento ai bisogni dei diseredati, come andavano i separatisti vociferando.

Sul fronte dei ceti medi il separatismo veniva visto come liberazione da una monarchia che aveva commesso errori disastrosi. In questo caso il separatismo può essere pure considerato il naturale esito delle peggiorate condizioni di vita della piccola borghesia negli ultimi anni del fascismo, ma anche dell’infausto decreto, voluto da Mussolini nel 1941, con cui veniva trasferito dall’isola tutto il personale amministrativo.

Era quanto con infiammate parole ricordava Antonio Canepa, un intellettuale antifascista che, nonostante le sue propensioni verso le idee socialiste, prestava attenzione alla piccola borghesia più che alle masse siciliane. Teorico del separatismo, dopo essere stato professore di dottrina del fascismo all’Università di Catania, pure agente dell’Intelligence Service e poi anche guerrigliero, venne ucciso nel 1945 in un conflitto coi carabinieri.

Tutti avevano comunque le loro ragioni per essere separatisti, le quali rientravano, come quasi sempre accade, in linea di massima nell’interesse particolare di ciascuna classe o del singolo.

Mappa sommaria dello sbarco alleato in Sicilia, 10 luglio 1943.

Gli Alleati avevano, invece, il problema, oltre che di rintracciare i fascisti, di far funzionare l’amministrazione, allo sfascio dopo la fuga di quelli, ma soprattutto di equilibrare le risorse con le necessità della popolazione. Essi, considerando l’arretratezza dell’isola e la sua condizione rurale, ritennero opportuno affidare la gestione degli ammassi alle élites agrarie. Era l’occasione che i mafiosi attendevano per gestire, oltre alle amministrazioni nelle quali tanti erano entrati con nomina alleata, anche gli ammassi. Così, mettendo, di proposito, in atto un cattivo funzionamento per incentivare il mercato nero come alternativa alla fame, diventarono, al tempo stesso, “tutori e perturbatori dell’ordine”,[18] ma soprattutto potenti.

Veniva frattanto istituito nel maggio del 1944 l’Alto Commissariato, coadiuvato da una Consulta regionale, all’interno della quale indipendentisti con a capo Francesco Musotto cercavano di organizzarsi per un governo regionale.

Presso il Commissariato premevano anche il socialriformista Enrico La Loggia e altri intellettuali di un separatismo tutto particolare, vale a dire che non si faceva specie di proporsi, all’occorrenza, anche come autonomismo, considerato questo lo sbocco ragionevole attraverso cui la Sicilia avrebbe potuto anche trarre vantaggi, richiedendo allo Stato un flusso di investimenti, quale riparazione dei torti storici subiti.[19]

Del resto, come rileva il sociologo Pizzorno, “un soggetto (generalmente il governo) il quale ha beni da distribuire, è pronto a scambiarli con un consenso sociale che un altro soggetto è in facoltà di dare o di ritirare (in quanto è capace di minacciare l’ordine)”.[20] Nel nostro caso veniva minacciata addirittura la separazione dall’Italia della più prestigiosa delle sue isole.

L’autonomismo scalzò quindi il movimento separatista, che si trovò isolato soprattutto quando, alle nomine alleate dei prefetti nelle quali predominavano i fautori del separatismo (forse per questo si diffuse l’opinione che gli Alleati fossero pro separatismo) subentrarono elementi del popolarismo sturziano.

Decisiva, in siffatto contesto, appare l’opera di Salvatore Aldisio, un democristiano che si oppose al Movimento per l’indipendenza siciliana (Mis) e all’Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia (Evis), al quale, con azioni terroristiche, dava pure il suo appoggio il bandito Giuliano.

Il Movimento, dopo la definitiva sconfitta del ‘47, in cui riportò meno del nove per cento dei suffragi, confluì nella destra monarchica, qualunquista, per scomparire poi nella Dc. Un percorso identico a quello dei mafiosi, più celermente passati alla Dc per riconfermare il proprio potere.

Ma già dal luglio del 1944, dopo che Musotto fu costretto a dimettersi, il separatismo poteva dirsi soppiantato dai partiti nazionali, tra i quali la Dc poneva il suo ruolo egemone e conservatore, di freno alle “sinistre” che avevano il loro seguito tra le masse contadine e che non potevano di certo piacere neppure ai mafiosi.

Ricordiamo il comizio del leader comunista Gerolamo Li Causi a Villalba (settembre 1944), interrotto a fucilate da esponenti della mafia, legati al contrabbando del grano. Calogero Vizzini, il capo-mafia, sarà poi sollecitato dal democristiano Bernardo Mattarella ad aderire alla Dc, dove i suoi interessi sarebbero stati meglio tutelati.

Girolamo Li Causi

Calogero Vizzini

Rusconi insegna che “tutti i soggetti sociali, dotati di identità e di forza di contrattazione, accedono allo scambio politico”[21], e certamente la mafia dava dimostrazione di una forza tale che il potere politico riteneva di non poter trascurare per il conseguimento dei suoi obiettivi, vale a dire di un consenso elettorale tanto alto da non far temere la scalata delle sinistre.

In questo caso, però, lo Stato rinunciava alla sua qualità fondamentale, non si poggiava “su contenuti costituzionali di principio, ma su procedimenti decisionali pragmatici”[22]

Li Causi, salvatosi dalla fucilata, avrebbe poi, alla Camera dei Deputati, nella memorabile seduta del 26 ottobre 1951, mosso accuse al Governo, parlato anche dei rapporti fra Giuliano e Truman tramite il maggiore Stern, del fronte antibolscevico costituitosi in Sicilia ad opera del bandito, della sua richiesta a Truman di armi pesanti.[23]

Come si vede, il pericolo rosso faceva effetto sullo stesso governo statunitense, che, tra l’altro, sollecitava gli italo-americani residenti negli Stati Uniti a inviare missive a parenti e amici in Italia, al fine di distoglierli dal partito comunista e socialista.

Frattanto, nel rinnovato trasformismo, che investiva anche tanti fascisti alla ricerca di una nuova collocazione vantaggiosa, chi continuava a star male era la popolazione, che le gravi condizioni alimentari costringevano in più parti dell’isola a insorgere, data anche la sorte dei “Decreti Gullo”, emendati da Aldisio a vantaggio della rendita. Le insurrezioni venivano, però, represse anche con eccidi, come quello del ‘44 a Palermo.

L’autonomia nasceva quindi all’insegna del conservatorismo e del protezionismo di sempre, con il rifiuto del “vento del nord”, un vento che per Scelba si tingeva di rosso, del pericolo comunista[24], per il quale bisognava dimenticare i trascorsi fascisti di intellettuali e funzionari, creare anche con essi una aggregazione forte attorno alla Dc.

Salvatore Giuliano

Simbolo dell'autonomia siciliana

Mario Scelba

Da quanto esaminato deduciamo che il sicilianismo, così come i vari movimenti sorti in questi ultimi decenni per interessi politici di gruppi e di individui che fagocitano masse al fine di acquisire peso politico, solo in qualcuno si colorò di amor di terra patria, almeno nel senso di tensione ideale verso di essa.

In taluni Siciliani l’attaccamento a quella che potremmo definire un’isola dalla paurosa bellezza, sembra farsi quasi carnalità forte e misteriosa, passione d’amore e di rovina, come per una donna dal fascino che si vuole con forza domare, possedere per sé. Ma, imboccando questo percorso, potremmo anche noi esser presi da forme di sicilianità, dalle quali conviene sganciarci per un’analisi più obiettiva.

Continuiamo perciò nell’asserzione che da ben altri interessi erano, in massima parte, mossi i fautori del separatismo, interessi spesso personalistici o di classe, non esclusa quella illegale che trovò terreno molto fertile. Ma fino a che punto poi le altre classi volevano essere legali? Tutti comunque si celavano dietro la bandiera dell’indipendenza della Sicilia.

Il separatismo, che sembra in Sicilia essere frutto di un Dna nel quale si confondono grecità, mollezze e genialità araba, pragmatismo normanno-svevo e rudezza sicula, è divenuto fenomeno allargato.

Così non solo in Sicilia c’è quello strano orgoglio di qualità particolari, ritenute per questo stesso positive, ed insieme un realismo che è accomodamento al proprio interesse particolare. Sembra, fatte salve sempre le dovute eccezioni, che ora dappertutto manchi il senso religioso della vita, una spiritualità alta.

Le varie etnie, fondamentalmente aderenti all’esistenza terrena, la lasciano scorrere nella consapevolezza della tragicità, che è nel suo stesso ineluttabile finire. Se lotta c’è , va fatta per quel “particolare”, al di là del respiro universale. I siciliani sono profondamente aderenti al nostro tempo, anche se, all’apparenza, appaiono ancorati al passato.

Il separatismo, che abbiamo attraverso nel breve excursus considerato, è oggi largamente presente; la diversità siciliana neppure più da rilevare poiché diffusa in atteggiamenti, in modi di essere che ritroviamo in ogni strada del mondo, in certe forme di arroganza, nella chiusura all’altro, nell’omertà ovunque riscontrabile.

Ma esiste ancora l’ardore sicilianista?

Basta navigare in Internet per ritrovare l’esaltazione della Trinacria libera dalla dipendenza neo-coloniale, dalla rapina delle sue risorse, dall’inquinamento, dalla schiavitù, dall’incultura coloniale, dal predominio della lingua di stato e della bandiera italiana.

Qualcuno potrebbe chiedere chi abbia amministrato e amministri quanto elargito alla regione autonoma, chi decida ogni cosa, se il dialetto o lo sventolare della bandiera siciliana elimini gli scempi. I Siciliani, amministratori generalmente poco interessati a salvaguardare lo splendore della loro terra e il particolare patrimonio di civiltà, sono simili a coloro ch’essi chiamano “quelli del continente”, altrettanto incuranti della propria terra, depauperata da amministrazioni di ogni colore, da connivenze col potere economico, non salvaguardata nella bellezza, nella eredità di tesori d’arte ovunque presenti.

Note


[1] S. P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano 1997, passim.
[2] G. Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli, Milano 1955, passim.
[3] G. Giarrizzo, Introduzione, in Storia d’Italia. Le Regioni. La Sicilia. Einaudi, Torino, 1987.
[4] E. Pontieri, Il riformismo borbonico nella Sicilia del Sette e dell’Ottocento, Roma, Perella 1945, p.18.
[5] L. Settembrini, Opuscoli politici, M. Themelly a cura, Roma 1969, p.181.
[6] A. Gramsci, Passato e presente, Torino 1954, p.218
[7] G. Volpe, Francesco Crispi in “La Nuova Italia”, Venezia, 1928, p.23.
[8] G. Mazzini, Opere, L. Salvatorelli a cura, v.2, Milano 1956, p.250.
[9] D. Marck Smith, Una grande vita in breve. Garibaldi, trad. F. Rossi-Landi, Lerici editori, Milano, 1959, p.56.
[10] A. Recupero, La Sicilia all’opposizione (1848-74), in Storia d’Italia. Le regioni. La Sicilia, Einaudi, Torino, 1987, p.69.
[11] P. Gobetti, Risorgimento senza eroi, Torino 1926, p.16.
[12] A. Recupero, op. cit. p.70.
[13] S. Lupo, L’utopia totalitaria del fascismo, in Storia d’Italia. Le regioni. La Sicilia, Einaudi, Torino 1987, pp. 373-482.
[14] G. Giarrizzo, Introduzione, op. cit.
[15] G. Giarrizzo, Introduzione, op. cit.
[16] S. Lupo, op. cit., p.481.
[17] R. Mangiameli, la regione in guerra 1943-50), in Storia d’Italia. Le regioni. La Sicilia, Einaudi, Torino, 1987, pp. 516-533.
[19] R. Mangiameli, op. cit., p. 537-584.
[20] A.Pizzorno, Scambio politico e identità collettiva nel conflitto di classe, in C. Crouch e A. Pizzorno, Conflitti in Europa, Etas Libri, Milano 1977.
[21] G.E. Rusconi, Scambio politico, in “Laboratorio politico”, 1981, n.2, p.65.
[22] G.E. Rusconi, ibidem.
[24] ”Il Popolo”, 11 novembre 1944.

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