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La Grande Guerra
cent’anni dalla pace agognata

Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte
né per mare né per terra:
per esempio, la guerra

(Gianni Rodari, da Promemoria)

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel discorso dello scorso 31 dicembre 2017 ha, tra l’altro, detto: “Nell’anno che si apre ricorderemo il centenario della vittoria nella Grande Guerra e la fine delle immani sofferenze provocate da quel conflitto. In questi mesi di un secolo fa i diciottenni di allora – i ragazzi del ’99 – vennero mandati in guerra, nelle trincee. Molti vi morirono”.

Cent’anni fa si chiuse il disastroso conflitto che Papa Benedetto XV aveva, già nel 1914, dichiarato “inutile strage” nei suoi tentativi, purtroppo vani, di far meditare i belligeranti. Per esso lo storico Corrado Barbagallo accolse la definizione di “mondiale” non per le dimensioni, dato che, come annota, “di guerre mondiali, fin dalla più remota antichità, se ne erano avute parecchie”, ma “per i milioni di combattenti, per la partecipazione in ogni paese belligerante della popolazione con la mobilitazione di tutte le sue risorse materiali, morali, intellettuali”. Una tragedia immane, “in totale forse otto o nove milioni di uomini falciati nel fiore dell’età, che l’Europa aveva perduti, cui erano da aggiungere i milioni di menomati e di mutilati, le perdite per decessi tra la popolazione, così detta non combattente”.

E poi “le spese enormi, che ciascun paese era stato costretto a sostenere, avevano raggiunto cifre per allora astronomiche… in totale, inclusi gli Stati minori, 1200 miliardi”. 1) Pirandello nel lungo racconto in otto capitoli Berecche e la guerra, scritto nel 1915, alcuni mesi prima dell’entrata dell’Italia in guerra, fa dire al suo personaggio, “uomo di studio educato, come tanti allora, alla tedesca, specialmente nelle discipline storiche e filologiche”, come l’Autore scrive nella Nota: “No: questa non è una grande guerra; sarà un macello grande; una grande guerra non è perché nessuna grande idealità la muove e la sostiene. Questa è guerra di mercato”.2) Disquisizioni su “grande” e “mondiale” si trovano anche nell’accorato romanzo La cripta dei Cappuccini di Joseph Roth e nella tragedia in cinque atti Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus; inoltre profonde riflessioni sulla guerra possiamo leggere ne Il sale della terra di Jozef Wittlin, Addio alle armi di Ernest Hemingway, ma anche negli articoli di Kipling, Musil, Unamuno, Dos Passos. Mary Borden, Zlobec, Voranc, Chevallier e di tanti altri.

Impronunciabile nella guerra di milioni di morti divenne l’oraziano Dulce et decorum est pro Patria mori, ripreso dal poeta inglese Wilfred Owen (morì durante l’attraversamento del canale di Sambre-Oise una settimana prima della fine della guerra) nel titolo di una sua poesia dove, insieme a tante atrocità e sofferenze, è presente anche la terribile morte dovuta ai gas letali, impiegati per la prima volta dai francesi il 22 aprile 1915 sul Fronte Occidentale nel tentativo di sbloccare lo stallo della guerra di posizione. E’ doveroso, al di là di ogni esaltazione patriottica, ricordare alle successive generazioni, quelle che non hanno vissuto e, Deo gratias, non vivono la drammatica esperienza della guerra, i nostri giovani del primo conflitto mondiale chiamati alle armi.

Erano, per la maggior parte, non entusiasti della guerra (dall’esaltazione dannunziana venne preso il ceto colto), eppure per l’Italia stettero in trincea, per essa combatterono anche sino al sacrificio estremo. La vita, come realmente fu nei terribili anni di guerra, in un certo modo rimbalza dalle memorie letterarie di coloro che ebbero la fortuna di essere reduci. Sono sempre i colti a scrivere quindi a descrivere alla loro maniera, con toni che talora s’alzano, oppure vanno all’opposto nella pretesa di una obiettività. Veniva, invece, quella realtà, in decenni ormai lontani, viva voce narrata nella dimensione vera da coloro che l’avevano vissuta come fanti ed erano, almeno i longevi, sino agli anni Ottanta ancora in vita. Parole semplici di realismo efficace, e ad ogni narrazione sembrava che rivivessero gli eventi terribili, paurosi, la trincea e la fatica della sopravvivenza.

A quei fanti, ormai senes, davamo ascolto meditando sulle tante sofferenze che forse altre decisioni avrebbero potuto evitare, anche se alle ragioni, in massima parte politiche, la cultura aveva fornito la propria adesione anche teorica (Pareto, Sorel, Oriani, D’Annunzio e gli assertori del marxismo). La narrazione letteraria di eventi significativi con particolari situazioni, come considererà poi Italo Calvino nella Prefazione a Il sentiero dei nidi di ragno, difficilmente si allontana dalla retorica e dalle immagini mitizzate, le quali tolgono il quid che è il valore. Per quanto riguarda la pesante condizione del fante alla Grande Guerra, ribadiamo che era la narrazione di quei senes a darci la realtà nella misura più autentica, tuttavia talune pagine lasciateci da militi colti, anche da coloro che non fecero, purtroppo, ritorno, ci paiono ritrarre la cruda realtà.

Lo storico Adolfo Omodeo, che fu allievo di Giovanni Gentile e collaboratore della “Critica”, raccolse lettere e diari di caduti in guerra e, fra le testimonianze sulla condizione della vita militare in guerra, c’è quella del tenente Gualtiero Castellini (giornalista e acceso interventista morì per malattia sul fronte francese nel 1918) di cui riportiamo uno stralcio: “Piove, piove, piove. Si diguazza nel fango, si è lordi di fango, si respira nebbia. Gli abiti sono sempre inzuppati; le tende, le baracche, le tane stillano acqua. Di notte si cammina sotto uno scroscio senza fine. Qualche volta la grandine ci flagella. Quando vedo la corvée che scende da San Floriano carica di tavole, e questi piccoli eroici fanti, che cadono, si levano, bestemmiano e pur proseguono con due tavole sulle spalle e con un rotolo di filo spinoso portato in coppie, comprendo cosa sia la fatica, il biblico sudore della fronte… La fatica che uccide e che martirizza rimarrà, fra le impressioni di Oslavia, la dominante; resistere al proprio posto vedendo nell’avvenire una nebbia più fitta di quella che ci separa dal nemico, resistere nella trincea avanzata sapendo che si è una sentinella perduta di fronte al nemico, resistere senza poter valutare l’importanza di una posizione nel suo complesso; resistere con una malinconia senza nome in questo fossato di fango aperto verso il cielo, che si chiama trincea; gettar gabbioni fuori della linea e vedere il lavoro procedere lento come il lavoro di Sisifo, ricordarsi di essere stato fino ad ieri un uomo con un lavoro proprio, una famiglia propria, una responsabilità propria, ed essere ora un numero nel fango, consapevole dl proprio sudiciume che non si lava, della propria stanchezza che prostra, del proprio avvilimento che toglie l’intelligenza, questo è… il martirio di Oslavia”.3) La drammatica realtà snebbia in alcuni intellettuali l’esaltazione bellica; accade, tra gli altri, anche a Giuseppe Ungaretti (sostenitore dapprima delle politiche interventiste e volontarie in guerra) che della trincea lascia memoria nelle poesie composte al fronte e raccolte ne “Il Porto Sepolto”, poi ne “L’Allegria dei naufragi”. Riportiamo Veglia, composta il 23 dicembre 1915 in vista della Cima 4, in essa la macabra presenza della morte non spegne l’amore della vita:

Un’intera nottata buttato vicino a un compagno massacrato con la sua bocca digrignata volta al plenilunio con la congestione delle sue mani penetrata nel mio silenzio ho scritto lettere piene d’amore.

Non sono mai stato tanto attaccato alla vita

Ungaretti volle essere semplice fante, visse su di sé la dura realtà della trincea, la comprese quindi nella dimensione totale. Altri intellettuali restarono, invece, sino alla fine celebratori della guerra, come Gabriele D’Annunzio, autore dei Canti della guerra latina (1918), di cui annunciamo qualche strofa da La canzone del Quarnaro composta per commemorare l’impresa di tre MAS della Marina da guerra italiana:

Siamo trenta d’una sorte, e trentuno con la morte.

EIA l’ultima! Alalà!

Siamo trenta su tre gusci, su tre tavole di ponte: secco fegato, cuor duro, cuoia dure, dura fronte, mani macchine armi pronte, e la morte a paro a paro.

EIA, carne del Carnaro! Alalà!

Inevitabile la Grande Guerra? Diverse scuole di pensiero sostengono che non poteva non scoppiare portando alla luce quanto da tempo covava negli Stati, coinvolgendo anche quelli oltre il continente europeo: il capitalismo era pervenuto a tale forza da plasmare le decisioni politiche. L’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo fu quindi solo il casus belli, e l’Austria-Ungheria, invadendo la Serbia, non si rese, purtroppo, conto di quali proporzioni e conseguenze sarebbe potuto divenire il conflitto che avrebbe segnato anche la fine del suo Impero. Inevitabile la guerra? Per i sopra citati intellettuali essa è parte dell’universo umano, pertanto i pacifisti sono segno di degenerazione, di decadenza. Anche per Benedetto Croce “la guerra è intrinseca alla realtà, e la pace in tanto è pace in quanto, mettendo termine a una guerra, ne prepara un’altra” 4) Ma già Eraclito, circa duemila e cinquecento anni prima, aveva in un frammento asserito che padre di tutte le cose è Polemos, vale a dire la Guerra nelle sue varie forme. Eppure la guerra è catastrofe immane, la riconosce l’uomo come tale ma, nella sua insensatezza, non si libera da essa, anzi dal dì che pose stanza fissa e coltivò la terra, accresce i focolai di guerra. Il filosofo illuminista Voltaire rifletteva: “La carestia, la peste e la guerra sono i tre più famosi ingredienti di questo basso mondo… Ma la guerra che unisce questi danni ci viene dall’inventiva di tre o persone sparse sulla superficie del globo sotto il nome di principi o governanti. Non c’è dubbio che non sia una bellissima arte quella che devasta le campagne, distrugge le abitazioni e fa crepare, normalmente, in un anno, quarantamila uomini su centomila… Che diventano e che m’importano l’umanità, la beneficienza, la modestia, la temperanza, la dolcezza, la saggezza, la pietà, mentre mezza libbra di piombo sparata da seicento passi mi dilania il corpo, e muoio a vent’anni tra tormenti indicibili, in mezzo a cinque o seimila moribondi, mentre i miei occhi, che s’aprono per l’ultima volta, vedono la città dove sono nato distrutta dal ferro e dalle fiamme, e gli ultimi suoni che odono le mie orecchie sono le grida delle donne e dei bambini agonizzanti sotto le rovine, il tutto per i pretesi interessi di un uomo che non conosciamo?... Minerva, in Omero, chiama Marte dio furioso, insensato, infernale”. 5) Ad essere attesa, forse non dai pochi che la provocano ma di certo dalla gran parte degli esseri umani, è la pace, l’annuncio della cessazione delle ostilità. E ci balzano quei senes, i loro sguardi nel mentre rievocavano l’ annuncio di liberazione, e vi coglievamo il rinnovarsi della gioia remota al finire di tanta sofferenza, della paura di perdere il dono più grande: la vita. E’ la pace, nonostante poco ci si impegni per essa a livello soggettivo e collettivo, è l’Eiréne dei Greci ad essere agognata e a dare benessere. Omero non poteva, soprattutto nell’Iliade, esaltare la pace per il carattere stesso del poema che dà preminenza all’areté, vale a dire al valore guerresco, tuttavia sullo scudo di Achille vengono da Efesto raffigurate due città, l’una in pace e l’altra in guerra, ed è sulla bellezza delle opere di pace che il Poeta si sofferma. Alla descrizione di terra, cielo, mare, sole, luna e costellazioni, sbalzati nel cerchio centrale, seguono negli altri cerchi, oltre alla raffigurazione di situazioni negative come l’assedio e la battaglia, una lieta scena di nozze, un bel campo arato, lussureggianti vigneti, il bianco gregge di pecore al pascolo e una gioiosa danza di giovani leggiadri. 6) Nella traduzione di Vincenzo Monti riportiamo quanto sbalzato nel cerchio centrale: è bellezza che tutti dovremmo continuare a mirare, a rispettare :

Ivi ei fece la terra, il mare, il cielo e il Sole infaticabile, e la tonda Luna, e gli astri diversi onde sfavilla incoronata la celeste volta, e le Pleiadi, e l’Iadi, e la stella d’Orion tempestosa, e la grand’Orsa che pur Plaustro si noma. Intorno al polo ella si gira ed Orion riguarda, dai lavacri del mar sola divisa

Ma anche in Esiodo (Th 902) Eiréne, insieme a Eunomia e Dike, viene presentata come figlia di Zeus e Temi. Esaltano la pace pure lo storico Erodoto e i tragici Eschilo ed Euripide per i quali la guerra viene associata alla follia, mentre la pace all’abbondanza e alla ricchezza, al godimento della vita. Né si discosta il filosofo Platone che insiste sul benessere della pace, mentre epicurei e stoici fanno della serenità nel profondo di sé la condizione del sapiente. Nel mondo romano è l’Ara Pacis Augustea a rimandarci, nella narrazione simbolica dei bassorilievi, il benessere e la felicità di un mondo pacificato. Virgilio lo auspicava nei celeberrimi versi del VI libro dell’Eneide:

Excudent alii spirantia mollius aera (credo quidem), vivos ducent de marmore vultus, orabunt causas melius, caelique meatus describent radio et surgentia sidera dicent: tu regere imperio populos, Romane, memento (haec tibi erunt artes), pacisque imponere morem, parcere subiectis et debellare superbos. 7)

Riportiamo la traduzione del latinista e poeta Enzio Cetrangolo:

Altri facciano e plasmino meglio statue di bronzo (pur lo concedo), trarranno volti dal marmo quasi viventi; saranno oratori migliori, sapranno meglio descrivere i giri del cielo e predire il sorgere degli astri; ma tu, Romano, ricorda che i popoli devi al tuo cenno piegare – questa sarà la tua arte – e imporre di pace sicura le norme, e grazia concedere ai vinti e debellare i superbi.

Si coglie la disponibilità alla clemenza, già si delinea il sogno di un mondo dove scompaia l’indigenza nell’assenza di avidità e frode, dove scompaia la politica espansiva e di sistematica spoliazione. Ogni guerra si chiude con la stipula delle condizioni di pace. La koinè eiréne era per i Greci l’espressione corrispondente ai trattati di pace, avrebbero dovuto avere l’obiettivo di assicurare la pace duratura fra coloro che erano stati i belligeranti. Un impegno tra i contraenti, un contratto impostato per una stabilità e concretezza. Per i Romani la parola pax già riportava a pactum e pactio nel senso di accordo, era quindi la pax un accordo fra le varie parti al quale bisognava mantenere fede. Ma, a ben riflettere, la pace come accordo fra perdenti e vincitori spesso non è frutto di equilibrio, se consideriamo che il petere pacem è da parte dei perdenti e il dare pacem da parte dei vincitori. Non stanno sullo stesso piano poiché l’accordo e ogni situazione sono nelle mani dei forti i quali, non essendo nella maggior parte dei casi lungimiranti, propongono accordi che in sé hanno già le cause per una nuova guerra, considerata, a buon diritto, bellum iustum da coloro che hanno subito l’accordo. Medita Cicerone, oltre che nella II e XII Filippica, anche nel De re publica 8) e nel De officiis. 9) Pace e schiavitù non vanno confuse, pertanto i vincitori dovrebbero rispettare, nei confronti dei vinti, quelle che vengono considerate le regole elementari di giustizia ed equilibrio. A ben riflettere i Trattati di pace che non tengono in conto quelle regole (nel caso della Grande Guerra non le tenne in conto soprattutto il Trattato di Versailles del 1919) non possono considerarsi Trattati di pace, dovrebbero, più correttamente, essere definiti Dettati di pace poiché contengono condizioni gravose e inique per chi ha subito la sconfitta. Condizioni che non sono state realmente negoziate da entrambe le parti, quindi, in sostanza, solo per necessità accettate dalla parte sconfitta. L’unilateralità non dà il Trattato ma il Dettato che ha come frutto, a scadenza breve o meno breve, un nuovo conflitto. Così il mondo, dopo vent’anni dai Trattati con cui si chiusero le ostilità , ovvero, più correttamente, dai Dettati punitivi con cui si chiuse la Grande Guerra, ritornò a vivere un conflitto mondiale ancor più disastroso. Oggi diciamo di non essere più in guerra, in realtà nel mondo si contano tante micro-guerre, sono lunghi conflitti di intensità minore che si combattono in vari continenti, da quello africano all’asiatico, all’americano, rimbalzano anche nel mondo occidentale, non sono meno violenti e crudeli. “Pace a voi!” E’ il saluto di Cristo risorto, ma il mondo non riesce ancora ad accoglierlo: gli uomini non sanno riconciliarsi tra di loro. L’esortazione alla pace, presente anche in altre religioni, viene vanificata dalla incapacità umana, come rileva Dante nella seguente terzina del suo Poema: 10)

Vegna per noi la pace del tuo regno che noi ad essa non potem da noi, s’ella non vien, con tutto il nostro ingegno.

Nel versante di ciò che dovrebbe considerarsi il vero progresso, nulla sembra mutare nel tempo, dobbiamo, al presente, ammettere ancora la nostra incapacità a realizzare la pace, ognuno di noi infatti poco s’impegna a migliorare se stesso per vivere in armonia con gli altri e pure col pianeta, sofferente anch’esso per la nostra incapacità alla pace. Potremmo, a consolazione, non ridurci alle questioni terrestri, immaginare, nel multiuniverso, ossia nell’insieme di universi possibili pensati dallo scienziato Stephen Hawking, scomparso di recente, qualche pianeta abitato da esseri non avvezzi alle perverse cogitazioni che provocano le terribili esplosioni appellate guerre. Ma è la vita su questo pianeta che dovremmo impegnarci a migliorare: ciascuno cominci da sé, dal potente all’essere anonimo, ne trarremo beneficio tutti.

Bibliografia

1) Corrado Barbagallo, Storia universale – Evo contemporaneo, v. III, UTET, 1964, p.1

2) Luigi Pirandello, Berecche e la guerra, in Novelle per un anno, v. 3°, t. I, Mondadori 1990, p. 598

3) Adolfo Omodeo, Momenti della vita di guerra (dai Diari e dalle Lettere dei Caduti), Bari 1954, pp.284-285

4) Benedetto Croce, Filosofia della politica. Economia ed etica, Bibliopolis, 1996, v. I, p.96

5) Voltaire, Dizionario filosofico, “Guerra”, Garzanti 2006

6) Omero, Iliade, XVIII, vv. 671 ss.

7) Publio Virgilio Marone, Eneide, in “Tutte le opere”, Enzio Cetrangolo (a cura), Sansoni Editore 1975, libro VI, vv.847-853

8) Marco Tullio Cicerone, De re publica, III, 34, ss.

9) Marco Tullio Cicerone, De officiis, I, 35

10) Dante Alighieri, Divina Commedia – Purgatorio, c. XI, vv. 7-9

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