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Futurismo.
La prima delle avanguardie del Novecento fu anche “passatista”?

Pro o contro l’estremismo concettuale e verbale del futurismo, definito “inferno” dopo i “paradisi simbolisti”? Ancora si discute, maggiormente quest’anno nel centenario di un movimento, considerato rivoluzionario non solo nel campo letterario e artistico ma sotto ogni aspetto, che subì e ancora subisce, al pari di D’Annunzio, la condanna per una preconcetta identificazione con il fascismo delle ideologie ‘irrazionalistiche’, della regressione a forme di inciviltà, di violenza.

Delucida a tal proposito l’analisi di Calvesi che già in decenni lontani individua la radice sana e genuina del ‘vitalismo futurista nella sua carica disinteressata e di primo impulso, nel suo largo margine di fantasia… ben distinta dalle torbide motivazioni del rigurgito fascista. La coscienza storica che è così vivamente operante nell’autentica rivolta di Boccioni, non ha un corrispettivo che di volgare tempismo nella pseudo rivoluzione fascista. Lo stesso nazionalismo dei futuristi poggia sul rifiuto di una pletorica tradizione, da Roma al Rinascimento, e sul triste presente italiano… per proiettare la propria ottimistica fiducia in un futuro che, come tale, rimaneva storicamente incontrollabile: il nazionalismo fascista poggia su una ridicola, astorica presunzione di glorie passate e presenti. (Le due avanguardie, Milano 1966).

E Calvesi assegna inoltre al futurismo il primato storico nelle avanguardie, dalle ripercussioni più vaste, più determinate nella rivoluzione che avrebbe destrutturato per strutturare in modo nuovo; e al tempo stesso annota gli ostacoli al suo primato da parte di centri polari culturali, quali Parigi e New York, interessati alla costruzione di supremazie proprie, agevolati dall’appoggio del capitalismo nazionale e della intelligencija, mentre i nostri intellettuali, affetti da cecità borghese, erano e sono perlopiù portati ad aperture verso il nuovo altrui, non a riconoscere quello intorno, soprattutto poi se di portata così radicale, sconvolgente come il futurismo, senza il quale non si può non asserire che la letteratura e l’arte dell’intero Novecento perderebbero di significato, come giustamente rilevava anche Ezra Pound.

Il primato venne dunque disconosciuto fuori – soprattutto Parigi voleva preponderante il ruolo francese, non riconoscendo altre linee (Munch, “Die Brucke”, Futurismo italiano, “Der Blaue Reiter”) – e nella stessa Italia che, in un’ottica portata a guardare solo il dato esteriore, non colse il valore rivoluzionario di quanto Filippo Tommaso Marinetti annunciava.

Dopo lunghi decenni, ancora negli anni ‘70, non solo in un articolo del "Corriere della Sera", ma anche in pagine di affermati critici si potevano ritrovare le solite opinioni sul futurismo, una ripresa della linea di Hauser (Storia sociale dell’arte, Einaudi 1956) che, ponendolo insieme a dadaismo e surrealismo, privilegiava questi ultimi non facendo antecedente il movimento creato da Marinetti, di cui gli altri debbono considerarsi debitori.

Nella polemica ‘futurismo italiano-futurismo russo’ – tante le imprecisioni, pure cronologiche, per ridimensionare l’influenza di Marinetti da parte della critica slavofila – Goriély, pur facendo partire dal simbolismo e futurismo russi la storia delle avanguardie letterarie europee, che seguirà con il dadaismo e il surrealismo per concludersi con l’espressionismo tedesco legato a linee russe – apertura e chiusura russe – e, nonostante accosti molto Marinetti a Mussolini, riconosce poi, con onestà intellettuale, le tracce inconfondibili del futurismo italiano nell’estetica del mondo moderno… nei gruppi d’avanguardia di numerosi paesi d’Europa e anche dell’Americal’immenso interesse in Russia per Marinetti prima della rivoluzione, la sua determinante influenza sul movimento d’avanguardia russa nel suo insieme (Le avanguardie letterarie in Europa, Feltrinelli 1967).

Una onestà che non si ritrova in tanti critici, anche italiani, incapaci di andare oltre le loro avversioni, pronti ad asserire che senza la guerra e senza la marcia su Roma, il futurismo si sarebbe esaurito in un fenomeno letterario e artistico di portata goliardica, come scrive Bruno Romani (Dal simbolismo al futurismo, Firenze 1970).

Ma, fu il Futurismo veramente innovatore a 360°? L'avanguardia che più di ogni altra impresse il segno rivoluzionario in bene e in male, sconvolgendo ogni aspetto e sistema, anche al di fuori delle patrie sponde, non ebbe, in relazione ad un aspetto che non è da trascurare, annunci paradossalmente passatisti?

Umberto Boccioni, Forme uniche nella continuità dello spazio, 1913, New York, Moma - Museo d'Arte Moderna.

Giacomo Balla, Street Light, 1910-11,  New York, Moma - Museo d'Arte Moderna.

Antonio Sant'Elia, La città nuova, 1914, Como, Musei Civici.

A ben riflettere, si è sempre stati passatisti, lo si continua ad essere se rinnovare esige una revisione dei propri privilegi per porre l’altra parte su un piano di parità. Può infatti convenire a chi, timbrato con il genere che la società ha disposto al dominio e quindi al possesso dell’atavico bagaglio di preconcetti, rinunciare ad essere giustificato per i suoi comportamenti non paritari?

Filippo Tommaso Marinetti, l’egiziano di formazione parigina, l’autore del Manifesto del Futurismo – fu pubblicato nel 1909 su Le Figaro per amore di Rose Fatine, figlia unica di Mohammed El Rach Pacha, azionista del giornale – e dei tanti altri che seguirono, l’autore di annunci esaltati di sconvolgente innovazione, bandì forse lo stato di minorità della donna, da sempre pregiudizio maschilista di comodo? Chi amava l’automobile in corsa più della Vittoria di Samotracia e voleva spazzare via ogni fetida cancrena, si liberava e liberava dalla misoginia? Marinetti ribadiva il disprezzo per la donna, il suo antifemminismo, giocando poi in maniera ambigua sullo stesso termine, facendo quasi intravvedere di voler liberare la donna da un femminismo passatista.

E intanto la donna, pur con la volontà da parte del filosofo austriaco Otto Weininger – per Hitler il solo ebreo decente – di cancellarne l’Io (la donna è solo una macchina da coito, uno strumento riproduttivo), nonostante le pretese di inferiorità mentale del neurologo e psichiatra tedesco Paul Julius Moebius (la deficienza mentale della donna esiste ed è una necessità per la passività all’uomo) e le asserzioni di Nietzsche, di D’Annunzio e di tanti altri filosofi e letterati (l’emotività è l’unica scala su cui la donna può costruire valori), la donna continuava le sue battaglie, e le più valide non erano portate avanti dal movimento futurista, dalle donne che di esso fecero parte ma non poterono imporsi in una direzione proficua o forse non erano in grado di intravvederla per l’atavica strutturazione mentale ingeneratale dall’uomo.

Otto Weininger (1880-1903)

Paul Julius Moebius (1853-1907)

Diamo infatti peso alla lotta per il diritto di voto alle donne, a tutte le spinte per una cittadinanza egalitaria, più che al Manifesto della Donna futurista del 1912 (mito androgino che qualche altra scrittrice pose in discussione) di Valentine de Saint-Point, pronipote del poeta de Lamartine, e al successivo Manifesto della Lussuria, dove il rifiuto dei modelli femminili borghesi non è altro che sollecitazione ad essere preda maschile, ricerca carnale dell’ignoto.

Valentine de Saint-Point [Anna Jeanne Valentine Marianne Desglans de Cessiat-Vercell] (1875-1953)

Valentine de Saint-Point, Manifeste de la Femme Futuriste, Paris 1912.

Dopo la prima guerra mondiale, che sfata i pregiudizi sulla inferiorità nelle capacità organizzative e gestionali della donna – negli anni bellici erano state le donne a portare avanti l’economia –, ma rinsalda in molti le teorie del medico francese Huot (la confusione dei sessi è anarchia morale), del medico tedesco von Moll (la mascolinizzazione è modificazione della sensibilità e della emotività con conseguente degenerazione della fecondità e perversione della sessualità), Marinetti parlerà di rovesciamento completo della famiglia… urto inevitabile… e sconfitta dell’uomo (Contro il matrimonio). Nel 1917, con il libro Come si seducono le donne, aveva ribadito che la donna ha per motore naturale l’utero, che il cervello sforza, sfascia e deforma la donna che lo porta, attuando un vero e proprio sabotaggio verso l’intelligenza dell’altra parte, anche se da taluni giustificato dalle esigenze di erotismo/eroismo del periodo bellico.

Prenderanno, sotto certi aspetti, posizione contraria l’austriaca Edith von Hainau, assertrice della coscienza di un libero “Io” acquisito dalle donne, e l’attrice futurista Enif Robert, che in Ventre di donna rifletterà anche sull’identità femminista.

Eppure proprio Marinetti inneggerà nuovamente al chiaro di luna – grande scandalo negli altri futuristi! – quando resterà affascinato dalla straordinaria bellezza della donna che sposerà, la pittrice e scrittrice Benedetta Cappa, da lui definita sua eguale, non discepola.

Ma poi saranno proprio le donne a cedere. Anna Questa Bonfadini, per esempio, finirà col considerare la debolezza come insita nella natura della donna, per cui può diventare facilmente un molle strumento, una facile preda di chi con forza s’impone al suo spirito.

Siamo negli anni 1919-‘20 ed anche il Potere chiede alla donna, dopo la terribile guerra mondiale, di farsi partecipe della ricostruzione sociale, di collaborare ad essa attraverso l’unico modo consentito, quello familistico.

Nel 1921 Marinetti pubblica il Manifesto del Tattilismo, lettura interessante per la comprensione di quelli che sarebbero stati, in ogni campo, i risvolti della società nei decenni successivi del Novecento, di cui siamo eredi; in esso esalta non la bocca e gli occhi ma il tatto come unica possibilità di vera sincerità.

Filippo Tommaso Marinetti, la moglie Benedetta Cappa e le tre figlie.

È, però, una proposta fatta nel Congresso Futurista del 1924, quella della deflorazione legale precoce, una violenza da legittimare sul corpo femminile, a suscitare le proteste delle donne, pure delle stesse futuriste, le quali cominciano a fare marcia indietro. Un ritorno a posizioni tradizionali, voluto anche da parte del Governo.

C’è in Marinetti un fondo di ambiguità, che è ancora presente nell’attuale società: a distanza di tanti decenni non possiamo non meditare su certi processi, dove i colpevoli vengono considerati ancora con benevolenza da coloro che dovrebbero, invece, dare giustizia alla parte lesa; non possiamo non considerare la vita di tante donne rovinata anche dallo stalking, sempre più frequente col procedere della donna in ogni ambito professionale.

Il Fascismo poi, si sa, abbandonerà anche certe aperture marinettiane per riconfermare il dominio maschile, mettendo così a tacere ogni urgenza di emancipazione femminile: il ruolo della donna è esclusivamente familistico e di madre, di sostegno spirituale dell’uomo.

Ma, nella sua vita reale, quale rapporto ebbe Marinetti con la moglie e le tre figlie? Fu un marito dittatore, un padre/padrone?

Da un’intervista ad Ala, secondogenita di Marinetti, pubblicata su Il Giornale (7 febbraio 2009), viene fuori l’immagine di un marito innamorato e gentile, di un padre attento e affettuoso che amava educare le figlie anche al rispetto dei tradizionali valori umani; e inoltre di un uomo molto generoso, sempre pronto ad aiutare in ogni modo gli artisti, per niente militarista, né tantomeno razzista dal momento che cercò di salvare alcuni ebrei. Un quadro, quello della figlia, di gran lunga distante dal Marinetti dei Manifesti, e fa meditare su certe discordanze esistenti nell’essere umano, o sui cambiamenti che in un individuo possono verificarsi col passare del tempo, con gli eventi che fanno riflettere anche su personaggi cui in precedenza andavano consenso e ammirazione.

(foto di Ala Marinetti, da: Il Giornale, 7 febbraio 2009, "Mio papà un futurista affettuoso" di Mimmo Di Marzio)


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