Servizi
Contatti

Eventi


Giovanni Pascoli:
il cupio dissolvi dell'errante “piccolo e sperso”

E la Terra sentii nell’Universo.
Sentii, fremendo, ch’è del cielo anch’ella.
E mi vidi quaggiù piccolo e sperso
errare, tra le stelle, in una stella.

G. Pascoli, da Il bolide

La letteratura italiana, pur se in modo diverso, sembra subire la sorte del patrimonio artistico d’Italia lasciato a incuria e degrado, si rileva infatti la tendenza a sottovalutare personalità che richiederebbero ben altra attenzione, a sminuirne il pregio letterario, mentre vengono esaltati gli autori non delle patrie sponde, anche coloro che non hanno lasciato il segno significativo.

In questo scorcio d’anno balzano poi alla ribalta – speriamo vadano subito nell’ombra – taluni che chiedono sia messa, per sollecitazioni al razzismo, addirittura all’indice la Divina Commedia, in ogni parte del mondo nota e considerata opera massima della letteratura italiana.

Giovanni Pascoli con le sorelle Maria e Ida.

 

Il padre, Giovanni (a dx) e due fratelli.

Ma ignoranza e mania di protagonismo possono giungere oggi a tanto, a volere l’opera di Dante Alighieri al bando. Forse converrebbe ricordare a tutti quel “Nulla è più terribile di un’ignoranza attiva” di Goethe (Massime e riflessioni), spegnere le luci su cotali personaggi che non sanno come fare per essere alla ribalta.

È, invece, consolazione che i Comuni di San Mauro, Barga e Castelvecchio, che Bologna ma anche Lucca, Massa, Livorno, Pisa e altre città non solo dell’Emilia-Romagna e della Toscana, non abbiano nel 2012 dimenticato Giovanni Pascoli, lo celebrino nel centenario del ritorno a quelle ombre care che furono presenze essenziali per la sua poesia, la lampada che arde soave, riflesso consolatore della esistenza.

Moneta da 2 euro coniata in occasione del centenario della morte (1912).

Al Pascoli la Repubblica Italiana dedica la moneta da due euro, con esordio il 6 aprile 2012 e corso legale il 23 aprile, riconoscimento anche questo di grandezza; ma pure la Repubblica di San Marino, memore forse del discorso in onore del Carducci e di Garibaldi, pronunciato lì dal poeta (30 settembre 1907), di quella “azzurra vision di San Marino” nella lirica Romagna, ha già emesso il 22 marzo 2012 la moneta in argento da 5 euro.

Quel riconoscimento non mancò neppure nel 1955 per il centenario della nascita, quando vennero sulla sua poesia pubblicati dalla Mondadori volumi collettivi e dalle Università, soprattutto da quella di Bologna, studi di grande spessore che, attraverso analisi ancor più approfondite, si distanziarono definitivamente dal ‘marchio’ crociano.

Il Croce, infatti, che non apprezzava il Decadentismo, disorientato da una poesia che gli sembrava “strano miscuglio di spontaneità e artifizio”, da quanto considerava impressionismo privo di costruzione, aveva definito il Pascoli “grande-piccolo poeta o piccolo-grande poeta”.

La critica del Croce è anche frutto di temperamento, il suo equilibrio rimase perplesso di fronte alla frammentarietà pascoliana – gli ingenerava attrazione e insieme repulsione –, ad una sensibilità eccezionale sì, ma volta a quel male indefinibile, per il critico incomprensibile, che andava stratificandosi nella perdita delle razionali strutture portanti.

Bisognerà attendere il Galletti con la sua definizione di “religiosità del mistero” per una diversa valutazione della “poetica del fanciullino”, ed anche gli scritti del Momigliano, pur se ponenti in luce la incapacità “di fermare la sua anima sopra aspetti meno indefiniti del mistero… di fissare il volto proteiforme del mistero”; giungere poi all’analisi del Piemontese che, oltre ad affermare l’intima religiosità del Pascoli, si sofferma sulla “venerazione non meno spontanea e accorata per la natura”, e inoltre del Flora che pone l’accento sulla novità della forma poetica pascoliana e della sua vocazione genuina, del Getto con la centralità data all’ispirazione cosmica, ma pure dello Schiaffini, esploratore del linguaggio disintegratore della forma poetica tradizionale, e ancora del Traina, del Bárberi Squarotti, di tanti altri che hanno fatto seguito.

Giovanni Pascoli, nato il 31 dicembre 1855 a San Mauro di Romagna, ribattezzata San Mauro Pascoli in suo onore, si spense il 6 aprile 1912 a Bologna, dov'era succeduto nella cattedra di Letteratura Italiana al Carducci, di cui era stato allievo.

Non è nostra intenzione ripercorrere in sì breve spazio le tappe della sua vita da docente di latino e greco nel liceo di Matera, Massa e Livorno, all’Università di Bologna, di Messina e Pisa prima di approdare nuovamente a Bologna; né l’iter della sua attività di poeta in italiano (tra le principali opere: Myricae, Primi poemetti, Nuovi poemetti, Canti di Castelvecchio, Poemi conviviali, Odi e Inni, Canzoni di re Enzio, Poemi italici, Poemi del Risorgimento e Poesie varie) e in latino (fu ben tredici volte vincitore al Certamen Hoeufftianum di Amsterdam), di critico con vari studi danteschi (Minerva oscura, Sotto il velame, La mirabile visione), di prosatore (ben noto Il fanciullino, chiaro annuncio della sua poetica), di conferenziere e autore di discorsi patriottici (La grande proletaria si è mossa), dato che ogni momento biografico e lirico, ma anche critico, richiederebbe adeguato approfondimento.

Intendiamo soltanto porre all’attenzione l'essenza della innovativa poesia pascoliana rivelatrice di una Weltanschauung distante dal Carducci come dal D'Annunzio, presente, sia pure con esiti diversi, sin dalle prime sillogi, con momenti lirici talora ancor più incisivi nei Canti di Castelvecchio, dove tanti versi si snodano nella impronta chiara della sua particolare interiorità ed espressività.

E cerchiamo anche di rintracciare il filo che lo lega a quelle istanze lontane dal positivismo ma anche dall'estetismo e dallo spirito dionisiaco nicciano. Il Pascoli è infatti portato a cogliere il senso più profondo della realtà non attraverso concetti e astrazioni elaborate ma con l'intuizione, grado elevato dell'istinto, mostrandosi pertanto più vicino alle istanze dello spiritualismo, di quello francese in particolare, all'homme interieur del pensiero di Boutroux, Bergson e Blondel.

Un'esigenza di interiorità fortemente sentita in quel tempo di crisi, chiaramente espressa da Felix Ravaisson nel suo Rapporto sulla filosofia in Francia nel secolo XIX, dove la conclusione si presenta come l’affermazione di un positivismo spiritualistico che ci sembra rintracciabile in Pascoli: “Per molti segni è permesso prevedere vicina un'epoca filosofica di cui il carattere generale sarà l'affermazione di ciò che potrebbe chiamarsi un realismo o positivismo spiritualistico, avente per principio generatore la coscienza che lo spirito prende di se stesso, di una esistenza da cui riconosce che un'altra esistenza deriva e dipende e che non è altro che la sua azione”.

Negli ultimi decenni dell'Ottocento la società liberale vede sgretolarsi i suoi miti, retrocede la stessa idea di democrazia nella esaltazione della potenza, e si tenta di coniugare scienza e fede (lo rileviamo in una nostra analisi sul Fogazzaro presente in questa pagine del web) mentre avanza il quarto stato e insieme cavalcano le dottrine anarchiche e marxiste.

Intanto soggettivismo e relativismo si fanno strada e in poesia quelle forze inconsce che operano nella interiorità e possono, in certi contesti storici e in determinati soggetti, portare anche al rifiuto della morale comune, ad un attivismo e vitalismo al di là del bene e del male, ad una vita ferina e faunesca, oppure avviare alla chiusura al mondo.

Pascoli non è D'Annunzio – tanto per fermarci a qualche paragone italiano – si volge a quella 'simpatia intellettuale' che è l'intuizione di Bergson, si tuffa nell'intimità di se stesso, attua la corrente fluida in cui gli stati d'animo si compenetrano nelle cose in una unità vivente, liberandosi dai simboli dell'intelletto per abbracciare l'intimità dell'oggetto. Ed il passato si srotola nel presente che di esso e per esso prosegue come vita, e nell'evocarlo la coscienza segue il moto che in Materia e memoria Bergson spiega: “…noi abbiamo coscienza di un atto sui generis attraverso il quale ci stacchiamo dal presente per ricollocarci dapprima nel passato in generale, e poi in una certa regione di esso... da virtuale passa allo stato attuale... Ma con le sue profonde radici rimane attaccato al passato...”.

È un procedimento complesso, dai passaggi solo apparentemente semplici, e si rischia, nella poesia del Pascoli, di portare avanti quella semplificazione da taluni messa in atto anche per il suo socialismo anarchico, di analizzare solo in superficie quanto i versi rimandano di sé nel passato/presente, della visione pessimistica del mondo. Ogni evento è dal Pascoli vissuto secondo quel che egli è, la personale maniera di vita interiore dalla quale derivano i singoli processi con le loro inconfondibili colorazioni, il quid indefinibile e unico che dà l’impronta, il mistero.

Zvaní – così lo chiamava la madre –, personalità molto complessa, fece ben presto esperienza del male, creò in lui una profonda lacerazione tra gli affetti domestici e il mondo, fra il passato e ciò che era costretto a vivere, il ‘monco’ da ricostruire con i superstiti (restarono con lui le sorelle Ida e Maria, detta Mariú, poi solo quest’ultima) ma anche nel legame con coloro (padre e madre, la sorella Margherita e due fratelli) che il male aveva in modi diversi strappato.

Bisognava ricostruire il nido, del quale nessun altro doveva entrare a far parte (si leggano le lettere in cui rivela il suo dolore, quasi da innamorato tradito, per la scelta della sorella Ida di sposarsi, i versi in cui trapela il ritrarsi dall’atto suicida alla visione della madre che gli ricorda il “nido”), bisognava serrare porte e finestre, portare avanti la vita nel presente/passato che solo il chiuso nido poteva dargli, della quale diveniva difesa.

Momigliano parla della natura particolarmente sensitiva del Pascoli, della sua debolezza intellettuale che gl’impedisce di volgersi al “volto proteiforme dell’enigma” per coglierlo nelle tante forme della vita universale e umana.

Ma il mondo pascoliano, di un pessimismo distante dagli approdi leopardiani, è tuttavia complesso e profondo, più di quel che appaia, altrettanto il suo riflesso nella forma poetica innovativa, da tanti successivi poeti – pur nella forte attrazione dei grandi decadenti francesi – seguita.

Casa Pascoli a San Mauro Pascoli (Forlì-Cesena).

Casa Pascoli a Castelvecchio (Lucca)

Ed è presente anche nella poesia in latino – anzi per il Petrocchi i paesaggi risaltano nei versi latini con maggiore evidenza – dove la lingua classica si fa talora viva proprio per la particolare sensibilità interiore del poeta, come evidenziato dal Traina, il latinista che, nella sua acutezza e profondità di sentire, ha analizzato la vasta produzione latina pascoliana facendo emergere la originalità delle tematiche (attenzione alle sofferenze degli schiavi, ai cristiani con i loro conflitti, alla ordinaria vita della gente comune) ma anche la particolarità di certe neoformazioni, delle onomatopee. Una profonda originalità del latino, che viene evidenziata anche dal Tropea in un suo studio.

Con acume il critico Giorgio Bárberi Squarotti coglie il rifiuto del mondo, della storia, già nel saggio del 1966 dove pone in rilievo la casa “come nido, caldo, chiuso, segreto, raccolto in una sua esistenza senza rapporti con l’esterno, ma brulicante di complici intimità, di istinti e di affetti viscerali”. Un nido reso ancor più chiuso dalla memoria dei cari, presenza ossessiva che soffoca la vita “nell’ambito primordiale e istintivo dei rapporti di sangue ai quali è affidato ogni legame, con la negazione di tutti i modi di contatto e di rapporto collegati con una più ampia organizzazione della ragione”. E quel rifiuto, sempre per il Bárberi Squarotti, diventa anche “nazionalismo rigido e chiuso, esclusivo, allargando alle proporzioni della nazione la visione del rapporto sociale come affetto del sangue, voce delle viscere” da custodire gelosamente.

Ma un nido che non s’apre al mondo, avvitato solo nel cerchio chiuso di vita e morte, non può che dare tristezza, portare a quel particolare cupio dissolvi per il quale il Pascoli vorrebbe essere fuori dall’esistenza terrena, insieme ai cari che più non vivono, che sempre vivono in lui.

La tomba del poeta a Castelvecchio (Lucca).

Bologna, il giorno del funerale del poeta.

La quartina in epigrafe è l’epilogo di uno dei momenti lirici che attraversarono il poeta nel suo ritorno alla natia San Mauro, alle zolle cui si sentiva fortemente avvinto nella sua origine familiare dalla terra, nell’innocente sangue paterno ch’essa serbava.

Una poesia, Il bolide, già nell’incipit tramata da terrificanti visioni nel transfert in sé del terribile evento subito dal padre – giammai divenuto nel poeta distante storia familiare – mentre in alto il “cielo azzurro” resta “sereno”, si fa “cupo” nel suo sommergere quanto pare “terreno”.

È la particolare spiritualità del Pascoli, sorta dal male – presenza terrena e costante che si fa enigma –, dalla memoria di esso, e l’amore/rifugio nel nido non riesce a placare il suo dover “esserci” ancora, pur se subentrano talora, ad esempio in L’ora di Barga, momenti in cui vorrebbe tardare “l’ora”, lasciarsi vivere del passato “al poco di giorno / che mi traluce come da un velo”, vedere nel cuore “se c’è sul tronco sempre quel fiore, / s’io trovi un bacio che non ho dato!”.

Ne Il bolide quel cupio dissolvi appare talora addolcirsi nella visione della madre accorsa in pianto dal “giaciglio fatto di muschi e d’erbe, come i nidi!”, con le lacrime “rugiada nell’ombra” sulla sua ferita. Visione nel Pascoli ricorrente, quasi contraltare dell’evento paterno, perdita forse ancor più dolorosa, la madre si fa parola di lenimento, gli parla con amorosa dolcezza.

In Casa mia spiega al figlio, con “il suo dire fioco / fioco con qualche affanno”, la situazione “dopo la disgrazia”; appare ancora in La voce “per dir tante cose e poi tante/ ma piena ha la bocca di terra”, ed il poeta non sente “che un soffio… Zvaní”, e vorrebbe egli stesso essere soffio per ritornare alla piena comunione che solo la medesima condizione può dare.

Quel cupio lo attraversa nella inspiegabilità del male, nell’inestinguibile dolore della perdita: il male diviene attacco alla struttura razionale del suo pensiero e la ragione, gettata nello stato aporetico, riconosce solo la inintelleggibilità del reale, della stessa esistenza.

Il Pascoli non può abbracciare la convinzione spinoziana o hegeliana del male, neppure quella marxiana, per tutti, in definitiva, momento necessario dell’intero processo storico dialettico; inspiegabile gli appare inoltre anche la libertà che attua la scelta del male.

La madre, vittima e al tempo stesso consolatrix, gli si presenta immagine bella, rapita troppo presto dalla morte, e su di essa il Pascoli indugia con compiacimento: “Me la miravo accanto / esile sì, ma bella: / pallida sì, ma tanto / giovane! Una sorella! / bionda così com’era / quando da noi partì” (Mia madre).

E ancora, in Commiato, dialogo di due anime, la stella che “sboccia nell’aria” risplende nelle pupille materne, e nell’addio le parole della madre sono quasi penosa condanna per chi non la “…volle allato / nel mondo, così larga via; / chi non permise che, sia pure, / stessi con le mie creature”.

La madre sembra provare dolore per quel figlio che non vuole la via “tra le acacie in fiore” ma vorrebbe andar con lei, alla sua strada “tra bussi”, ma comprende: “… Tu venir qui? Viene chi muore… / E tu vuoi dunque venir qui. / Sei stanco: è vero? Hai male al cuore. / Quel male l’ebbi anch’io, Zvaní! / È un male che non fa dormire; / ma che alfine poi fa morire”. Ed il poeta si volge a chiedere “se ciò che qualcuno ci prende, / v’è qualch’altro che ce lo rende”, se l’essere della madre con Dio può divenire per lui speranza di starle accanto. Soltanto così il figlio sine spe può tornare “qual era” allora quando la madre gl’insegnava la preghiera.

Ma, per riandare all’epilogo de Il bolide, quel sentire la Terra nell’Universo e sé “piccolo e sperso errare” dà la misura, nell’appartenenza ad esso, di una spaventosa solitudine che stenta ad aperture di fede religiosa, a meditazioni volte ad approdare oltre quel suo mondo, doloroso per la gratuità e inspiegabilità del male. Non è neppure la paurosa distesa dell’infinito leopardiano in cui l’anima del grande recanatese, disciogliendosi nel battito del tutto, perde il senso di sé e si acqueta: Pascoli è personalità diversa nel dolore, nell’approccio al mistero.

Ed altra è anche la proposizione della simbologia, si fa complessa, mostra chiaramente diversa appartenenza. Basti, ad esempio, leggere taluni versi de Il gelsomino notturno, arcana compenetrazione di vita e morte: “E s’aprono i fiori notturni, / nell’ora che penso a’ miei cari /… Per tutta la notte s’esala / l’odore che passa col vento. / Passa il lume su per la scala; / brilla al primo piano: s’è spento / …”; oppure de La tessitrice, una lirica tutta intessuta di atmosfere suggestive tra vita e morte, del silenzio/transfert del sentimento: “Mi son seduto su la panchetta / come una volta… quanti anni fa? / … E non il suono di una parola; / solo un sorriso tutto pietà /… Con un sospiro quindi la cassa / tira del muto pettine a sé. / Muta la spola passa e ripassa / …”.

E la morte diviene ricorrente presenza, palese pure allo sguardo attorno, nel Diario autunnale del 1907. Una grande tristezza percorre i versi non solo del 1° novembre, dove i crisantemi lacrimano la perdita, e del dì successivo con la simbologia di morte nei “neri lunghi stormi” che “tra loro parlano di morte. / Cadono sopra loro foglie morte. / Sono con loro morte foglie sole. / Vanno a guardare l’agonia del sole.”, anche degli altri giorni del Diario, con quella natura che rimanda morte o vien colta talora viva solo apparentemente.

Dovremmo sentire il Pascoli, rispetto ad altri poeti a lui coevi, più vicino a noi che viviamo crisi ancor più profonde, estese e diversificate in un tempo di trasformazioni così rapide da farci sperimentare anche un senso di inadeguatezza nel seguirle; a noi che abbiamo perso anche la capacità di mantenere riferimenti affettivi nello scorrere pure di ciò che converrebbe fermare, mentre giorno dopo giorno crescono insicurezze e angosce. Eppure, oltre alla pascoliana voce, ci par di sentire ancora anche la vicinanza dell’altra anima, quella in cui il dolore riesce ad andare oltre il dolore nella meditazione/pietas dimentica del proprio sé.

Bibliografia

G. Pascoli, I canti di Castelvecchio, N. Ebani a cura, La Nuova Italia 2001.
B. Croce, La critica, 1906.
A. Galletti, La poesia e l’arte di Giovanni Pascoli, Formiggini, Roma 1918.
A. Momigliano, Giornale storico della letteratura italiana, Mondadori 1928.
F. Piemontese, Il pellegrino del mistero, Guanda, Modena 1938.
F. Flora, Giovanni Pascoli, in Storia della letteratura italiana, Vallardi 1942.
A. Schiaffini, Giovanni Pascoli disintegratore della forma poetica tradizionale, in Civiltà letteraria d’Italia, Sansoni 1962.
G. Getto, Giovanni Pascoli poeta astrale, in Carducci e Pascoli, Edizioni Scientifiche, Napoli 1965.
G. Bárberi Squarotti, Simboli e strutture della poesia del Pascoli, D’Anna, Firenze 1966.
A. Traina, Il latino del Pascoli. Saggio sul bilinguismo poetico, Patron Editore, Bologna 2006.
M. Tropea, Giovanni Pascoli, in C. Muscetta, La letteratura italiana, v. IX, t. 1°, Editori Laterza 1976.
G. Petrocchi, Giovanni Pascoli, in Letteratura Italiana, I Maggiori, v.II, Marzorati, Milano 1956.
F. Ravaisson, La philosophie in France au XIX° siècle, Adamant Media Corporation, 2001.
H. Bergson, Materia e memoria, Laterza 2009.

Materiale
Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza