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Heinrich Schliemann e la passione per Ilio

Ogni nuovo anno che giunge alla vita del nostro mondo globale sempre più dissestato ha personalità illustri del passato da celebrare. Il 2022 non può non ricordare lo scopritore della leggendaria Ilio, Heinrich Schliemann nel bicentenario della nascita, l’archeologo dalla eccezionale passione per il mondo omerico. Non vogliamo considerare la passione, corrispondente al termine greco pàthos, con implicazioni di sofferenza e passività, ci volgiamo all’affectus di cui parla il filosofo Spinoza che, oltre alla passio, include l’actio, implicante l’azione per forte slancio verso qualche cosa che prende in toto il soggetto.

E la forza della passione come azione abita Heinrich Schliemann nello scorrere della intera sua vita, ne rappresenta il senso, e lascia il segno alla posterità. Possiamo dire che la passione, con quella goccia di follia che la caratterizza, supera la ragione, la quale non è visionaria, non ama le conclusioni assurde, proprio quelle che la passione con le sue scoperte costringe poi ad accogliere come realtà da analizzare e accettare in maniera scientifica, quindi con la ragione. In primis c’è dunque la passione, senza la quale nulla di grande può realizzarsi, come già riteneva il filosofo Friedrich Hegel.

Ciascuno degli esseri umani può avere una sua passione, quasi missione che non gli dà rassegnazione e resa, né lo porta a vivere annullato nel mondo, anzi lo fa sentire vivo nel senso più vero perché teso a ciò che lo appassiona. Non è poi detto che la passione, per essere, come riteneva Georges Bataille, la ricerca dell’impossibile, consacri l’individuo alla sofferenza, poiché ciò che viene ritenuto impossibile può, con il perseverare nella ricerca dell’oggetto della propria passione, farsi possibile, essere di molta gratificazione e divenire inoltre valore non solo per sé. Ma la passione non deve porsi interrogativi, avere dubbi che portino a soffermarsi sulla inutilità di essa, in tal caso la stessa passione viene a vanificarsi. Ciò vale in qualsiasi ambito delle realizzazioni umane, quindi anche nelle arti e nelle scienze, nella archeologia che riguarda il personaggio da celebrare nel presente anno. Non tutti, però, scoprono ciò che hanno, quella possibilità e forza latente per superare ogni difficoltà, pertanto tanti si accontentano di una vita senza forti emozioni, portando avanti solo la stanchezza del vivere.

Pianta della cittadella di Troia nei periodi I e IX.

Heinrich Schliemann, l’imprenditore tedesco molto intraprendente e dall’ottima organizzazione pur se sprovvisto della possibilità di fruire degli strumenti tecnologici della nostra contemporaneità, l’archeologo visionario di cui quest’anno ricorre il bicentenario della nascita, è tra coloro che scoprono ben presto la propria passione e, soprattutto, la perseguono. Nato il 6 gennaio 1822 nel nord della Germania, a Neubukov (Granducato di Meclemburgo-Schwerin), quinto dei nove figli di Emst, pastore protestante, e di Luise Burger, figlia del sindaco di Stemberg, sin da bambino ascolta estasiato la narrazione che il padre, appassionato delle civiltà del passato, è solito fare dei poemi omerici, degli antichi eroi greci e troiani, della drammatica fine della città di Troia.

Ilio, come nei poemi omerici è denominata, era sino a quel tempo ritenuta inesistente, immaginazione anch’essa della fantasia di Omero, il poeta mitico, oppure frutto della coscienza poetica collettiva, se accogliamo la geniale teoria dei corsi e ricorsi del filosofo Giambattista Vico, il quale ritiene esistenti nel popolo tre stadi (infanzia, virilità e vecchiezza), e il primo è appunto quello poetico. Ma, mettendo di Omero da parte le tante note biografiche e anche l’Odissea dalla diversa struttura, nell’Iliade già la delimitazione dell’argomento dall’enorme materiale che la leggenda troiana offriva, quel non rifarsi al principio della guerra, né arrivare alla presa di Troia, quel circostanziare il tutto, pur accennando agli antefatti, è indice di sicurezza e grandissima arte, di una unità che non può che essere di un solo altissimo Poeta.

Ricostruzione della città di Ilio.

I diversi strati della città di Ilio.

Ad Henrich non ancora settenne viene, per l’interesse palesemente mostrato. dato in dono un libro illustrato di storia, dove c’è anche l’immagine di Troia mentre viene distrutta dalle fiamme grazie all’inganno del cavallo di legno. Il fanciullo resta fortemente impressionato e, non avendo risposta su dove fosse sorta quella città in fiamme, promette al padre che ne avrebbe rintracciato le rovine, convinto della sua esistenza. E la passione per la leggendaria Troia cresce ancor più quando gli capita di sentire recitare stralci dell’Iliade di Omero. Non rarità, di certo, la passione per il cantore di Ilio e forse di Odisseo, vissuto, a quel che testimonia Erodoto, verso la metà del IX sec. a. C. e sin dall’antichità amato da Greci e Latini, da quanti, non solo della civiltà occidentale, nel corso dei millenni si sono accostati alla sua poesia. Onorato da tutti, è amato da tanti autori delle varie letterature, dal nostro Carducci, per ricordarne uno, il quale dell’Iliade era solito riprendere la lettura e lasciare il segno in suoi versi: Non più riso d’iddei la nebulosa / cima d’Olimpo a gli occhi umani accende… (incipit della poesia Omero); Tra le battaglie, Omero, nel carme tuo sempre sonanti… (incipit di Sogno d’estate). E la filosofa Simone Weil amava, per motivi diversi, rileggere l’Iliade perché, come scriviamo in un nostro saggio (Simone Weil. Il dominio della Forza e la Libertà, Wip Edizioni, 2010) Omero fa comprendere che è la Forza a degradare lo spirito, a portare gli uomini al limite massimo dell’umano per cui non sono neppure più in grado di concepire il bello; e il bello è armonia che ha in sé il principio di eguaglianza e giustizia, quindi il bene, la kalokagathia, impensabile nel paradigma del dominio, pensabile, invece, nella categoria dell’amore, filo che parte dall’antichità ed è da legare a Cristo.

Coppa di vafrio.

Duello tra Achille e Memmone.

Senza giungere a tale meditazione, il poema era amato pure da generazioni di adolescenti dello scorso secolo che sui banchi scolastici si lasciavano prendere dal fascino dei versi di Omero. Scorrono per i 24 libri dell’Iliade esametri greci perfetti a descrivere le aspre contese degli eroi e anche dei numi, le sanguinose battaglie e al tempo stesso i teneri episodi domestici, a intrecciare dialoghi che sono espressione di verità e di vita. Venivano allora proposti, di solito, nella versione di Vincenzo Monti che, non conoscendo il greco, aveva dal latino tradotto l’Iliade in modo così mirabile da superare altri traduttori, lo stesso Ugo Foscolo che, irato, lo definì gran traduttor dei traduttor d’Omero. Valgano, come esempio, quei versi del libro VI (585-596) che narrano l’incontro del troiano Ettore con la consorte Andromaca e il figlioletto Astianatte (incontro che tanto ha ispirato Giorgio de Chirico) dove l’eroe, presentendo la fine di Troia, manifesta per la sorte della moglie un dolore superiore ad ogni altro:

Giorno verrà, presago il cor mel dice, verrà un giorno, che il sacro iliaco muro e Priamo e tutta la sua gente cada. Ma né de’ Teucri il rio dolor, né quello d’Ecuba stessa, né del padre antico, né de’ fratei, che molti e valorosi sotto il ferro nemico nella polve cadran distesi, non mi accora, o donna, sì di questi il dolor, quanto il crudele tuo destino, se fia che qualche Acheo, del sangue ancor de’ tuoi lordo l’usbergo, lagrimosa ti tragga in servitude.

La moglie con indosso i gioielli ritrovati .

Il tesoro di Priamo.

Una poesia in cui Omero (oppure per altri quel vichiano popolo poetico) mostra di avere conoscenza ampia e profonda del cuore umano, di passioni, vizi e virtù, pertanto gli eroi si manifestano traboccanti di violenza, ira e vendetta, di astuzia e crudeltà, ma anche di mitezza e gentilezza, di nobiltà d’animo. Sono eroi profondamente umani, per questo accolti in ogni tempo dalla umanità tutta della Terra, e non solo in quella fase della vita in cui più prorompenti sono determinati sentimenti. Come le donne, varie anch’esse d’animo e d’aspetto, caratterizzate da fedeltà e affettuosità, oppure da bellezza fatale. È anche in esse quel variegato mondo degli esseri umani, nei millenni andato avanti così. Dante, nel Canto IV del suo Poema, pone Omero nel Limbo tra gli “spiriti magni”, rappresentandolo con la spada in mano: Mira colui con quella spada in mano, / che vien dinanzi ai tre sì come sire: / quelli è Omero poeta sovrano; l’altro è Orazio satiro che vene; / Ovidio è il terzo, e l’ultimo Lucano. Dei quattro è dunque Omero il poeta sovrano, colui che ha la spada in mano, segno certamente della sua poesia epica ma simbolo anche di superiorità. Grande, profonda impressione fanno in Schliemann i versi recitati da un ubriaco figlio di un pastore, per pessima condotta espulso dalla Scuola. Gli dona i suoi spiccioli per il bere, lo sollecita a proseguire la recitazione, e solo in seguito sa che quei versi sono di provenienza dall’Iliade.

Persistente diviene allora il pensiero di Troia, di rintracciare le sue rovine: quella città doveva per lui essere esistita, non era soltanto invenzione poetica. Intanto a nove anni ha perso la madre, si è trasferito presso uno zio ed è pure costretto, per scarsi mezzi finanziari, ad abbandonare il ginnasio, a fare l’apprendista da un commerciante. Deve interrompere anche questa attività per un incidente che lo indebolisce molto. Ripresosi, decide di emigrare in Venezuela, ma la nave fa naufragio, si ferma pertanto ad Amsterdam dove trova lavoro come fattorino. È un ragazzo indomito, dalle molteplici risorse, ed è appassionato di conoscenza. Ad Amsterdam impara, da autodidatta, la lingua inglese, francese, italiana e russa. Può ora andare dove maggiori sono per lui le opportunità. Il 1850 è negli Stati Uniti e subito s’impegna a diventare ricco prestando denaro ai cercatori d’oro. Sorgono, però, problemi legali, torna pertanto a San Pietroburgo, già conosciuta per aver allacciato con quella città rapporti commerciali, e lì sposa Caterina Petrovna Lyschinia, figlia di un ricco avvocato. C’è intanto la guerra di Crimea, occasione per far crescere le sue ricchezze rifornendo le truppe dello Zar che si è in quella guerra impegnato. Amplia inoltre la possibilità dei contatti internazionali con lo studio delle lingue, anche dell’arabo e dell’ebraico, ma soprattutto del greco antico: vuole leggere nella lingua originale gli amati poemi. Un desiderio che, come confessa nella autobiografia, lo accompagna da anni lontani. Nel 1868, ormai sufficientemente ricco, ritiene di poter abbandonare gli affari per mettere finalmente in atto la sua passione, per la quale era necessaria tanta ricchezza. Si reca in Grecia dove s’innamora di Sophia Engastromenou, pertanto divorzia da Caterina e sposa la giovane greca da cui ha due figli, Andromaca e Agamenne.

Troia/Ilio localizzazione nella penisola anatolica nei pressi  dello stretto dei Dardanelli.

Nel frattempo ultimi affari da imprenditore in Giappone e Cina, poi dall’Italia, precisamente da Napoli, torna in Grecia. Ed è il momento di andare in Turchia. Con la collaborazione del viceconsole britannico Frank Calvert inizia, presso la collina di Hissarlik, a scavare seguendo le indicazioni dei poemi omerici. Ma non ha il placet turco ed è costretto a fermarsi. Nel 1871 ottiene finalmente l’autorizzazione e organizza a sue spese la spedizione archeologica in Anatolia, presso lo sbocco asiatico dei Dardanelli. Schliermann ha presenti le descrizioni geografiche dell’Iliade, su di esse si basa e riconosce sull’altura di Hissarlik, alla confluenza dello Scamandro con il Simoenta, il luogo della Troia preistorica e quindi omerica. Gli scavi effettuati dimostrano una ininterrotta urbanizzazione dalla fine del neolitico-inizio età del bronzo al tramonto dell’età romana. Nove strati, dal 3000 a. C. alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente nel V sec. d. C., con uno splendore, di strato in strato, maggiore sino al VII strato, quello della Troia omerica, ricostruita quando la grande città del VI strato, a pianta ellittica con alte e spesse mura, con torri e porte, è distrutta verso il 1250 a. C. forse da un terremoto.

Maschera di Agamemmone.

Vita breve la bella città ricostruita subito dopo, dura appena una cinquantina di anni, finisce poi in rovine a causa di un incendio, come confermano i segni rinvenuti. Perché una ricostruzione di Troia sempre lì? L’altura è in ottima posizione, a circa 6 km. dalla costa settentrionale dell’Anatolia, presso lo sbocco dei Dardanelli, all’incrocio del passaggio dall’Asia all’Europa, all’ingresso del Mar Nero. Soprattutto si trova in una regione ricca anche di miniere d’argento. Ma nel poema omerico, che narra, come già detto, alcune vicende dell’ultimo anno senza giungere alla distruzione, altra è la motivazione della guerra. Troia, fondata, secondo il mito, da Dardano, con Apollo e Poseidone come costruttori delle mura, attraverso generazioni di re giunge a Priamo, il cui figlio Paride, con il rapimento della bellissima Elena, moglie di Menelao, provoca la guerra cui partecipano tutte le città greche guidate dai loro re, con a capo Agamennone, e v’è pure l’invincibile Achille, oltre all’astuto Odisseo. Una guerra per vendicare l’onore del re Menelao, tra intrighi di eroi militanti su opposti fronti e divinità (Zeus, Era, Afrodite, Marte, Apollo…) volte pur esse all’una o all’altra parte, anche a seconda del momento. Motivazione poetica il rapimento di Elena, a celare la volontà da parte dei Greci di annientare quella città sorta sull’altura asiatica di cui si favoleggiano le molte risorse, divenuta troppo importante.

Il cosiddetto tesoro di Priamo.

Vetrina al museo archeologico di Atene.

Dopo 10 anni di assedio i Greci entrano nella città con l’inganno del cavallo di legno, nel cui ventre sono rinchiusi i guerrieri, ammazzano il re e i difensori, rendono schiave le donne, incendiano la città. Attorno all’impresa fioriscono leggende e poemi, tra cui quelli di Omero, cui ne vengono attribuiti altri, oltre all’Iliade e all’Odissea. Le vicende di Ilio non terminano con l’incendio ad opera dei Greci, nel VI e V° sec. Troia, che subirà poi varie dominazioni, tra cui quella dei Persiani, dei Seleucidi e degli Attalidi, ritorna ad avere importanza per il santuario di Atena, distrutto anch’esso e fatto ricostruire da Augusto. Ilio viene percepita come un centro di alto livello di civiltà e prosperità sin dai primi strati, come dimostra il ritrovamento di un tesoro impropriamente detto di Priamo, in realtà anteriore perché risalente al 3° millennio a. C., mentre gli avvenimenti della Troia omerica sono da collocarsi al XII secolo a. C. . Il ritrovamento avviene il 15 giugno 1873, proprio prima della sospensione dei lavori. Schliemann, che è insieme alla moglie Sophia, vede, alla base delle mura del II strato, brillare qualcosa. Allontanati gli operai, rinviene in un recipiente di rame migliaia di gioielli d’oro e pietre preziose (8700). Esporta clandestinamente il tesoro in Grecia, per cui è costretto poi a pagare una multa salatissima al Governo turco. Ma quel che a lui interessa è il tesoro quale testimonianza di una civiltà raffinata proprio lì dove nessuno prima di lui aveva pensato esistente Troia. Il Tesoro viene poi dall’archeologo donato alla Germania dove resta fino alla seconda guerra mondiale quando Hitler, prevedendo la sconfitta, ordina di nasconderlo nelle miniere di sale di Helmstedt.

Ricostruzione delle mura di Micene.

La porta dei leoni a Micene.

Ma l’ordine non viene eseguito, così il Tesoro di Priamo si trova dal 1945 in Russia, al Museo Puškin, conteso da Turchia, Grecia, Germania e Russia. Ciascuno Stato dà, ovviamente, le sue motivazioni: terra dov’è stato rinvenuto la Turchia; civiltà erede dei poemi omerici la Grecia; donazione dell’archeologo rinvenitore la Germania; sede attuale la Russia. Gli scavi non si fermano, dal 1874 al 1876 è la volta di Micene dove scopre il mègaron e le tombe dell’acropoli. Schliemann segue le indicazioni dell’antico geografo Pausania, e vengono ancora fuori scoperte formidabili: tombe a pozzo e a cupola, scheletri, forse di Agamennone e compagni assassinati da Clitemnestra e dall’amante Egisto e non completamente combusti per la fretta di abbandonare il luogo del delitto; e poi gioielli, pettorali e altro e maschere d’oro, tra cui la ben nota maschera del leggendario Agamennone. Si discute ancora se la cosiddetta “maschera di Agamennone” sia da considerarsi autentica, come sostiene la gran parte degli studiosi, oppure, come ritengono William M. Calder e David A. Traill, studiosi del secondo Novecento, realizzata su commissione dello stesso Schliemann. Se consideriamo la fattura alta della oreficeria di quel tempo non possiamo escluderne l’autenticità, e inoltre pensiamo che Schliemann, con tutto quel che aveva scoperto, non sentisse la necessità di commissionare l’inautentico. Come, però, sottolinea Tommaso d’Aquino, e non solo, individuum est ineffabile, non può essere l’individuo compreso fino in fondo, di esso resta sempre qualcosa di indecifrabile.

Resti attualmente visibili dall'antica Ilio.

Comunque la famosa maschera d’oro di Agamennone dai tratti realistici (XIII sec. a. C.), insieme a molti altri reperti, si può ammirare al Museo Archeologico Nazionale di Atene. E Schliemann non si ferma: coadiuvato in parte dall’archeologo tedesco Wilhelm Dörpfeld, effettua scavi a Tirinto e ad Orcomeno, con nuove scoperte. Ne aveva in mente tante altre l’appassionato archeologo. Quando era ancora a San Pietroburgo, il suo pensiero, traducendo un geroglifico egizio, si era volto persino al continente perduto di Atlantide, di cui si erano interessati pure gli Egizi. Avrebbe forse in seguito fatto ricerche sul misterioso continente. Avrebbe ricercato, se a Napoli non gli fosse accaduto l’evento fatale il 26 dicembre del 1890. Nella Città Partenopea era stato parecchie volte perché da lì si imbarcava per la Grecia. E non mancava di visitare il Museo Archeologico Nazionale, dove era accolto dal Direttore Giuseppe Fiorelli, suo amico, con il quale era forse anche in trattative per il trasferimento del Tesoro di Troia al Museo di Napoli. Con Fiorelli aveva pure scambi epistolari, lettere che sono rintracciabili solo nel libro Il carteggio di Giuseppe Fiorelli, pubblicato nel 1927 da Domenico Bassi, del quale restano due esemplari, uno a Milano e l’altro a Venezia. A Natale del 1890 Schliemann è nuovamente a Napoli, vuole, prima di imbarcarsi per la Grecia dove vive con la sua famiglia, vedere le nuove scoperte di Pompei e rivisitare il ricco Museo. Viene, all’improvviso, colto da malore, il giorno successivo è già scomparso dalla scena terrena. Sessantottenne (relativamente giovane, diremmo noi) con in mente tante altre ricerche l’imprenditore cosmopolita che da autodidatta ha imparato ben diciotto lingue. Gli arriva lo stop. Riflette Bukowski: A volte non hai il tempo di accorgertene… Sei vivo. Sei morto. Intanto a contare è il senso che ciascuno dà alla vita, e se esso è stato volto a perseguire la passione sentita predominante, allora il soggetto ha realizzato la vita nella bellezza dell’esistenza. Viene sepolto nel Primo Cimitero di Atene dove riposano le personalità illustri. Il mausoleo, innalzato sul terreno dallo stesso Schliemann acquistato, è una realizzazione su progetto dell’architetto di origine sassone naturalizzato greco Ernst Ziller, già noto in Atene per la realizzazione di palazzi pubblici e privati. E’ suo amico ed ha con lui nel 1881 eseguito scavi in Beozia. Il mausoleo appare come variante del Tempio di Atena Nike con influenze del Partenone. Sul fregio Ziller, a memoria della passione dell’amico e delle sue realizzazioni, fa scolpire scene dell’Iliade e sulle metope i tesori archeologici scoperti da Schliemann. Vengono accolte lì anche le spoglie della moglie Sophia e della figlia Andromaca. A Napoli, però, vicino l’acquario della villa comunale, una targa con una scritta a lettere maiuscole commemora l’archeologo che scoprì la mitica Troia:

La parte proprio a sud dei Dardanelli dove si trovava Ilio.

La Germania dedica questa lapide alla memoria imperitura di uno dei suoi figli più illustri - Heinrich Schliemann- il quale riportando alla luce le vestigia di Troia Micene e Tirinto ha ridato al mondo la conoscenza della cultura omerica. Egli morì a Napoli il 26 dicembre 1890 durante uno dei suoi molti viaggi in Grecia.

Come vengono valutati gli scavi dell’archeologo Heinrich Schliemann? Diciamo subito che fu la sua passione per Ilio e le antiche civiltà a rendere possibile ciò che fino a quel tempo era pensato impossibile, vale a dire l’esistenza in quella regione nord-occidentale dell’Asia Minore, nella Troade, della città di Troia, ritenuta soltanto frutto della fantasia omerica o di un popolo ancora allo stadio dell’infanzia. E ciò va ascritto a suo grande merito. Ovvio che la iniziale fase degli scavi, a causa di un progetto non sistematico, portò anche alla demolizione di talune parti, come costruzioni e mura, che avrebbero potuto offrire maggiori informazioni. Comunque l’opera di Schliemann resta di grandissima importanza, anche se portata avanti senza un vero metodo, anzi per alcuni studiosi fu proprio questa assenza a dare frutti positivi. Lo storico tedesco dell’antichità Edward Meyer, a tal proposito, rileva che difficilmente uno scavo sistematico avrebbe portato alla luce gli strati più antichi celati dalla collina e con essi quella civiltà che propriamente chiamiamo troiana. Fu quindi proprio il procedimento antimetodico, vale a dire il puntare sullo strato più antico, a rivelarsi poi proficuo per la scienza. Heinrich Schliemann: un imprenditore dal tratto contemporaneo, una vita di studio e ricerche del mondo antico con le tante leggende che non vanno trascurate perché possono rivelare realtà insospettabili, un autodidatta delle lingue perché è la conoscenza di esse a porre in autentico contatto con le più varie zone geografiche e con le civiltà dei popoli attraverso le ere. Un Odisseo omerico e dantesco Heinrich Schliemann, in giro per il mondo per canoscenza, dedito con passione a riportare con lo scavo quel che più non è ma che fu grandezza e bellezza, a riportare il tumulto della vita di città distrutte, passate alla leggenda.

Bibliografia

Omero, Iliade, tradotta da Vincenzo Monti, I Classici sotto la direzione di Enrico Bianchi, Adriano Salani editore, Firenze 1926

Heinrich Schliemann, Autobiografia di un archeologo alla ricerca del mondo omerico, Presentazione di Amedeo Maturi, Schwarz Editore, 1962, Book Lovers

I tesori di Troia – Gli scavi di Schliemann a Troia, Micene e Tirinto, Biblioteca Universale Rizzoli, 1995

Emil Ludwig, Schliemann Storia di un cercatore d’oro (trad. Mara Fabietti), Castelvecchi, 2019

Heinrich Schliemann, La scoperta di Troia, W. Schmied (a cura), Einaudi 2017

Aa.Vv. Heinrich Schliemann a Napoli, D’Amato editore, Napoli 2021

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