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Ostracismo all'oro della mente
               ovvero Il latino nell'era digitale

Estromesso man mano il sapere storico
dopo aver liquidato con un tratto di penna quello geografico,
i cittadini diventano sudditi, non più (o sempre meno) soggetti pensanti.
Ovviamente, in questo regno dell’approssimazione e semplificazione demagogica,
il primo pezzo da liquidare diventa la conoscenza del mondo antico.
       Luciano Canfora 1)

Tra cause ed effetti in efficace sintesi il filologo classico e saggista Luciano Canfora fa meditare sulla nostra contemporaneità e anche sui decenni precedenti che hanno favorito il degrado intellettuale e dello spirito.

Oggi, in un mondo dove la “ragnatela globale” ha annullato le barriere di spazio e tempo e, in men che non si dica, siamo, col semplice impegno digitale, inondati da informazioni di ogni sorta, che senso ha far sfibrare ancora i neuroni dei giovani nello studio di latino e greco mentre la società globalizzata ha l’economico come obiettivo precipuo?

Le esigenze aziendali richiedono una formazione diversa: il capitale umano, per il quale sono previsti sistemi di misurazione di volta in volta aggiornati, deve essere visto soprattutto in funzione del contributo alla redditività. Obsoleto quindi, non utile lo studio delle lingue classiche, da eliminare in una Scuola che voglia essere al passo coi tempi.

dalla Stampa, marzo 1961.

Questo pensiero, lievitato sempre più negli ultimi anni, ha prodotto un calo delle iscrizioni al Liceo classico, anche se in verità si verifica pure per alcuni Istituti e le Università. E’, però, del Liceo classico che si discute ed è stato proprio esso a subire, come responsabile di arretratezza e inadeguatezza, già nel novembre del 2014, un regolare processo al Teatro Carignano di Torino per iniziativa del Miur, coadiuvato dal Dipartimento di Studi umanistici dell’Università di Torino, dalla Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo e dal Mulino. 2) Giudici: Armando Spataro (presidente della Corte), Marco Cantamessa, Gian Arturo Ferrari, Luca Remmert, Sergio Rota. Testimoni a sostegno di accusa e difesa: Massimo Cacciari, Tullio De Mauro, Massimo Giletti, Giulio Giorello, Michele Boldrin, Marco Malvaldo, Stefano Marni, Luciano Canfora, Ivano Dionigi, Gabriele Lolli.

Luciano Canfora Giulio Giorello Giorgio Bárberi Squarotti
Lucio Lombardo Radice Tullio De Mauro Mario Luzi

Tra gl’interventi quello di Umberto Eco che possiamo sintetizzare nella proposta/boutade di eliminare il Liceo scientifico, di Stefano Marni con la riflessione sulla realtà che va nella direzione della matematica pur ammettendo ch’essa non dà una risposta a tutto, di Luciano Canfora con la difesa del latino e del greco come trincea della democrazia e fondamentale strumento nella comprensione degli altri e delle altre culture.

Il processo si concluse con l’assoluzione del Liceo classico che – si disse– ha, però, bisogno di essere riformato. 3) Del resto, già nella Ordinanza ministeriale del 20 marzo 1967 (erano trascorsi appena cinque anni dalla Scuola Media Unificata senza latino), si sollecitava ad adeguare lo studio delle lingue classiche alle esigenze della contemporaneità, alla diversa formazione culturale cui mirano i vari tipi di Scuole Medie Superiori. E vennero, in conformità alle disposizioni ministeriali, edite varie antologie, tra cui “Civiltà letteraria di Roma antica” , tre volumi a cura di Italo Lana e Armando Fellin 4).

Nel secondo volume gli interventi del filosofo Pietro Piovani, del poeta Mario Luzi e del poeta e critico letterario Giorgio Bárberi Squarotti riguardano, ciascuno in meditata analisi personale, la presenza della classicità nella cultura contemporanea più che le motivazioni formative attraverso l’esercizio del tradurre. E il critico Giorgio Bárberi Squarotti, mentre scarta la celebrazione del mondo classico in cui egli coglie “una ideologia di morte”, di chiusura “a tutte le spore del possibile”, vede proprio dal riferimento a quel mondo le inquietudini contemporanee, come accade in Pascoli, e non solo. Per il critico dunque “la tradizione classica sopravvive nella cultura contemporanea (nella letteratura contemporanea), come denominazione ancestrale, rimasta nel nostro inconscio culturale, degli archetipi che dominano la rappresentazione della realtà”. 5) Tornando alla Ordinanza Ministeriale, c’era allora il richiamo ad adeguarsi alla contemporaneità, che implicava di per sé una diminutio, ma anche il richiedere letture mirate ai vari indirizzi; oggi quel bisogno del Liceo classico di essere riformato non sappiamo dove potrebbe andare a parare.

Di certo non si vuole eliminare il difficile con l’intenzione di un’ampia offerta finalizzata a quella democrazia che viene in ogni occasione, anche a sproposito, sbandierata: già ampia è l’offerta. Sorge il dubbio che si voglia asfaltare la speculazione intellettuale, lo spirito critico, quel pensiero laterale, che lo psicologo Joy Paul Guilford definiva “divergente” , in grado di cogliere in modo sempre nuovo i rapporti fra le cose e le idee e che, divenendo creativo, può dare fastidio. 6) Si deduce anche dalla scarsa attenzione e considerazione che hanno i giovani preparati e di valore, ci sono ancora ma li si costringe, purtroppo, a dare il loro ‘oro’ altrove.

Tema molto dibattuto negli anni Cinquanta del Novecento.
Joy Paul Guilford Nicola Gardini Aldo Visalberghi

Ritorniamo alla quaestio sullo studio delle lingue classiche partendo dal latino, su cui molto si discusse negli anni Cinquanta in vista di una riforma della Scuola Media Inferiore. Già decenni prima Antonio Gramsci, pur se con una sua affezione alle lingue classiche da lui studiate e quindi con un riconoscimento (soleva dire che il latino si studia per imparare a studiare), aveva previsto la risoluzione del problema della élite culturale con l’abolizione di latino e greco in vista di un umanesimo marxista fondato sul presupposto di una formazione non classica ma economica e scientifica. 7) Il che è molto discutibile, se si considera quel riconoscimento.

Seguirà il suo pensiero il matematico Lucio Lombardo Radice proponendo, insieme ai cosiddetti modernizzanti, l’abolizione del latino e il rafforzamento dell’asse scientifico-tecnologico. 8) Coglieva, invece , il valore di una letteratura classica (non doveva, però, essere “classicista”) il filologo classico Augusto Rostagni considerandola come ideale in movimento che opera da stimolo e guida alla chiarezza. 9) Una capacità fondamentale la chiarezza, s’è smarrita nel tempo seguente. Di altro avviso, rispetto a Gramsci, era anche il latinista e politico Concetto Marchesi, propugnatore dello studio del latino per tutti. Sulla rivista “Rinascita”, settimanale politico – culturale del Partito Comunista, sosteneva che l’insegnamento del latino avrebbe dato a tutti padronanza dei propri ragionamenti e del modo di esprimerli. Nel 1956, pochi mesi prima della morte, ancora esortava: “Stiamo attenti.

Concetto Marchesi Massimo Cacciari Umberto Eco

Quando dai limiti della discussione si sta per passare al provvedimento legislativo o governativo, il rischio è grave e potrebbe essere rovinoso. Non bisogna scherzare coi vecchi organismi, quelli che hanno educato non poche generazioni di italiani. Non uccidiamo il latino”. 10) Si decise, invece, di ucciderlo. Avvenne non con l’approvazione dei comunisti che, fuori dal primo Governo di Centro-Sinistra, concordato dopo il Congresso di Napoli e il Congresso di Venezia, proponevano un ordinamento scolastico più moderno lasciando a un secondo momento la possibilità dell’inserimento del latino nel nuovo schema: l’innalzamento dell’obbligo scolastico a otto anni veniva da essi giustamente considerato un fatto di conquista sociale, mentre l’abolizione del latino era il sintomo di un problema grave in relazione ai contenuti culturali.

Il latino, secondo coloro che il 31 dicembre del 1962 approvarono la legge n° 1859 (socialisti, socialdemocratici, democristiani e repubblicani) poteva essere ostacolo per i ceti popolari, così si pervenne, dopo numerose discussioni e precedenti interventi anche di personalità del mondo della Scuola, della Cultura e della Chiesa, a una conclusione che potremmo definire ambigua: il latino, assente nelle prime classi, compariva nelle seconde sotto forma di “elementari conoscenze” per un approfondimento della lingua italiana, nelle terze come insegnamento autonomo opzionale ma, di fatto, obbligatorio per una iscrizione al Liceo classico.

Intanto anche la Chiesa Cattolica avrebbe qualche anno dopo (1965), seguendo le disposizioni del Concilio Vaticano II, officiato in volgare con il celebrante rivolto ai fedeli, molti dei quali si sarebbero pian piano sentiti investiti del ruolo di poter foggiare ciascuno una divinità per sé. Di una Riforma della Scuola, a dirla in breve tutta o quasi, si era iniziato a discutere sin dal secolo precedente con la legge Casati del 1859 che era pro abolizione del latino, e nel 1862 su una proposta di Giovanni Maria Bertini di una Scuola Media Unica senza latino, per passare poi, decenni dopo, alla proposta di una Scuola Media Unica del ministro Leonardo Bianchi che era anche per una indagine conoscitiva sulla Scuola Secondaria cui si opponeva Gaetano Salvemini, alla Riforma di Giovanni Gentile da molti bene accolta e da tanti altri mal sopportata e, nel 1939-1940, con Giuseppe Bottai alla presentazione della “Carta della Scuola” per una Scuola Media Unica con il latino, anch’essa rimasta sulla carta.

Oggi, dopo cinquantasette anni dalla Riforma che vide, con il quarto governo di Amintore Fanfani, prevalere, al posto dei tre orientamenti (classico, normale, tecnico) proposti da Guido Gonella all’inizio degli anni Cinquanta secondo il principio La scuola a tutti, a ciascuno la sua scuola, insieme alla nazionalizzazione elettrica accolta senza incertezze, la scuola Media Unica che a tanti non garbava per quel latino nel cantuccio, possiamo trarre le nostre deduzioni riflettendo sulle generali capacità raziocinanti ( i cosiddetti social le hanno soltanto fatte con maggiore rilievo rimbalzare) sulle quali, se sono di gubernatores anche narcisisti e legati a pecunia più che al timone, non si può certamente porre affidamento.

Lungo dibattito e disorientamento all’inizio degli anni Sessanta fra le varie parti politiche, tra monisti e pluralisti (Nenni, De Martino, Macrì, Visalberghi, Scaglia, Caleffi, Codignola, Bosco e altri), e della Riforma, così come veniva presentata, Cristiano Codignola parlava di spese senza una vera riforma, cui si opponevano anche quanti, come Lucio Lombardo Radice, erano sì favorevoli a una Scuola Media senza latino, ma non “officina”. Con la proposta Donini-Luporini, dopo il progetto Gonella e Medici, pur con le perplessità suscitate da un abbassamento del livello culturale, si arrivò all’approvazione.

Sul “Corriere della Sera”, quotidiano critico nei riguardi dell’abolizione del latino, Panfilo Gentile scriveva: “La lunga e poco edificante storia del disegno di legge sulla scuola dell’obbligo sembra quasi una gara offerta alla nostra classe politica per dare prove sconcertanti del suo disorientamento… Dicono i socialisti che la presenza del latino come materia facoltativa , creerà, inevitabilmente, una discriminazione classista tra i ragazzi… Questa critica è priva di logica… la discriminazione si presenterà quando si tratterà di accedere al corso ulteriore di studi”. 11) E su questo si potrebbe aprire un lungo dibattito, anche sulle cosiddette inclinazioni.

Veniva attuata la Scuola Media Unificata con la scomparsa della precedente Scuola Media e delle altre Scuole cui, dopo le elementari, potevano accedere coloro che non avevano superato l’esame di ammissione alla Scuola Media. Fu accolta come applicazione della Costituzione della Repubblica (otto anni di scuola obbligatoria e gratuita), e nella Scuola non più di élite, per un principio di eguaglianza, lo studio del latino, disciplina ritenuta difficile, non poteva essere ammesso.

Non si tenne neppure conto del ruolo educativo che stava nel frattempo svolgendo la televisione, presente sin dall’inizio degli anni Sessanta nelle case degli italiani, pure di classe operaia e contadina, né della frequenza in grande crescita non solo nella Scuola Elementare, anche nella Media. La televisione, con programmi che non erano allora ‘spazzatura’, avviava ad una lingua ‘sovralocale’ formando una comunità di parlanti che si comprendeva a livello nazionale; inoltre nelle famiglie, anche umili, c’era la spinta a volere, attraverso lo studio, un avvenire migliore per i propri figli, i quali, in linea di massima, fortemente si impegnavano per una crescita culturale che vedevano anche come crescita sociale.

La Scuola Media Unificata, o Unica, che dir si voglia, invece di impegnarsi ad innalzare chi stava in basso, livellò tutti in basso.

La validità del ragionare matematico non è da mettere in dubbio, però è cosa ben diversa, riesce a realizzarlo meglio e più velocemente la cosiddetta IA (Intelligenza Artificiale) che dà scacco matto al sapiens; non sta dunque in esso la specificità dell’essere umano ma nel porre in atto quel lobo destro del cervello in sinergia con l’altro della parte sinistra, come ritiene Daniel Goleman, 12) e non solo.

Dopo ben oltre mezzo secolo da quella legge che relegava il latino nel cantuccio per poi abolirlo definitivamente con la legge n° 348 del 16 giugno 1977, le deduzioni che si traggono non possono dirsi positive. Di certo molti fattori hanno contribuito al degrado della Scuola, fatto non solo italiano, ma ribadiamo che la giustizia sociale non si attua eliminando difficoltà e fatica con le quali la mente cresce, non si attua livellando tutti verso il basso.

In un intervento su “Rinascita” la direttrice didattica Dina Bertoni Jovine era allora ottimista e, contro chi prevedeva un abbassarsi del livello culturale, scriveva: “Basteranno due generazioni perché il costume del linguaggio più colto, il gusto di interessi più raffinati si formi in quelle categorie che sono state sino ad oggi estromesse dalla vita intellettuale”.

A quel tempo era soprattutto un fatto di giustizia sociale ad animare il monismo (Scuola Media Unica senza latino) contro il pluralismo (diverse tipologie di Scuola Media), oggi l’interesse a mantenere latino e greco ha motivazioni di ben altra natura, vanno in quell’esercizio della mente che solo l’impegno traduttivo delle lingue classiche può dare.

In una delle tante interviste sulle lingue classiche (aprile 2007) Luciano Canfora, dopo aver, tra l’altro, precisato di essere “contrario all’idea che il mondo antico detenga dentro di sé i valori indiscussi e fondamentali ispirandosi ai quali abbiamo in mano la stella polare”, e considerato la diversa condizione in Grecia fra il cittadino con tempo a disposizione per attività politica e cultura e chi, oberato da fatica, non ne aveva, rilevava che “tradurre una lingua come il greco, come il latino, esige un salto intuitivo dalla successione delle parole al senso complessivo di ogni periodo ed è quello l’esercizio più importante… un procedimento mentale di grandissima utilità, rispetto al quale il problema del «a che mi serve?» perde qualunque significato perché quell’esercizio mi sarà stato preziosissimo, quale che sia il mio abituale impiego di quella elasticità mentale che avrò conquistato… Ecco perché ho detto che la dolcezza pedagogica rallenta… in quanto lo sviluppo è uno sviluppo attraverso un tirocinio, una disciplina, un’autolimitazione, una capacità di proporsi degli obiettivi e di raggiungerli, l’esatto contrario della dolcezza… Tornare indietro è sempre una ginnastica mal vista, ma certamente battere strade completamente diverse da quelle che si sono rivelate perdenti è saggia politica “.13).

Luciano Canfora indica la strada per evitare ciò in cui siamo incorsi, è l’unica strada per non essere perdenti, ma noi aggiungiamo ‘del tutto’ perdenti considerando quanta influenza abbia ormai nella formazione quel mondo da cui le generazioni sono e saranno sempre più bombardate. Nonostante ciò, ugualmente consigliamo di seguire la strada indicata dal filologo Canfora e continuiamo a sperare: di tanto in tanto i sapientes possono avere fremiti di saggezza, ripensamenti. Abbiamo già detto che il problema del degrado non è solo nostro ma di tutta la civiltà occidentale che ha smarrito la propria identità divenendo intellettualmente e spiritualmente debole. E l’Europa, anch’essa debole mentalmente e nello spirito, si rotola in beghe senza fine cadendo sempre più in basso con una tale assenza di consapevolezza da suscitare perplessità.

Lo studio delle lingue classiche può essere di ausilio a una formazione non appiattita all’economico, alla massificazione tecnologica. I nativi digitali, imbevuti di valori e costumi propri del mondo globalizzato, di conoscenze altrettanto globalizzate, si orientano in un mondo complesso che richiede, però, la semplificazione per una fruizione immediata, e ciò a scapito di quel riflettere che porta a una interpretazione fondata sul senso critico.

Andrea Marcolongo Luigi Miraglia Wilfried Stroh

Attuata così, la conoscenza perde consistenza e anche peso sociale. Per questo, oltre al già citato Luciano Canfora, oltre a Nicola Gardini, a Luigi Miraglia, ad Andrea Mastrolongo e ad altri nostri filologi classici e scrittori, si dichiarano sostenitori della formazione classica anche filologi e scrittori europei :Jurgen Leonhardt, Joseph Farrell, Françoice Waquet, Tore Jonson, Nicholas Ostler, Wilfried Stroh e tanti che operano negli Atenei e nelle Scuole statunitensi.

Tutti ribadiscono la necessità dello studio delle lingue classiche perché le nuove generazioni non perdano, con l’alfabetizzazione cognitiva globalizzata, quel senso critico che la semplificazione non può produrre. Nell’articolo “Gli americani riscoprono il latino e il greco”, 14) oltre a essere posta in rilievo la kermesse della Greak Summer School di Bryanston che vanta una partecipazione mondiale, si fa presente, con dati, la crescita dello studio del latino e del greco nelle Università statunitensi e nelle Scuole secondarie, persino nelle Medie inferiori.

Il fenomeno viene spiegato come ricerca di distinzione nel sistema educativo massificato; una distinzione che si è notato funzionare perché dà agli studenti una marcia in più poiché “il loro apprendimento ha un elevato valore formativo in quanto si allenano non solo la memoria e l’attenzione per il dettaglio, ma anche le capacità logiche e di ragionamento critico”, e ciò in misura maggiore anche se ci si riferisce all’apprendimento delle lingue vive strutturate con casi e declinazioni, come il russo e il tedesco.

E vogliamo concludere con quanto si chiede nel libro scritto con passione ed entusiasmo il latinista Nicola Gardini, docente di Letteratura Italiana e comparata all’Università di Oxford. Dopo aver sostenuto che il destino del sapere non è la resa alle macchine e al loro smaltimento quando sono divenute obsolete, scrive: “E del resto? Dei bisogni non immediati, delle necessità non pratiche e non evidentemente materiali, ma non per questo meno urgenti? Del cosiddetto spirito? Della memoria, dell’immaginazione, della creatività, della profondità, della complessità? E delle grandi domande, come: dov’è cominciato tutto e quando, dove vado, chi sono io, chi sono gli altri, che cos’è la società, che cos’è la storia, che cos’è il tempo, che cos’è il linguaggio, che cos’è una parola, che cos’è la vita umana, che cosa sono i sentimenti, chi è lo straniero, cosa ci faccio qui, che cosa dico quando dico, che cosa penso quando penso, che cos’è il significato? Dell’interpretazione, insomma? Perché senza interpretazione non c’è libertà, e senza libertà non c’è felicità, e si subisce qualunque cosa, perfino il nostro buon umore, e si diventa schiavi della politica e del mercato, e si sentono finti bisogni, bisogni creati da logiche e disegni che nulla hanno a che vedere con le nostre persone”. 15).

 

La particolare scintilla della mente umana si accende nel porsi quelle domande, nel tentativo di dare delle risposte per non divenire, come dice Boccaccio, al ventre (e ad altro ancora, noi aggiungiamo) serventi a guisa d’animali, i quali, però, si sa, non possono non seguire la loro natura.

Note

1) Questo pensiero del filologo classico Luciano Canfora si fa linea per raffigurare la colonna ionica sulla copertina del suo saggio “Gli antichi ci riguardano” (Il Mulino, 2014).

2) “La Stampa”, 14 novembre 2014.

3) “Repubblica”, 14 novembre 2014.

4) Italo Lana e Armando Fellin, Civiltà letteraria di Roma antica, (Casa Editrice G. D’Anna, Messina – Firenze 1973).

5) Giorgio Bárberi Squarotti, in op. cit. v. II, pp. 12-15.

6) Joy Paul Gilford The nature of human intelligence, (Editore McGraw-Hill , 1975).

7) Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere, (4 , XIII, 55).

8) Lucio Lombardo Radice in “Rinascita”, 1946, n° 12.

9) Augusto Rostagni in “Corriere della Sera”, 25 aprile 1953.

10) Concetto Marchesi, La questione del latino, in “L’Unità”, 3 aprile 1956.

11) Panfilo Gentile in Editoriale “Corriere della Sera”, 14 settembre 1962.

12) Daniel Goleman, Intelligenza sociale, trad. Valeria Pazzi, BUR, 2007.

Sito della Treccani, Intervista a Luciano Canfora sullo studio dell’antichità classica, a cura di Daniela Cavallo, maggio 2007.

14) “Corriere della Sera, 12 agosto 2008.

15) Nicola Gardini, Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile, Garzanti, 2018.

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