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Il poeta Publio Ovidio Nasone
riaccolto a Roma dopo duemila anni

Prisca iuvent alios: ego me nunc denique natum
Gratulor: haec aetas moribus apta meis.
1)

Un’aetas, quella di Ovidio, con guerre civili alle spalle e figure eccezionali ed eroiche anch’esse scomparse, volta a godere il benessere della Pax, a viverlo sotto ogni aspetto in libertà gioiosa. Augusto può pure promulgare leggi finalizzate a ripristinare il mos maiorum, semplicità di vita e consolidamento della famiglia, ma a prevalere è la vita gaudente di cui viene anche a certa poesia attribuita la colpa, al suo autore costretto ad abbandonare l’Urbs, a vivere per i rimanenti suoi anni relegato a Tomi, un lontanissimo villaggio ai confini dell’Impero.

Alfine, dopo ben duemila anni, Roma revoca a Ovidio la relegatio inflitta da Augusto senza regolare processo dinanzi al Senato.

E lieto vola lo spirito del tenerorum lusor amorum…

Romae sum, Romae in pulcherrima Urbe...
Quantum mutata ab illa!
Ruinae crudelis vestigia solum invenio,
amatissima Roma!
Omnia mutantur…
2)

E mutati gli appaiono anche gli esseri per le tante vie: abiti strani, volti tesi, frettolosa massa distante che va, e sfrecciano chiusi in strane cose che a luce rossa si fermano, poi furiose scattano

Puellae, matronae, adulescentes ,viri et senes non paiono sereni…

Lo spirito d’Ovidio dall’eterna dimora, il Limbo per il Sommo Dante dove insieme ai benemeriti vissuti prima di Cristo è condannato a non godere della Luce, 3) celerrimus advolat amatissimam Romam, prosciolto alfine dalla dolorosa relegatio.

Il Comune di Sulmona, città natia del Poeta, con una Giuria presieduta dall’insigne latinista Francesco Della Corte (Difesa Francesco Analdi, docente di Letteratura latina alla Federico II di Napoli; Pubblica accusa il rumeno Nicolae Lascu ben noto studioso di Ovidio), celebra il 10 dicembre 1967 al Teatro Caniglia il primo processo a Ovidio relativo al decreto imperiale di relegatio dell’anno 8 d.C.. Capi d’accusa il carmen, vale a dire l’Ars amatoria, contraria alla politica moralizzatrice di Augusto, e l’error. La nota finale del Presidente sull’error collegato alle vicende di Giulia Minore (cui nessuno dei contemporanei fa cenno e neppure Ovidio per non rinnovare all’Imperatore il dolore), s’incentra sulla stultitia (una imprudenza che ricalca quanto di sé dichiara lo stesso Ovidio: non sapiens et timidus) 4) più che sul facinus, il delitto da riferirsi a un complotto contro Augusto al quale potrebbe aver partecipato.

Al secondo processo, quello che potremmo definire d’appello, celebrato il 9 dicembre 2011 al Cinema Pacifico e presieduto dal giudice Franco Cavallone, mentre l’accusatore avv. Giovanni Margiotta per l’error porta avanti la tesi della partecipazione di Ovidio alla congiura che avrebbe dovuto attentare alla vita di Augusto (della quale facevano parte anche i suoi stessi familiari e forse per questo Augusto non volle il processo), il difensore avv. Antonio Masci tenta di demolire la colpa di Ovidio sia come corruttore dei costumi sostenendo che in sostanza erano già corrotti e la moralità era solo di facciata, sia come congiurato affermando che, se il Poeta avesse davvero partecipato alla congiura, la pena non sarebbe, di certo, stata la relegatio, pena lieve (non prevedeva neppure la confisca dei beni) per un’accusa così grave, pertanto, non essendo state fornite prove di colpevolezza, Ovidio è da assolvere e la relegatio da revocare.

La sentenza di assoluzione viene il 16 marzo 2012 trasmessa al Comune di Roma (ideale Senato romano), ma Ovidio deve attendere sino al 14 dicembre 2017 perché l’Assemblea Capitolina approvi all’unanimità la revoca del decreto di relegatio a Tomi, dove al Poeta toccò tristemente di vivere sino alla fine dei suoi giorni, avvenuta, secondo alcune fonti il 17 d.C., per altre il 18, dopo dieci anni dalla relegazione.

E intanto provvede anche la stampa abruzzese a porlo all’attenzione: il 6 aprile 2017 sul quotidiano “Il Centro” compare l’articolo “Ovidius Sulmoni et Italiae decus attulit”, sei pagine in latino con un’ intervista al Poeta dell’amore. Non a caso il 6 aprile, memoria del terribile terremoto del 2009, per il quale si pensa possa essere risorsa anche l’illustre sulmonese.

Publius Ovidius Naso viene l’anno 8 d.C., con decreto del Princeps relegato a Tomi . Come può il brillante Poeta, avvezzo alle raffinatezze del mondo romano dell’età augustea, accettare di vivere la rusticitas di uno sperduto villaggio sul Ponto Eusino, piccolo avamposto ai confini dell’impero?

Oggi è Costanza (Constantia) sul Mar Nero, una bella città della Romania di oltre trecentomila abitanti, visitata per spiagge, musei e altro, per la statua di Ovidio, opera dello scultore italiano Ettore Ferrari, svelata nel 1887 con cerimonia solenne. Ad essa sarebbe seguita, sempre dello stesso scultore, e con sua opera gratuita, quella inaugurata a Sulmona il 20 aprile del 1925 alla presenza del Re Vittorio Emanuele III ma non dell’artista, repubblicano convinto.

Per il proprio credo allora c’era chi rinunciava a ricevere l’encomio dovuto: altra tempra!

E sulla piastra del basamento si leggono quei versi dei Tristia così tradotti: “Qui giaccio io, Nasone, che scherzando cantai teneri amori e trovai la morte per il mio talento. Non ti sia di peso, o passante, se mi hai amato, dire: le ossa di Nasone abbiano dolce riposo”. 5) Dove ancora una volta Ovidio, oltre alla richiesta di dolce riposo alle sue ossa, ed è da rimarcare il “dolce”, ribadisce che la incapacità di comprendere il suo talento di poeta cantore di teneri amori lo portò a quella relegatio che per lui fu morte.

Publius Ovidius Naso nasce a Sulmona il 20 marzo del 43 a. C. da antica famiglia dell’ordo equester , va a studiare a Roma, si reca poi, come tanti giovani di famiglie benestanti , a perfezionarsi in Grecia e si rende ben presto conto di non poter seguire il desiderio paterno di amare l’ars oratoria dove la parola può farsi “mercimonio e prostituzione” 6), d’essere la sua natura volta al fluire di fantasia e poesia. Ritornato a Roma, entra a far parte del circolo letterario di Valerio Messalla Corvino, distante dagli ideali imperanti, dal mos maiorum, imposto da Augusto, aperto invece alla elegia, al pensiero libero e ironico, diverso quindi dal circolo di Mecenate, cui pure s’accosta, con Virgilio e Orazio di ben altro poetare. Ovidio conosce Emilio Macro, Properzio, Orazio che gli legge le odi, Cornelio Gallo da cui riceve elogi e Tibullo della cui fine precoce si rattrista, mentre di Virgilio dice: vidi tantum, lo vide soltanto.

Dopo i primi esperimenti poetici giovanili, con Amores, canto d’amore in metro elegiaco a una fittizia Corinna, forse la bellissima Giulia Maggiore, figlia di Augusto, pubblicato verso il 14 a. C., ed Heroides, dello stesso periodo, lettere d’amore di mitici amanti con un’attenta analisi dell’animo femminile, è già poeta osannato da quel mondo romano cui sente di essere più vicino.

Segue l’Ars Amatoria , il primo poema didascalico sull’arte di amare, tre libri di distici elegiaci pubblicato forse nel 2 d. C. con grande successo presso il bel mondo. Sono insegnamenti d’amore rivolti ai giovani, ma anche alle puellae, 7) e in ciò Ovidio sembra porre sullo stesso piano entrambi i generi anticipando quasi le battaglie femministe dello scorso secolo.

Pubblica poi, sempre in distici, i Remedia amoris, suggerimenti per liberarsi dalle pene d’amore che tutti affliggono, senza distinzione di genere, e il Medicamina faciei femineae, precetti sull’uso dei cosmetici, su come ridurre sul volto i segni del tempo.

Successo ma anche scandalo da parte dei benpensanti.

Da sempre il mondo va così, con quel che nell’Ars Ovidio dice togliendo il velo alla virtù ipocrita pronta a condannare: “Ho rispettato quel che lo stato verginale e maritale comporta: e se la matrona vorrà mio malgrado servirsi delle arti non dettate per lei, io non ho colpa: perché una donna vaga di malfare potrà da ogni carme, anche di Ennio, anche di Lucrezio, ricavare le lusinghe del peccato. Ogni genere di poesia potrà in tal modo essere incolpato: e nessuna cosa è tanto giovevole che non possa far danno: Se si deve distruggere ciò che può indurre in peccato d’amore, si distruggano i teatri, il Circolo, si chiudano i portici e i templi. Tutte le cose possono corrompere un animo che abbia tendenza al malcostume”. 8)

E ci sembra accettabile il suo discorso a discolpa: di certo non si delinque dietro sollecitazioni letterarie o di altro ma per la fragilità della natura volta al deplorevole venir meno ai principi morali.

Tralasciando le opere minori, la tragedia Medea (perduta ma a suo tempo apprezzata), il poemetto astronomico Phenomena, l’invettiva Ibis (dall’esilio impreca contro la perfidia di un finto amico), l’elegia Nux (l’albero di noce si lamenta delle sassate ) e qualche altro componimento, i Fasti, in distici elegiaci, sono per il Poeta opera insolita perché celebrazione del calendario romano, quasi a compiacere Augusto, il suo programma volto a ripristinare festività e costumanze antiche : “Ora io canto i sacri riti e i tempi notati nei fasti. Chi avrebbe creduto che mi sarei messo per questa via?” (Fasti, II, vv3-8, tr. C. Marchesi). Restano incompleti, vengono interrotti al mese di giugno per la relegazione del poeta.

Ma già dopo il 3 d.C. Ovidio affascina il bel mondo romano con Metamorphoses, oltre duecento favole in quindici libri di dodicimila esametri per celebrare in un epos innovativo rispetto a quello virgiliano, partendo dal Caos primigenio e finendo con l’apoteosi di Augusto, il principio di Pitagora Omnia mutantur, nihil interit, vale a dire il trasformarsi di ogni cosa in altro, non il finire. Una specie di storia universale dove dominano gli istinti: amore e ira, invidia e paura, ma anche l’anelito alla conoscenza.

La materia è tratta soprattutto dalla letteratura dell’età alessandrina senza, però, disdegnare Esiodo, e viene tanto mirabilmente plasmata da porsi lo stesso Dante in gara con Ovidio nel canto XXV dell’Inferno quando presenta le orrende metamorfosi dei ladri.

Nel Purgatorio poi, per descrivere l’effetto dell’amata su di lui si rifà alla leggenda di Piramo e Tisbe, anticipazione della tragedia d’amore di Giulietta e Romeo: “Come al nome di Tisbe aperse il ciglio / Piramo in su la morte, e riguardolla, / allor che ‘l gelso diventò vermiglio”. 9)

L’ammirazione non verrà a Ovidio mai meno: gran successo presso Chrétien de Troyes e il suo Lancelot, come con gli altri trovatori, anche con Andrea Cappellano e il suo De amore; se si eccettua poi il Romanticismo (a esempio Leopardi in Zibaldone di pensieri, 20 settembre 1823, tra l’altro, scrive: “Ovidio non ha maggiore intento né più grave, anzi a null’altro mira, che descrivere, ed eccitare e seminare immagini e pitturine, e figurine, e rappresentare continuamente.”) sarà considerato grande e fascinoso poeta in ogni era, dal Rinascimento (Poliziano, Ariosto, Tasso…) al Seicento (Marino, Shakespeare…) al Settecento (Voltaire…), al Novecento (Simbolisti, D’Annunzio, Eliot, Calvino…).

A lui tanti s’ispireranno, anche pittori e scultori delle varie ere, sin dai tempi remoti, come ha dimostrato la Mostra “Amori, miti e altre storie” presso le Scuderie del Quirinale, curata da Francesca Ghedini per il bimillenario della morte di Ovidio.

Abbiamo anche noi percorso il fascinoso iter espositivo, ammirato dipinti e sculture antiche, manoscritti medievali, opere pittoriche e scultoree dei vari secoli, affreschi di età imperiale e sculture provenienti soprattutto dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli, tra cui la Venere callipigia; e poi Botticelli, Tintoretto, Domenichino, Cellini, de Ribera e tanti altri artisti che da Ovidio hanno tratto ispirazione, sino alle installazioni del nostro tempo.

Inaugurata il 16 ottobre 2018 e chiusa il 20 gennaio 2019, la Mostra ha offerto la possibilità di ammirare opere provenienti da 80 musei e gallerie italiani e stranieri, preziosi documenti di rinomate biblioteche.

Ancora una volta la comprova di quanto la poesia di Ovidio abbia sollecitato e solleciti la creatività di artisti di ogni tempo; ancora una volta la conferma che ad altri dotati di poiesis si rimanda ciò che si è preso: Ovidio trae la materia dai poeti alessandrini, crea poesia che non si ferma, diventa nuova parola poetica nel corso dei secoli, linea e colore per narrazioni fascinose, per marmo e bronzo immortali.

E l’Arte, sotto qualsivoglia forma, sommuove l’animo. Come non potrebbero ingenerare turbamento le metamorfosi di Echo e Narcissus, di Daphne e dei tanti esseri trasformati per vendetta e crudeltà degli dei che Augusto nel suo programma voleva fossero in grande considerazione? Che dire di Juppiter, del dramma di Io, di Ganymedes e ancora di Juno e Latona, di Apollo e Diana vendicatori, dei tanti sottoposti a mutamento? Ovidio è pensiero libero, anche in fascinosi esametri mostra la crudeltà delle divinità.

Ma ci tornano ora i versi su amore e morte di Pyramus e Thisbe, i due adolescenti babilonesi innamorati ma ostacolati dai genitori, il commento di Luciano Perelli: “Ovidio sa sfruttare con grande perizia la sempre nuova drammaticità delle situazioni, e soprattutto sa cogliere quello che vi è di più poetico nella vicenda: il trapasso dall’idillio alla tragedia, dall’amore alla morte. Immagini e discorsi vibrano di una grande tensione patetica, senza giungere all’enfasi declamatoria; di rado Ovidio ha saputo raggiungere una tale concentrazione di mezzi espressivi”. 10)

Piramo (iuvenum pulcherrimus – fra i giovani il più bello) e Tisbe (quas Oriens habuit, praelata puellis – la più ammirata fra le fanciulle che aveva l’Oriente) per il divieto dei genitori di vedersi, si parlano attraverso una sottile fenditura del muro delle loro dimore contigue (quid non sentit amor? – che cosa non vede l’amore?, commenta Ovidio) e una notte decidono di abbandonarle per incontrarsi presso un alto gelso contiguo a una gelida fonte. Tisbe è lì per prima ma, spaventata dall’arrivo di una leonessa sopraggiunta ad abbeverarsi dopo aver sbranato un bue, si ripara di corsa in un antro lasciando cadere il velo, e questo, imbrattato di sangue dalla leonessa, diventa per Piramo testimonianza della morte di Tisbe, decisione quindi di morire con un affondo di spada, lo stesso che la fanciulla darà a sé, uscita dall’antro, alla vista di Piramo morente. Ma, prima di colpirsi, Tisbe si rivolge all’albero: “E tu, albero che ora con i tuoi rami ricopri l’infelice corpo di uno solo, e tosto ricoprirai il corpo di entrambi, conserva i segni della morte e abbi sempre frutti scuri e intonati al lutto, ricordo del duplice sangue”. 11)

Italo Calvino considera che la filosofia delle Metamorfosi è “quella della unità e parentela di tutto ciò che esiste al mondo, cose ed esseri viventi… La compenetrazione dei –mondi- natura implica non un ordine gerarchico univoco ma un intricato sistema di interrelazioni in cui ogni livello può influire sugli altri, sia pur in diversa misura. Il mito, in Ovidio, è il campo di tensione in cui queste forze si scontrano e si bilanciano”.12)

E’ un pensiero, quello della “unità e parentela di tutto ciò che esiste al mondo” che sta, pian piano, acquisendo maggiore peso nella nostra attualità così problematica anche per le rovinose trasformazioni del pianeta, per l’assenza di rispetto verso il variegato mondo vivente.

E nelle Lezioni americane Calvino precisa: “Se il mondo di Lucrezio è fatto di atomi inalterabili, quello d’Ovidio è fatto di qualità, d’attributi, di forme che definiscono la diversità d’ogni cosa e pianta e animale e persona; ma questi non sono che tenui involucri d’una sostanza comune che – se agitata da profonda passione – può trasformarsi in quel che v’è di più diverso. E’ nel seguire la continuità del passaggio da una forma all’altra che Ovidio dispiega le sue ineguagliabili doti: quando racconta come una donna s’accorge che sta trasformandosi in giuggiolo: i piedi le rimangono inchiodati per terra, una corteccia tenera sale a poco a poco e le serra le inguini, fa per strapparsi i capelli e ritrova la mano piena di foglie… La leggerezza è un modo di vedere il mondo che si fonda sulla filosofia e la scienza: la dottrina di Epicuro per Lucrezio, la dottrina di Pitagora per Ovidio”. 13)

E riflettiamo anche sulla “varietà grande e tragica del poema ovidiano” rilevata da Concetto Marchesi, latinista d’eccellenza e critico finissimo: “Il pregio dominante dell’arte ovidiana delle Metamorfosi è l’evidenza sommamente plastica. Ovidio è il poeta che meglio ha saputo congiungere l’arte poetica all’arte figurativa; nei suoi bassorilievi così animati, c’è la precisione e la bravura del grande artefice modellatore. E’ poeta fantastico, ma osservatore: e la osservazione precede sempre. Coglie il personaggio nell’atto della metamorfosi e fa sentire la spaventosa stupefazione di questa coscienza di uomo che resta dentro un corpo il quale, senza più la facoltà umana della espressione dolorosa, senza più poter gridare e gemere e disperarsi, si trasforma via via per inesorabili e orribili adattamenti in corpo di altra natura. Il prodigio che conclude la favola ha sempre lo stesso carattere: sono esseri umani mutati in animali, in piante, in acque, in pietre; e la figura umana si risolve senza sforzo, quasi spontaneamente, nell’altra figura per una serie di conversioni che sembrano affatto naturali, sì da farci apparire come una vasta e continua parentela tra le forme tutte dell’universo… L’arte del poeta non è soltanto attratta dal corpo che si trasmuta, ma pure e specialmente dall’animo che inorridendo si trasloca. Qui è la varietà grande e tragica del poema ovidiano. Lucrezio era stato il poeta delle cause; Ovidio fu il poeta delle forme”. 14)

Il Marchesi in nota riporta la decisione di Ovidio di dare, come aveva raccomandato Virgilio per l’Eneide, alle fiamme il suo poema (sapeva, però, dell’esistenza di altre copie), di scrivere, qualora esso fosse sopravvissuto, la seguente epigrafe: “Non il poeta l’ha pubblicato; ma è quasi un avanzo rapito al suo funerale. E’ imperfetto il poema, ma lo avrei tutto quanto emendato se me lo avessero concesso: Emendaturus, si licuisset, eram”. 15)

I Tristia (cinque libri di distici, il primo dei quali composto durante il lungo viaggio verso Tomi) e le Epistulae ex Ponto (quattro libri in distico elegiaco, di cui l’ultimo pubblicato postumo) segnano lo stacco dalla vita fascinosa e brillante della Roma di Augusto, la tristezza della nuova condizione di relegato, la incapacità di vivere una vita così diversa, l’accorata speranza, la supplica perché possa essere annullata la pena.

Non ha Ovidio tempra forte, come Seneca, a esempio, che ben sopporta la condanna inflittagli da Claudio alla relegazione in Corsica (cfr. Consolatio ad Helviam matrem) ma, se vogliamo, è proprio la sua tante volte dichiarata incapacità di sopportare la nuova condizione, per lui così terribile, a dare la dimensione della fragilità umana, a farcelo sentire vicino in un tempo come il nostro di ansie derivanti anche da attese, di maggiorati timori; un tempo in cui tutto sembra essere più confuso e il vero, ancor più nebuloso, celandosi genera un circolo di malessere.

Ovidio anela a tornare a Roma, rivolge quindi suppliche a tanti, pone in atto l’adulazione, attende e attende, sperando anno dopo anno.

Talora, però, disilluso, pone da parte l’accortezza dell’adulazione finalizzata all’abolizione della pena per annunciare con fierezza: “La patria, le persone care, la casa, tutto quanto poteva essermi tolto, mi fu strappato; ma l’ingegno, no: esso è il mio compagno e il mio conforto; su di esso Cesare non poté avere nessuna potestà. Mi si tronchi pure d’un colpo di spada questa mia vita: la mia fama durerà eterna, e l’opera mia sarà letta finché dai suoi colli la Roma di Marte sarà dominatrice del mondo”. 16)

Alquanto melodrammatico, si dirà, ma Ovidio è ben conscio che la poesia va al di là degli eventi, continua, nonostante tutto, a far vivere chi più non è attraverso la sua vita. E noi diciamo che la poesia di Ovidio vive non solo con Roma dominatrice, anche in seguito, con i terribili eventi e il mutare nello scorrere dei secoli, di cui il Poeta, pur col suo omnia mutantur, non può essere profeta, con una Roma non più domina.

Oggi, però, nel prevalere di scienza e tecnica su lettere e arti, temiamo che vada spegnendosi la consapevolezza che le due culture hanno alla base un’unica matrice che ci pone in relazione con diversi mondi non escludenti quello dello spirito, al quale bisogna continuare a dare valore per una migliore comprensione dell’essere umano e di quanto gravita in un’ orbita vieppiù ampliata.

E noi, eredi diretti , dovremmo mantenere vivo l’amore verso la classicità che ha, attraverso opere immortali, espresso con profonda bellezza la variegata umanità, e non solo in poesia. Ripetiamo quel che Augusto Rostagni, filologo classico e grande conoscitore della letteratura latina, soleva dire ai suoi allievi: “Niente è più utile alla comprensione dell’antico come l’esperienza delle cose moderne”.

E’ l’evento negativo da cui nessuno può prescindere ad affratellarci Ovidio. Un triste giorno (8 d. C di un non precisato giorno di ottobre) l’ordine perentorio di Augusto lo costringe a partire per Tomi, località sconosciuta sul Ponto Eusino.

E’ la fine del suo tempo in Roma, e il dolore suo e di quanti l’amano è nella molto nota terza elegia del libro I dei Tristia, in quella gutta che gli scende dagli occhi ogni volta che gli torna alla mente la tristissima notte dell’addio all’amata sposa Flavia piangente nel suo pianto, agli amici non scomparsi nella sventura (due soltanto, insignificante numero rispetto ai tanti accanto a lui nella buona sorte), alla casa che in ogni angolo ha lacrime, all’ultimo sguardo alla luna su Roma immersa nel silenzio (Iamque quiescebant voces hominumque canumque / lunaque nocturnos alta regebat equos).

E non può non scendergli la lacrima: troppo distante dal mondo che ha dovuto lasciare è quello in cui si trova. Viene Tomi da Ovidio descritta nel libro V dei Tristia come terra inospitale per nevi e ghiacci perpetui, dal cielo sempre oscuro e maligno, senza fiori né frutti, abitata dai Geti, gente rozza, vestita di pelli, con barba incolta e armata di arco e frecce. E’ triste Ovidio, nostalgico di Roma e della sposa di cui apprezza la fedeltà e della quale s’addolora per essere indicata come moglie del relegato, di familiari e amici, degli agi e dei tepori romani; è spesso lamentoso, talora rabbioso, ma anche a Tomi ha, consideriamo noi, la risorsa che lo salva dalla prostrazione totale, è la poiesis che mai lo abbandona, agilmente scorre come prima, pur se diverso diviene il timbro.

Perché la condanna alla relegatio con un editto monocratico senza un regolare processo davanti al Senato? Nulla dicono gli scrittori contemporanei, parla invece Ovidio nei Tristia (II libro): dei due errori menzionati c’è chiarezza per il carmen (l’Ars amatoria viene considerata corruttrice della società ed esclusa dalle biblioteche pubbliche), per quello definito error il Poeta dice di dover tacere per non rinnovare ad Augusto il dolore (Perdiderint cum me duo crimina, carmen et error / alterius facti culpa silenda mihi – Tristia, 2,1, vv.207-208).

Iulia Maior, figlia di Ottaviano e della seconda moglie Scribonia, non è di moralità irreprensibile, pertanto il padre la confina il 2 d.C. a Pandateria, attuale Ventotene, e poi a Reggio Calabria dove muore il 14 d.C., e pure le sue ceneri restano lì, non hanno il permesso di riposare nel Mausoleo. Stesso costume sua figlia, Iulia minor, nipote quindi di Augusto, che ha illeciti rapporti con Decimo Giunio Silano, giovane patrizio. Il Poeta li ha forse favoriti ma, essendoci anche divergenze relative al successore da designare come Princeps, è da considerare pure un suo schierarsi dalla parte opposta a quella di Augusto che appoggia Tiberio della gens Claudia, figlio dell’imperatrice Livia, sua terza moglie, mentre la contestatrice ante litteram Giulia Minore, insieme ad altri oppositori, è per un esponente della gens Iulia. Una congiura sventata che ha vari capri espiatori, fra cui anche Giulia Minore esiliata a Tremerius (Tremiti) lo stesso anno in cui Ovidio viene mandato a Tomi; e, dopo la morte avvenuta il 29 d.C. , anche le sue ceneri restano lì per ordine di Tiberio, succeduto ad Augusto.

Confinato a Tomi, Ovidio mostra note diverse di umanità: oltre ai Tristia, cinque libri (il primo composto già nel lungo viaggio) dov’è l’esule con la sua tristezza, con lo sconforto e il lamento continuo di dover vivere il tempo a Tomi spaventosamente lungo, i quattro libri delle Epistulae ex Ponto sono manifestazione del suo stato d’animo a moglie, familiari e amici, ma anche suppliche a personaggi influenti perché s’impegnino a fargli togliere la relegatio, c’è quindi adulazione verso il Potere, ma talora pure uno smascherarlo.

Roma è sempre presente, l’anelito a tornarvi, ma anno dopo anno la vita continua a scorrere a Tomi e s’insinua in Ovidio il pensiero che non vi tornerà più, si rappacifica quindi con il luogo, comincia ad apprezzare gli abitanti coi loro costumi così diversi (presente alla Mostra il dipinto di un pittore del Settecento dov’è raffigurato con barba incolta e copricapo orientale), impara la loro lingua, diventa poeta getico.

In una delle ultime Epistulae ex Ponto dice di amare gli abitanti di Tomi che lo hanno accolto con dolcezza e indulgenza verso le sue disgrazie come avrebbero fatto quelli di Sulmona, sua terra natia, e lo hanno inoltre esentato anche da imposte e onorato come grande poeta.

Nella elegia eccelle, siamo dello stesso parere di Concetto Marchesi che scrive: “Ovidio fu il massimo poeta dell’elegia; e trattò con uguale maestria l’elegia narrativa e romanzesca, quella psicologica e didascalica, quella eroica ed etiologica, quella dolente e lacrimosa. Nell’epitaffio che voleva inciso sulla propria tomba si era definito tenerorum lusor amorum; ed egli fu soprattutto il poeta delle avventure amorose, dei racconti meravigliosi, delle leggende strane e appassionate: ma fu pure poeta di scene grandiose e veramente epiche. Con la poesia di Ovidio siamo lontani dalla classica e vigile compostezza di Orazio e di Virgilio; in Ovidio la vena asiana fluisce libera e abbondante accrescendo la modernità di un poeta che era capace di mantenersi tale pur avendo la foga dell’improvvisatore”. 17)

Di aver composto poesia immortale è convinto anche Ovidio che termina l’opera Metamorphoses con la parola vivam: … perque omnia saecula fama, / si quid habent veri vatum praesagia, vivam. La celebrazione del bimillenario conferma quel vivam anche nel nostro tempo che, sotto certi aspetti, non è lontano da quello augusteo, di allentamento morale (celibato e divorzio in crescita, decrescita della natalità), anche se vissuto in maniera più problematica per situazioni molto diverse. Un tempo, il nostro, sì di esaltazione scientifica e tecnica, ma che ancora apprezza la forma più alta della espressione umana.

   

Ovidio in un celebre passo dell’ Ars amatoria ci fa pure meditare sull’ambizione e sulla realizzazione pecuniaria che non sono gioia di vivere: “Non ci interessa l’ambizione né il desiderio di essere ricchi / evitiamo il foro e preferiamo occuparci di un sofà all’ombra”.

Ed il suo spirito, mentre vaga nel caos di una Roma che più non è Caput mundi, lo va ripetendo agli sconsiderati esseri del XXI secolo.

Sempre così: O insensata cura de’ mortali, / quanto son difettivi sillogismi / quei che ti fanno in basso batter l’ali! // Chi dietro a iura e chi ad aforismi / sen giva, e chi seguendo sacerdozio, / e chi regnar per forza o per sofismi, // e chi rubare e chi civil negozio, // chi nel diletto de la carne involto/ s’affaticava e chi si dava all’ozio, /… 18)

Solo il diletto de la carne amava Ovidio…

Ma non l’amava anche il morigeratore Ottaviano, sposato tre volte, la terza togliendo a Tiberio Claudio Nerone la moglie Livia Drusilla di cui s’era follemente innamorato?

Omnia vincit amor!, per riprendere il notissimo emistichio virgiliano.

   

Torniamo a Ovidio, a quel suo Venere regna nella città di Enea: At Venus Aeneae regnat in urbe… Chi regna ora ? Non solum Venus…

Il suo spirito continua a vagare nei ruderi, per insolite piazze e vie nevrotiche, tra palazzi fumosi e basiliche avvolte in nubi e …

S’alza il tenerorum lusor amorum in volo verso Tomi, la terra delle tristezze dove, però, lunghe sono state le sue meditazioni, anche sulle profezie ebraiche e sull’attesa messianica, sino a intuirne forse il mistero mirabile.

E’ quanto lo scrittore rumeno Vintila Horia (1915-1992), in esilio pure lui, sulla base di tradizioni popolari della terra dei Geti negli anni Cinquanta fantastica di Ovidio nel romanzo Dio è nato in esilio. Diario di Ovidio a Tomi, vincitore nel 1960 del Premio Goncourt, rifiutato a causa di denigrazioni da parte del governo rumeno.

Proprio a Tomi, nella consapevolezza dell’interiore solitudine, Ovidio ha nel romanzo la percezione del Messia e muore inoltre da eroe combattendo in difesa delle mura.

Trasfigurazione fantastica sì, ma sempre è manchevole il finito e ciascun essere umano, se in sé ricerca, può pervenire alla verità: è l’agostiniano Noli foras ire, in teipsum redi, in interiore homine habitat veritas.

Bibliografia

Publio Ovidio Nasone, Metamorfosi, P. Bernardini Mazzolla a cura, Einaudi, 2005

Publio Ovidio Nasone, L’arte di amare, tr. E. Barelli, BUR 1998

Publio Ovidio Nasone, I fasti, tr. L. Canali, BUR 1998

Publio Ovidio Nasone, Tristia, tr. R. Mazzanti, Garzanti 2005

Publio Ovidio Nasone, Epistulae ex Ponto, tr. L. Galasso, Mondadori, 2008

Augusto Rostagni, Storia della letteratura latina, Mondadori 1937

Concetto Marchesi, Disegno storico della letteratura latina, Principato, 1978

Luciano Perelli, Antologia della letteratura latina, Paravia, 1973

Italo Lana e Armando Fellin, Civiltà letteraria di Roma antica, v. II, Editrice D’Anna, 1973

Sergei I. Kovaliov, Storia di Roma, v. II, Editori Riuniti, 1982

Note

1) Publio Ovidio Nasone, Ars amatoria, III, 121-122 (Siano ad altri gradite le cose del passato: d’esser nato nel presente tempo io mi rallegro: al mio stile di vita è questa l’epoca adatta).

2) Sono a Roma, nella bellissima città di Roma. Quanto diversa da quella! Solo ruderi del tempo crudele ritrovo, o amatissima Roma! Ogni cosa è soggetta a mutamento.

3) Dante, Inferno, c.IV, vv.83-84: vidi quattro grand’ombre a noi venire: / sembianz’avevan né trista né lieta… vv.88-90: quelli è Omero poeta sovrano; / l’altro è Orazio satiro che vene; / Ovidio è ‘l terzo, e l’ultimo Lucano.

4) Publio Ovidio Nasone, Epistulae ex Ponto, II, 2, 17

5)Publio Ovidio Nasone, Tristia , III, 4, Francesco della Corte e Silvana Fasce (a cura di), UTET 1986

6)Tristia, II, 151 sgg. In Concetto Marchesi, Disegno storico della letteratura latina, Principato Editore, 1978, p.194

7) Publio Ovidio Nasone, Ars amatoria,III, vv.811-812: Ut quondam iuvenes, ita nunc, mea turba, puellae,/ inscribant spoliis “Naso magister erat” (Come prima i ragazzi, così ora le ragazze, mia schiera, delle conquiste scrivano: “Ovidio è stato il maestro”)

8) Publio Ovidio Nasone, Tristia II, 151 sgg.

9) Dante, Purgatorio, XXVII, 37 segg.

10) Luciano Perelli, Antologia della letteratura latina, Paravia, 1973, p. 365

11) Luciano Perelli, op.cit., p.371

12)Italo Calvino in I Millenni (Scritto introduttivo), Einaudi 1979

13)Italo Calvino, Lezioni americane, Mondadori 2016

14) Concetto Marchesi, op. cit., p. 196

15) Publio Ovidio Nasone, Tristia, I, 7, 15 sgg.

16) Tristia, II, 131-138 in Concetto Marchesi, op. cit., p.191

17) Concetto Marchesi, op. cit., p. 199-200

18) Dante, Paradiso, c. XI, vv.1-9

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