Servizi
Contatti

Eventi


Izabella AchÓtovna Achmad¨lina
Il suo coraggio nella Russia poststaliniana

Sono soltanto volume in cui abita qualcosa
per cui non bastano i nomi sulla terra.
Sono una costruzione di sudore e ossa
suo possedimento, non mia carne.

incipit da Sono soltanto volume 1)

fotografie ę Ria Novosti

Il 29 novembre del 2010 ha lasciato per sempre le orme terrene Izabella AchÓtovna Achmad¨lina; leggiamo che Ŕ “da qualche critico considerata erede delle due grandi poetesse Marina CvetÓeva e Anna AchmÓtova” 2), ritenuta quindi una delle pi¨ significative voci liriche della Russia poststaliniana, acclamata anche e amata da generazioni di russi, da quei giovani che nei decenni passati portavano con sÚ la sua foto come icona.

Nel nostro Occidente ci˛ accadeva allora per qualche diva del cinema, ma indubbiamente era circoscritto alla bellezza di una forma fisica, non si caricava di amore per la poesia, cui era poi strettamente congiunto l’anelito del popolo russo alla libertÓ, ed all’ombra cupa del Cremlino il verso restava “sguardo di luce”.

Izabella o – pi¨ semplicemente – Bella Achmad¨lina viveva a Peredelkino, il complesso residenziale immesso nella grande foresta a non molti chilometri da Mosca, richiesto nel 1934 a Stalin dall’allora ancora influente Gor’kij perchÚ vi potessero soggiornare artisti e scrittori, e dal Dittatore concesso, era anche quello un modo per tentare di asservire la letteratura al regime.

Oggi, insieme a facoltosi moscoviti in dacie molto confortevoli, a Peredelkino vivono ancora poeti e artisti, e il vicino cimitero li accoglie, dal 1960 vi giace anche Boris Pasternak, autore del ben noto romanzo Doktor Živago, che venne nella sua patria considerato “deviazionista”. 3)

La stampa nazionale ed estera ha ricordato Bella Achmad¨lina, il New York Times l’ha definita “uno dei tesori della letteratura russa”, altri giornali hanno posto in rilievo non solo la sua poetica, anche la bellezza fisica che ammaliava al pari del suo verso, e qualcuno ha evidenziato pure il compianto di Putin per una tale perdita.

La Russia di Putin doveva apparire alla Achmad¨lina indubbiamente diversa se in un articolo/intervista del 2008, in occasione del Premio Lerici-Pea assegnatole, il giornalista Roberto Carnero titola: “Io, erede di Achmatova, amo la Russia di Putin”, ma poi, leggendo, scopriamo che, se pur non rimpiangeva il passato, del presente non le piaceva “l’enfasi della ricchezza… la sperequazione fra ricchi e poveri”.

Nell’intervista la Achmad¨lina parla inoltre delle difficoltÓ – da lei stessa sperimentate – di poter l’artista confrontarsi con il pubblico, del pericolo di un’autocensura, della tentazione di compromessi. E ricorda il suo intervento contro il confino di Sakharov, lo scritto in sua difesa che, finito nel silenzio in patria, era stato pubblicato sul New York Times, e si sofferma pure sul tempo in cui la “poesia viveva un periodo incredibile… rappresentava uno sguardo di luce all’interno del buio”. 4)

Izabella AchÓtovna AkmadŘl’inŰ, di padre tartaro e madre con lontana ascendenza italiana (il bisnonno, musicista emigrato nella Russia zarista in cerca di fortuna, aveva cognome Stopani), era nata a Mosca il 10 aprile del 1937, proprio l’anno in cui si celebrava il centenario della morte di Puškin, e sulle quattro torri del Cremlino veniva inaugurata la stella realizzata con vetro di rubino, sostituita all’altra molto pesante di pietra semi-preziosa che nel ’35 aveva spodestato l’aquila zarista.

Ma era il ’37 anche l’anno del “grande terrore”.dopo un periodo relativamente vivibile.

Uno dei massimi artefici fu Ešov, capo della polizia sovietica, inculcando sospetti aveva convinto Stalin della necessitÓ di una drastica svolta, sarebbe proseguita nel ’38 con la pi¨ brutale violenza di cui furono vittime anche tanti fedeli al regime. 5) Venne il “grande terrore” avvalorato e giustificato anche dalle voci di un Occidente poco favorevole all’Urss, volto a preferire la Germania di Hitler, dalla necessitÓ quindi di eliminare ogni pericolo interno, di creare obbedienza totale per rafforzare lo Stato.

Quel che si visse ci appare simbolicamente espresso nel dipinto La morte entra a Mosca di Boris Kustodiev, 6) realizzato nel 1927, dieci anni dopo la rivoluzione di sangue e dieci prima del terrore staliniano, una simbologia pittorica valida per entrambi i momenti storici, efficace raffigurazione del dramma nel grandioso scheletro che avanzando minaccioso sovrasta e invade la cittÓ immergendola nella morte.

E su PrÓvo lidu giÓ nel gennaio del ’37 comparivano questi versi: Quel che puoi leggere sui giornali, / Ŕ solo un gioco, non ci si crede / e le scene che esalano orrore, / la paura Ŕ il loro suggeritore. // Quel che puoi leggere sui giornali, / Ŕ solo un gioco, per divertire il mondo. / Sol che la fine – la puzza del sangue umano / purtroppo Ŕ proprio vera.

Bella Achmad¨lina trascorse dunque l’infanzia nel terribile secondo conflitto mondiale, percorse l’adolescenza tra ‘purghe’ e parate inneggianti al Padre Stalin, ebbe sin da giovanissima coraggio se si schier˛ in difesa di Boris Pasternak che, vincitore nel 1958 del Premio Nobel per la Letteratura, fu costretto a non ritirarlo per evitare la definitiva espulsione dall’amata Russia. Alla Achmad¨lina, per il suo schierarsi a favore dell’autore del molto discusso Doktor  Živago, tocc˛ nel 1959 l’espulsione dall’Istituto di Letteratura “Maksim Gor’kij”, ma fu poi riammessa e potÚ nel 1960 laurearsi.

Come Pasternak, amava molto la sua terra, ma pure il libero pensiero, non manc˛, nei successivi decenni, ancora molto difficili, di difendere di volta in volta chi ne tentava la circolazione e veniva dal sistema attaccato, spesso anche pesantemente, come era accaduto a Solženicyn e agli altri che vissero l’esperienza dei gulag.

Anche sul finire degli anni Settanta, ad esempio, difese, discutendo animatamente pure con Imma Lisnyanskayalo, lo scrittore, critico letterario e giornalista Viktor Erofeev, fautore allora dell’antologia Metropol dove venivano accolte critiche al Potere (Novyj Mir era giÓ stata soppressa), emigrato poi in Francia e autore oggi di vari libri sul degrado di una nazione che, a suo avviso, attua con la vodka la propria rassegnazione.7)

Ma la Achmad¨lina, che insieme ad altri s’impegnava a diffondere i samizdat, ciclostili di protesta su veline, scrisse anche una lettera di sostegno ai dissidenti, in difesa di Sakharov, come giÓ detto, e nel 1993 firm˛ la “lettera dei 42” per chiedere la messa al bando in Urss dei partiti comunisti.

Un quadro della poetessa realizzato
dall'ultimo marito l'artista Boris Messerer.

E rest˛ nella sua Mosca, mentre altri poeti e intellettuali, non sopportando la pesante atmosfera russa, pur se con rimpianto, preferirono emigrare. Si allontan˛ solo per brevi periodi, prima ed a perestrojka compiuta, venne anche in Italia, nel 1977 a Milano (del soggiorno serbava un bellissimo ricordo), recit˛ nei teatri con voce appassionata (aveva anche talento di attrice e da giovanissima era stata interprete in un film), vi ritorn˛ altre volte per ricevere premi e, qualche anno prima di spegnersi, stette anche a Carrara, dove recit˛ con visibile commozione alcune sue liriche. E la bella poetessa russa, non pi¨ dal vaporoso caschetto dorato nÚ pi¨ giovane ma dallo sguardo ancora magnetico e dalla frangetta corvina, fu molto applaudita, affascinava quel misto di suoni, pur in una lingua incomprensibile ai pi¨, e insieme la sua immagine, un tutt’uno dialogante col pubblico che ascoltava.

E’ stato ed Ŕ un dramma per intellettuali, artisti, poeti e scrittori vivere sotto sistemi politici che in nessuna maniera ammettono di poter essere messi in discussione; nÚ le svolte che possono in seguito verificarsi talora annullano totalmente le situazioni in precedenza stabilizzate. Se, per esempio, consideriamo l’etÓ poststaliniana, non possiamo non rilevare come con ChruščŰv, ma poi anche con Brežnev, Suslov, Cernienko, Andropov e gli altri che seguirono, le timide svolte che avevano prodotto la riabilitazione di scrittori coinvolti nelle ‘purghe’ staliniane furono fatte rientrare.8) Poi comparve GorbačŰv, da taluni ritenuto “l’illuminato”.

Dunque anche nel dopo Stalin non fu facile la vita per la penna russa che voleva restare non ‘allineata’, dato che essa, abitualmente non volta ad una filosofia idealistica ma di vita, ad una concezione etica e ontologica, s’ intreccia anche con questioni politiche, pu˛ divenire quindi ideologica, di una ideologia al sistema poco gradita.

E inoltre le questioni concrete ed esistenziali hanno, nella letteratura russa, alla base non un pensiero concettuale e analitico ma emozione e commozione che producono immagini, le quali non restano mai fine a se stesse, fanno riflettere sui problemi della vita.

La paternitÓ statale di Stalin, che il popolo, nella sua necessitÓ di un deus risolutore, accoglieva come sostitutiva della divinitÓ sopportando le pesanti difficoltÓ, non poteva ammettere la creativitÓ, non pu˛ non essere libertÓ, e questa –experentia docet – viene soppressa ovunque trionfi una dittatura, qualsivoglia ne sia il colore.

La generazione di poeti e scrittori, anche quella ancora infante negli anni bellici, come la Achmad¨lina, si trov˛ in Russia a dover sopportare censure e ci˛ che ne seguiva, e il danno minore era l’espulsione dalle istituzioni culturali.

La nostra poetessa studiava a Mosca, amava leggere Puškin, Gogol, Blok, Mandel’štam e gli altri classici della letteratura russa, ammirava Boris Pasternak, Marina CvetÓeva, Anna AchmÓtova, e cominciava a frequentare il Club degli Scrittori, di cui facevano parte anche Eughenij Evtušenko, Vladimir Tendrjakov, Victor Nekrasov, Andrej Voznesensky e molti altri giovani poeti e scrittori che stavano emergendo.

In una Russia che ancora sul finire degli anni Sessanta era afflitta da freddo, fame, sete, sporcizia e blatte di grosse dimensioni, e inoltre da corruzione, lungaggini burocratiche e paura per spie e delatori onnipresenti, il Club degli Scrittori rappresentava un’oasi, almeno sotto certi aspetti.

 

E’ tale il quadro di Mosca presentatoci dalla nota slavista Serena Vitale – allieva del prof. Angelo Maria Ripellino e con borsa di studio nel 1967 presso l’ UniversitÓ di Stato di Mosca MGU – nel libro A Mosca, a Mosca!, dove le esperienze lý vissute, in pieno clima brezhneviano, vengono ripercorse con tratti realistici ma anche ironici e talora grotteschi, non senza note quasi di nostalgia per un periodo che ha rappresentato per l’autrice anche una parte della sua giovinezza. 9)

E le grandi difficoltÓ di vita che la slavista descrive, andando oltre l’autobiografismo, vengono confermate da chi in quegli anni si rec˛ varie volte a Mosca e vi soggiorn˛, dal giornalista Sandro Viola, il quale fa pure le sue riflessioni su certi nostri politici di allora che della Russia celavano troppo e anche su taluni scrittori, su Carlo Levi, ad esempio, che, invece di porre in rilievo le misere condizioni di vita dei moscoviti e tutto quanto era ad esse consequenziale, vedeva a Mosca le tracce di una bella tradizione, asserendo inoltre che nelle rivoluzioni radicali il buono viene preservato. 10)

Quel Club era quindi importante, sia per gli incontri dove poeti e scrittori delle nuove generazioni, pur se con le dovute cautele per spie e delatori, confrontavano idee, sia anche perchÚ potevano godere insieme di un ambiente confortevole e cibo commestibile.

Intanto la nostra Bella aveva, ancor prima della laurea, conosciuto Evtušenko, giovane poeta di quattro anni maggiore ma giÓ noto per certi versi di denuncia, da lei caldamente appoggiati. Si erano innamorati, subito sposati, ma il matrimonio non sarebbe durato a lungo.

Avrebbe poi la Achmad¨lina sposato lo scrittore Yuri Nagibin, in seguito il regista Eldar Kulie e infine l’architetto sceneggiatore e pittore Boris Messerer, il marito amorevole che la immortal˛ in un ritratto e soprattutto le Ŕ stato accanto anche quando il debole per l’alcol aveva minato il suo fisico.

C’Ŕ un male che nessun’arte riesce a far sopportare, Ŕ l’inevitabile scorrere del tempo, segna ogni immagine e tutto discolora, lo si accetta solo con quel pensiero che va oltre ogni cosa, oltre la stessa arte.

Bella amava dunque la poesia, scriveva lei stessa versi immaginifici come i suoi amati poeti, ed entr˛ in scena sul finire degli anni Cinquanta, cominci˛ a pubblicare a inizio del successivo decennio mentre giÓ delle sue poesie i giovani russi facevano canzoni e lei recitava nei teatri, negli stadi, dinanzi a migliaia di spettatori.

Varie le raccolte tradotte in molte lingue, le gratificazioni ricevute: venne dal 1977 iscritta come socio onorario dell’Accademia Americana delle Arti e delle Lettere, ricevette diversi premi tra cui, nella sua patria il “Premio di Stato” (1989), il “Triunph” (1993), il “Puškin ((1994), in Italia il Premio “Nosside” (1992), il Lerici-Pea giÓ menzionato.

Esordý nel 1962 con la raccolta Struma (La corda), cui seguirono il poema M˛ja rodoslovnaja (La mia genealogia, 1964), le raccolte Uroki menzyki (Lezioni di musica, 1970), Metel’ (La tempesta, 1977), Larec i ključ (Lo scrigno e la chiave, 1994), Sozercanie stekljannogo šarika, kovye stitochtvorenija (Contemplazione di una pallina di vetro – Nuove poesie, 1994), Grjada kamne - Stichtvorenija (La scogliera di pietra – Poesie 1957-1992, 1995).

Un arco lirico che sembra tacere, come un giorno di colori non gioiosi, anzi piuttosto malinconici, che degrada nel buio, nel silenzio. Le si era forse discolorata persino la natura, quella da cui sgorgano tanti versi intrisi del sentimento da cogliere nella visione dell’attimo, prima che s’allontani per lasciare spazio all’altro che sussegue; la sopraffaceva il mutismo da lei in tanti versi cantato, l’impossibilitÓ dell’inventio della parola, il fermarsi ghiaccio sulle labbra nel cogliere non il suo manifestarsi ma l’inutilitÓ.

Aveva cantato di essere “qualcosa in un volume”, e non c’era parola se non “universo” da cui “fiottava amore”, il “battersi per fratelli e sorelle”.

Sono soltanto volume in cui abita qualcosa
per cui non bastano i nomi della terra.
Sono una costruzione di sudore e ossa
suo possedimento non mia carne.

Qualcosa: un significato sconosciuto
Insediatosi in una cuccia altrui
Per sfrattare i padroni, saltare fuori,
non voltarsi a guardare quando morir˛.

In me, di me pi¨ audace la parola
non pronunciata oscilla,
mentre nell’emorragia di luce del cielo
io tremo di foglie, di rami.

Esiste un modo per chiamare il senza nome?
Non lo dico. Non si pu˛ chiedere al dizionario
come si chiama una parola
finchÚ non gliela diciamo noi stessi.

Mio imperituro e misterioso oppressore,
stretto nella morsa del giÓ noto…
E io mi espando, divento universo
io e l’universo una sola cosa.

Qualcosa. Non c’Ŕ parola. Ma dalla sua
fonte tremendamente mite fiotta amore.
E giÓ si vede il suo futuro profilo
battersi per i fratelli, le sorelle.

E’ la dichiarazione di un’essenza, la sua essenza, liricamente summa dell’inesprimibile, tensione all’infinito tutto che non pu˛ non essere amore, da lontane radici anelito a divenire con esso “una cosa sola”.

La poesia della Achmad¨lina non si volge soltanto a quel sentimento che tutti prende, pur se in forme diverse, non Ŕ solo poesia d’amore fra una donna e un uomo e, quando tale messaggio prevale, non ha nulla della magia dell’innamoramento, si carica di malinconico stupore nella rivelazione dell’ ‘altro’, della sua distanza, non ha le esaltanti note della gioia d’amore, diviene disincanto vissuto in dichiarato dolore che ella esprime nello stile raffinato dei poeti cari, di Puškin e di Pasternak che ne fu prosecutore.

Risentiamola in E in ultimo ti dir˛: Addio, lirica pubblicata da Guanda nel 1971, dove l’accusa di disamore e insensibilitÓ, veritÓ urlata quasi in faccia all’amato, non toglie la malinconia della perdita, di quel “vedo il bianco mondo, / ma il mio corpo Ŕ deserto”, di quello “sciame di odori e di sapori” che “in volo sghembo si allontana” da lei:

E in ultimo ti dir˛: Addio,
e non promettermi amore.
Perder˛ la ragione. O trover˛
la sublime serenitÓ della follia.

Come mi hai amato? Pregustando
l’offesa della fine. Ma non Ŕ questo…
Come mi hai amato? Offendendo i principi
dell’amore. Ma in modo cosý goffo…

CrudeltÓ del fallimento, io
non ti perdono. Vivo, cammino,
vedo il bianco mondo,
ma il corpo mio Ŕ deserto.

La mente vorrebbe ancora un piccolo
lavoro. Ma son deboli le mani.
E uno sciame di odori e di sapori
in volo sghembo si allontana da me.

La diseredata d’amore giÓ da giovanissima pensava alla propria morte, ma sentiva che gli altri avrebbero potuto ancora percepirla nella esistenza dei derelitti, di qui l’iterato Non piangete la mia morte –vivr˛ ancora con cui ha avvio ogni strofa di Esorcismo, una lirica del 1960.

Non piangete la mia morte – vivr˛ ancora
In un’allegra mendicante, in una buona ergastolana,
nella donna del sud che gela al nord,
nella pietroburghese tisica e malvagia
al sud malarico – vivr˛.

Non piangete la mia morte – vivr˛ ancora
Nella zoppa uscita sul sagrato,
nell’ubriaco accasciato sul tavolo,
e nel povero imbrattatele
che dipinge la Madonna – vivr˛.

Non piangete la mia morte –vivr˛ ancora
Nella bimba che impara a scrivere,
che in un futuro indecifrabile, arrossendo
della mia frangetta, i miei versi ripeterÓ
come una sciocca – vivr˛.

Non piangete la mia morte – vivr˛ ancora
nella pi¨ misericordiosa delle suore,
nell’estrema assurditÓ della guerra,
o alla luce della mia chiara stella
in qualche modo, comunque – vivr˛.

A ventitrÚ anni Bella Achmad¨lina era dunque giÓ attraversata dal pensiero della morte e insieme da un quasi religioso perpetuarsi del suo essere proprio attraverso chi la vita non pu˛ viverla appieno e di cui si sente parte – l’ergastolana, la zoppa, l’ubriaco, la mendicante, l’imbrattatele –, e inoltre attraverso quanti la sorte pone nel luogo sbagliato – la donna del sud, la pietroburghese – accrescendo disagi e sofferenze ed anche malvagitÓ per il male che attanaglia. Nella futura bimba che, “come una sciocca”, ripete i suoi versi c’Ŕ poi, insieme alla consapevolezza del perpetuarsi della poesia, la sua incomprensibilitÓ allo stesso poeta; e nell’epilogo l’esperienza dell’assurda guerra realisticamente sa bene non potrÓ cessare sembra ridimensionarsi dinanzi alla visione ‘altra’, alla luce stellare di cui potrebbe far parte, contraltare celeste alla “pi¨ misericordiosa delle suore” sulla terra.

E la lirica riscatta la speranza della vita in quel “comunque” dove il modo scompare nel prevalere del valore dell’esistenza.

Ma Ŕ la natura nella sua infinita varietÓ e bellezza a sollecitare il suo verso: le stagioni tra nevicate e nebbie, piogge e fioriture e ciliegi selvatici che nascono e muoiono, e le albe e le notti e la luna e il rumore del silenzio e lo spazio e l’essere umano che immagina e medita e intesse trame col tutto, nel tutto.

Versi dalle visioni pregnanti, sentimenti dove la malinconia che sorge dal meditare lirico lascia talora spazio a sprazzi di umorismo garbato, come in La pioggia dove la personificazione crea immagini che fanno sorridere e meditare non solo sulle originali capacitÓ narrativo-fantastiche della Achmad¨lina, anche sul suo particolare microcosmo che ha come compagno l’elemento naturale pi¨ che l’umano attorno, astrazione lontana.

Tutto il giorno la pioggia non mi lascia.
“Vattene!” io le dico rozzamente;
fa quattro passi indietro, poi, devota,
mesta mi segue come una bambina.
Come un’ala, la Pioggia alla mia schiena
s’Ŕ incollata. “Vergognati!”, le dico;
“l’ortolano t’invoca lacrimando,
corri dai fiori! Che hai trovato in me?”
Intanto in giro regna un’afa cupa;
dimenticando ogni altra cosa al mondo
la Pioggia Ŕ qui con me, mentre d’intorno
mi danzan i bambini, quasi fossi
la macchina per innaffiare i prati.
M’infilo in un caffŔ, dentro una nicchia.
Alla finestra, come un accattone,
mi aspetta. Ed all’uscita mi castiga
con uno schiaffo umido sul viso;
ma subito la Pioggia audace e triste
mi lascia sulle labbra un bacio fresco,
che ha il profumo del cucciolo bagnato.
Son buffa col mio fradicio scialletto
legato al collo, mentre sulla spalla
siede la Pioggia come una bertuccia
e la cittÓ si turba; con un dito
mi solletica un lobo. Tutto Ŕ secco.
Io sola son bagnata fino all’ossa.

Nella introduzione a Poesia, meditando sulle cause del dolore per un poeta che deve scrivere l’introduzione al proprio libro, annota:

“Le finestre della sua casa moscovita sono disposte sulla facciata del palazzo in modo tale che, nell’arco della giornata e senza spostarsi, pu˛ seguire il movimento e le variazioni della luna. Forse Ŕ la luna la causa di tanto dolore? Forse la sua presenza e la sua influenza – eccola che si accende, arde, si offusca, si spegne… e di nuovo sorge accompagnandosi a una stella… – mentre scrive una nota di consuntivo alla propria vita?

Se la parola nella sua libera manifestazione risponde sia pure in parte al significato e al contenuto di questa trama sublunare, Ŕ superfluo dire del ‘prima’, e del ‘dopo’ si occuperanno gli altri”.

E ci lascia con un “Mio diletto lettore! Mio lettore eletto!”, con una richiesta quasi di perdono, con un messaggio di vita, va continuata cercando di divenire migliori: “Io ho continuato a vivere nel mondo, ho cercato di essere migliore”. 11)

La natura di Bella Achmad¨lina Ŕ immaginazione di natura che la parola evoca, cosý chiaramente canta ne Il giardino, lirica del 1980, dove la parola Ŕ come il giardiniere, crescono ad opera sua i frutti, si moltiplicano:

Sono uscita in giardino, il rigoglio lussureggiante
per˛ non sta qui ma nella parola “giardino”
che riempie l’orecchio, le narici e lo sguardo
della beltÓ delle rose cresciute.
La parola Ŕ pi¨ ampia del luogo:
lý si Ŕ comodi e liberi,
lý la terra fertile adotta come figli
gli orfani arbusti che vi crescono.
Virgulto d’ignote innovazioni,
o parola “giardino”, come un giardiniere
fai crescere e moltiplichi i tuoi frutti
con scintillio e stridor di cesoie.
Hanno trovato posto nel tuo libero abbraccio
la casa e il destino della famiglia
che non c’Ŕ, e il fiore bianco-smunto
di quella panchina da giardino.
Sei pi¨ fertile della terra, nutri
le radici delle chiome altrui, sei
la quercia, la cavitÓ nel tronco, Dubrovskij,
la posta dei cuori e delle parole:amore e sangue!...

La lirica continua con un susseguirsi di visioni dove l’immaginazione gioca, si carica di sentimento, e la conclusione diviene riflessione sulla sorprendente capacitÓ magica della parola evocatrice:

“Sono uscita in giardino”, ho scritto.
L’ho scritto? Vuol dire che c’Ŕ
almeno qualcosa? Sý, ed Ŕ stupendo:
in giardino senza muovere un passo.
Non sono uscita. Ho solo
scritto: “Sono uscita in giardino”.

L’immaginifico fervido pu˛ farsi in Crepuscoli visione nostalgica di altro tempo, di altro secolo con “tronchi degli alberi riempiti dall’amore”, con “case dalle famiglie in festa”, con “pizzi” che poi “ruotan nella sventura”, per ritornare mestamente, dal rigenerante “turbine mobile di rugiade”, al presente nell’epilogo, al “suo barbaro linguaggio”.

Io vago ancora in un turbine mobile
di rugiade, ma sento l’anatema
che m’invia nel suo barbaro
linguaggio,
serrato dentro un pugno irremovibile,
un transistor…

Metafore pregne di significato, come in tutta la poesia della Achmad¨lina, anche nell’incipit di questa lirica, immissione a “libertÓ beata” donata dal crepuscolo:

Nei crepuscoli Ŕ libertÓ beata
dalle cifre nette di giorno ed anno
ed epoca. Non ha importanza quando.
La via al profondo Ŕ spalancata,
e alla lingua di fuoco.

Ed il suo verso rivisita non solo gli autori amati, talora con dolore per la loro sorte – quella di Puškin, ad esempio, ucciso in duello –, anche eventi terrificanti come in Vulcani, ed il modo Ŕ sempre liricamente alto nella narratio densa di metafore, apertura ad una polisemica lettura della ignara “bambina” Pompei e del Vesuvio.

Tacciono i vulcani spenti.
Cade cenere nella loro pancia.
Lý riposano i giganti, stanchi
dopo i misfatti compiuti.

E’ sempre pi¨ freddo il loro regno,
sempre pi¨ greve alle loro spalle,
ma di notte li visitano ancora
peccaminose visioni.

Sognano la cittÓ condannata,
ignara del proprio destino,
il basalto, che in arabescate colonne
incornicia i giardini.

Lý bambine raccolgono a bracciate
fiori sbocciati da tempo,
lý baccanti fanno cenni agli uomini
che sorseggiano il vino.

Lý impazza sempre pi¨ stupido
un festino, lý volano ingiurie.
Oh, Pompei, bambina mia,
figlia di una regina e di uno schiavo!

Prigioniera della tua buona sorte,
a chi pensavi, a cosa,
quando, intrepida, al Vesuvio
ti appoggiavi col piccolo gomito?

Non ti stancavi di ascoltarne i racconti,
sgranavi gli occhi stupiti
per non sentire i boati
del suo incontenibile amore.

E lui, con la sua fronte perspicace,
proprio allora, sul finire del giorno,
cadde ai tuoi piedi senza vita
e url˛: “Perdonami!”.

Poesia della migliore tradizione poetica russa quella di Izabella AchÓtovna Achmad¨lina, e non aggiungiamo altro, non ha la poesia di una donna ereditÓ esclusivamente femminili, per questo forse Evtušenko preferiva chiamarla “poeta”, s’insinua talora quasi una diminutio nel termine “poetessa”.

Una tradizione che, partita da quel Puškin pervenuto ad un poetare lontano da estetismi e ideologie, aveva nei migliori poeti sussunto le correnti europee con un’anima tutta russa, non era pertanto venuta meno certa sacralitÓ, il sentimento fortemente autentico, non palpito imposto in qualsivoglia modo dove ogni poesia muore, ma vibrazione libera di cui soltanto si alimenta.

1) Lo Giuro, antologia (S.Vitale a cura), Interlinea Edizioni, 2008

2) Achmadulina, la poetessa del disgelo in Il Giornale (1-12-2010)

3) E. Lo Gatto, Storia della Letteratura Russa, Sansoni, Milano, 2000

4) R.Carnero, Io, erede di Achmatova, amo la Russia di Putin, in l’UnitÓ, 17-9-2008

5) R. Conquest, Il grande terrore – Le purghe di Stalin negli anni Trenta, Mondadori 1970

6) Enciclopedia Universale dell’Arte, De Agostini, Novara 1960

7) V. Erofeev, L’enciclopedia dell’anima russa, Spirali Edizioni, Pordenone 2007

8) R.Bartlett, Storia della Russia (trad. M. Federici), Mondadori 2007

9) S. Vitale, A Mosca, a Mosca! Mondadori 2010

10) S. Viola, A Mosca, a Mosca! di Simona Vitale, Repubblica, 20 dicembre 2010

11) Bella Achmadulina, Poesia, Spirali Edizioni 1998

Materiale
Literary ę 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza