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La dittatura e Herta Müller:
premio Nobel 2009 per la letteratura

La libertà non è altro che una possibilità di essere migliori,
mentre la dittatura è certezza di essere peggiori.

A. Camus, Resistenza, ribellione e morte

La riflessione di Albert Camus dovrebbe anche nel nostro tempo essere valida se ogni individuo riesce a mantenere, nella massificazione/omologazione imperante nelle odierne democrazie, sé come soggetto libero da dittature d’altro genere, sotto veste occulta presenti.

Ma in questo contesto è la dittatura, sottrazione palese di libertà, ad essere in esame, precisamente quella di Ceausescu, al potere in Romania per quasi un quarto di secolo (1965-1989). Dei suoi sistemi di governo ha fatto esperienza anche la scrittrice Herta Müller, Premio Nobel 2009 per la Letteratura.

Il male della dittatura, intesa com’è andata realizzandosi soprattutto a partire dal XVIII secolo con la perdita dello stato di necessità e della temporaneità, non sta solo nelle crudeltà da essa perpetrate perché ogni cosa sia in linea secondo la configurazione del procedere voluta da chi insieme ai suoi accoliti la attua, né soltanto nelle forme ideologiche talora frutto di uno stato mentale di follia cui tutti debbono aderire rinunciando alla libertà di essere se stessi, ma anche nel conformare pian piano pensiero e comportamento generali ad un livello che degrada l’umanità, già da sempre pericolosamente volta a livelli bassi, nel portare al convincimento di approvare quanto dovrebbe essere rifiutato, a guardare individui e fatti con un altissimo grado di miopia.

Il potere ha inoltre da sempre esercitato fascino, un carisma cui le masse si assoggettano conformando ad esso il loro volere. Non ci si può quindi sorprendere se un qualsiasi dittatore sia riuscito o riesca a dominare per lunghissimi anni, nonostante le sofferenze che infligge. Si collabora al male accettandolo, adattandosi ad esso, divenendo acquiescenti, talora anche esaltandosi, e intanto si perde quell’avvisaglia di responsabilità, si finisce soggetti di nessun valore nel canestro del dittatore che da esso estrae a piacimento quanti possano tornare di utilità, mentre dal sacco delle menzogne fuoriescono inganni attraverso parole in veste d’illusioni.

E la terribile verità camuffata in sembiante di progresso si espande, raccoglie consensi persino presso i Potenti distanti, spesso cieche volpi pronte ad elargire elogi, onorificenze fino al momento della ribellione. Può avvenire o per quell’anelito di libertà che nei pochi permane ed opera a rischio della vita coinvolgendo le masse allo stremo, o per una subentrata riflessione degli Stati, prima acquiescenti, sul non prodest di questo o di quel dittatore, ed in tal caso sono proprio gli altri Stati a fomentare la ribellione per decretarne la fine. Ma gli effetti della dittatura spesso permangono anche nei governi successivi che, pur se sub specie democratica, ad opera dei velocissimi voltagabbana, mantengono in vita apparati, comportamenti, costumi, anzi il malcostume della forma dittatoriale scalzata.

Ci sembra che la dittatura ripeta ovunque la sua storia più o meno così.

La Romania ha lo scorso 25 dicembre 2009 festeggiato i vent’anni dal colpo di Stato che segnò la fine della dittatura di Nicolae Ceausescu e di sua moglie Elena. Non solo Nicolae era stato insignito di numerose onorificenze da Stati europei e sudamericani, anche Elena, sebbene fosse analfabeta, si fregiò di quindici lauree honoris causa. Eppure, proprio ad opera di Ceausescu, continuava la linea dello stalinismo spietato: popolo costantemente sotto osservazione, nessuna forma di libertà, dissidenti che all’improvviso scomparivano, scarse possibilità di sopravvivenza per il deficit alimentare dovuto all’errata politica economica.

Riteniamo che la Commissione del Nobel per la Letteratura, assegnando il Premio a Herta Müller, abbia voluto, oltre che onorare le indubbie capacità della scrittrice, dare un palese segno del valore della libertà, di condanna quindi di ogni regime dittatoriale.

Il riferimento è al romanzo più significativo, Herztier (neologismo dell’autrice, traducibile con ‘la bestia del cuore’, quella che una delle nonne dell’io narrante invitava a placare), rifacimento italiano Il paese delle prugne verdi (quinta edizione 2009) nella traduzione di Alessandra Henke per la Editrice Keller di Rovereto, attiva nella ricerca di autori europei da far conoscere.

Il paese delle prugne verdi è quello della morte certa (l’indigestione di prugne verdi portava, secondo una credenza popolare rumena, a morte sicura) poiché ogni tentativo di ‘responsabilità umana’ può sfociare nell’unico tentativo possibile che è il suicidio.

Herta Müller, nata in un villaggio di lingua tedesca nel Banato rumeno, si sente tedesca e rumena, vive le difficoltà di chi s’è trovata a nascere in una terra dalla doppia radice ed è stata inoltre da essa costretta ad espatriare. Anche gli altri la portano a sentirsi estranea a entrambe le terre: la gente di quella parte in cui si trova fa sempre riferimento all’altra dove non è, così viene considerata rumena in Germania, tedesca in Romania.

Ma il sentimento di estraneità che acuisce le difficoltà pensiamo sia presente soprattutto nel suo ‘io’ che non può non essere frammentato nel pensiero, nelle idee, nei desideri

-condizione comune all’essere post-moderno, ma maggiormente di chi ha vissuto esperienze traumatizzanti-, per questo nelle sue opere, almeno in quelle che abbiamo potuto esaminare, non si rintraccia quel riflettere che porterebbe al lumen in grado di ricomporre anche l’unità di sé.

Nel romanzo In viaggio su una gamba sola, pubblicato nel 1992 in Italia da Marsilio Editori di Venezia (Reisende auf einem Bein il titolo originale) quelli che possiamo definire ‘scatti fotografici’ su individui e cose, su stati d’animo difficili, soffocanti anche per un passato che ritorna persino nel vedere in Germania, dove è espatriata nel 1987, la verdura dei campi del Paese che ha dovuto abbandonare, le ingenerano quel senso di estraneità, dolore frenato nella durezza di una scrittura senza indulgenze sentimentali, senza speranza, trascrizione dell’immediato in una sintassi semplificata al massimo, strettamente aderente alla realtà.

E ci viene in mente Pavese, quel suo “Meglio restarci per sognare di uscirne che non uscirne davvero” (Il Carcere). Ovunque e in ogni tempo gli aneliti sono forse condizione più sopportabile, inoltre l’essere umano non è in altra terra diverso, è ciò che da sempre è stato, chiuso in sé, non amico dell’altro, soprattutto se viene in lui meno la luce spirituale.

L’occhio di Irene –il nome della protagonista/autrice ricorre ossessivamente come se Herta Müller volesse dare incisività maggiore ai propri stati d’animo, a quel suo doloroso sentimento di estraneità- non può posarsi che su scenari squallidi, riflesso dello squallore proprio degli individui travagliati dalla incapacità di dare senso alla esistenza, eternamente ‘slegati’, senza luce. Se c’è stata l’intenzione di ritrarre la realtà in funzione di una tesi, questa è nel senso di estraneità e disgregazione che riteniamo continui ad essere presente nella scrittrice.

Le cadute dei dittatori non annullano l’esperienza della dittatura, e quel che ad essa segue, passata l’euforia della liberazione, è spesso conferma che i guasti permangono.

Nella zona di confine, nella città di Timisoara della dissidenza, la Müller ha vissuto negli anni Ottanta il tempo travagliato della dittatura di Ceausescu, voluto ne Il paese delle prugne verdi lasciare memoria dell’anelito alla libertà di quattro studenti (Edgar, Kurt, Georg e lei stessa) che, leggendo il diario di Lola, s’interrogano sul suicidio di quella ragazza “che veniva dal Sud del paese e le vedevi addosso un ambiente rimasto povero”, mentre lei voleva “calzamaglie lisce e sottili quanto un velo”, un uomo con “la camicia bianca”, non gli uomini della fabbrica di detersivi e del mattatoio che le potevano dare solo “polvere di detersivo” e “frattaglie”.

I ragazzi si danno del suicidio di Lola l’unica spiegazione plausibile nel clima politico della loro terra, lasciano che in essi sopravviva, a loro stesso pericolo, quell’anelito. Per esso non si fanno allettare dalla eventualità di poter vivere situazioni più scorrevoli divenendo spie per conto della Securitate, la Polizia che con i suoi sessantamila agenti e i tanti delatori controllava la vita di ogni rumeno; preferiscono subire pedinamenti, interrogatori, intimidazioni, licenziamenti dal lavoro, minacce di morte, la morte stessa nei misteriosi suicidi.

I quattro sono eroi di una generazione senza spiritualità, hanno come unica luce fioca l’amore per la poesia e la lettura di autori proibiti dal regime per il loro pensiero libero, i cui libri sono costretti a leggere di nascosto, a celare. Hanno il legame di amicizia che è bisogno di essere insieme, di esprimere se stessi in libertà attraverso parole che non possono, però, essere esplicite, debbono celare i pensieri in metafore, le situazioni in espressioni convenzionali concordate. E le lettere, ancora forma di comunicazione in uso nell’Est degli anni Ottanta non invasi dai cellulari, possono essere aperte prima di giungere al destinatario: “Scrivendo, non dimenticare la data e metti sempre un capello nella lettera, disse Edgar. Se dentro non c’è, vuol dire che la lettera è stata aperta”. Debbono inoltre contenere: “Per l’interrogatorio una frase con forbici per unghie, disse Kurt, per la perquisizione una frase con scarpe, per il pedinamento una frase con raffreddato. Dopo il titolo sempre un punto esclamativo, per una minaccia di morte solo una virgola”.

Sono ragazzi poco amati in famiglia o amati male, hanno il sesso come surrogato d’amore, soddisfacimento di un istinto primordiale del bisogno di calore dell’altro, così l’amicizia può farsi anche accoppiamento senza alcuna implicazione sentimentale.

E’ già tanto in una società che l’assenza di libertà da troppi anni, la penuria di ogni cosa ha reso dura, insensibile, indifferente al dolore, diffidente, in gran parte quindi degradata anche nell’intimo, che si arrangia come può a sopravvivere, anche trafficando e ingannando, ed appare, sotto certi aspetti, essere il riflesso dello stesso dittatore, pronta a schiacciare altri più deboli e diseredati.

Gli uomini sono lavoratori frustati che s’ingegnano a sottrarre polvere di detersivo e frattaglie, senza alcun barlume –si accendono appena solo per sesso-, sono pecorume accondiscendente –all’assemblea tutti alzano la mano per decretare l’espulsione di Lola dal Partito, rea di suicidio, ma l’amaro commento della Müller è che anche Lola l’avrebbe per qualche altro alzata-, e riversano la prepotenza maschile anche su chi magari non può difendersi neppure gridando –emblematico il caso della nana sordomuta sempre incinta-; le donne s’industriano come possono per trucco e abbigliamento, nel rendersi il più possibile scorrevole la vita, e sembrano aver perso ogni forma di gentilezza, si concedono facilmente, sono pronte a trafficare, a ingannare. Realismo impietoso su cui non scende condanna perché in quel contesto non si può che essere così.

Ma, a riflettere, neppure la generazione dei padri ha potuto formarsi in un clima diverso, avendo dovuto vivere la guerra, il regime fascista del maresciallo Ion Antonescu e, peggio ancora, la dittatura comunista di Gheorghe Gheorghiu Dej con la trasgressione dei più elementari diritti, proseguita poi con Ceausescu.

Padri che “hanno fatto cimiteri” nel loro piccolo sono come i dittatori, prima di fare figli.

E’ anche il caso del padre della Müller, hitleriano nelle SS, incapace di amare persino la figlia bambina, cui tronca, per esempio, il gioco con la pantofola schiacciandole la mano con l’altra, e nell’ approccio non le riserva che percosse e sguardi fulminanti. Alla notizia della morte, la scrittrice tenterà di liberarsi della sua figura raccontando del padre al parrucchiere che le sta acconciando i capelli per assistere al funerale.

Né i padri degli amici sono migliori se condannano i figli per le perquisizioni che hanno dovuto subire e pongono addirittura distanza da essi.

“Fare cimiteri” è in questo romanzo espressione metaforica ricorrente; pensiamo che nessun’altra renda appieno gli effetti di una dittatura e della guerra, il carisma del male che non resta solo in dittatori e generali ma s’allarga, s’insinua in quanti, lasciandosi prendere da ideologie di morte, fanno anch’essi cimiteri reali e nell’anima, o contribuiscono a farli per una sopravvivenza più accettabile, per la incapacità di una sacralità, neppure dell’amicizia, come Teresa che inganna chi, credendola amica, pericolosamente ripone in lei fiducia.

E c’è il capitano Pjele che “fa cimiteri anche in luoghi dove non mette piede”; ne sono vittime gli amici di Herta, tanti che nell’espatrio non hanno attuato la salvezza. La Müller, guardando la foto scattata da Kurt al Capitano con in mano una torta e nell’altra quella di un bambino, nell’ultima pagina scrive: “ Mi augurai che il capitano Pjele trasportasse un sacco con tutti i suoi morti. Che quando sedeva dal barbiere i suoi capelli appena rasati avessero l’odore del cimitero appena falciato. Che il delitto puzzasse quando stava seduto al tavolo con suo nipote dopo il lavoro. Che questo bambino provasse disgusto per le dita che gli offrivano la torta”.

L’io narrante la quotidianità difficile, angosciante e terrorizzante degli anni Ottanta in Romania, il dolore per il tradimento di Teresa al cui annuncio di morte per cancro si sente tuttavia il cuore spaccato in due, quello che odia e l’altro che ama ancora, l’io che non ha ancora macerato il suicidio/assassinio degli amici, si riporta di tanto in tanto all’infanzia, e non può essere rifugio nostalgico ma tempo asseverativo dell’esistere con paura, del rifiuto anche di sé, metaforizzato nel taglio che da bambina infligge ai propri capelli.

Sembra infatti la paura, presente dall’incipit, ad essere il filo conduttore del romanzo, a non lasciare spazio a momenti di abbandono se non apparenti: “Forse sentivamo, diversamente da noi, che un dittatore è un errore, diceva Edgar. Ne avevamo la prova, perché anche noi eravamo un errore per noi stessi. Poiché in questo paese dovevamo camminare, mangiare, dormire e amare qualcuno nella paura, finché utilizzavamo ancora il barbiere e le forbici” che “i morti non utilizzano più”. Ma quell’uno che “ solo perché cammina, mangia, dorme e ama qualcuno, fa cimiteri, allora è un errore più grande di noi. Un errore per tutti, un errore enorme”.

Paura e rabbia percorrono tutto il romanzo, danno immagini fortemente icastiche.

Si radica un linguaggio che ha come segno caratterizzante la metafora, necessità a difesa nella vita reale, e diviene nelle pagine scrittura lirica permeante personaggi, situazioni, vicende, eventi di quell’ unico alone, contrappunto ideale in una narratio caratterizzata da essenzialità, da rigore, talora da durezza poiché si fa realtà senza sfumature, e nella dittatura la realtà rafforza generalmente il male, sempre presente nella contrapposizione a quel mondo definito spirituale.

Eppure emerge talora quel sentirsi amata, sfugge quasi a dispetto di una vita che ha negato l’amore all’infanzia. Non può essere la madre, non ha più la forza del sorriso: la deportazione l’ha fiaccata dentro e nel fisico, la sua vita che continua ad essere difficile. Nelle lettere alla figlia studentessa in città e poi impiegata in fabbrica scrive di noie e problemi, di familiari e amici passati ad altra vita, sempre dei suoi dolori alla schiena. Una donna dalla vita travagliata, e per giunta ha sposato chi “faceva cimiteri”, ma che pure di tanto in tanto, in qualche pausa nei campi, ha un barlume. L’autrice sembra guardarla disincantata, talora come se non fosse sua madre, ma percepiamo un legame più forte di quanto voglia far intendere.

Sono i nonni, soprattutto le nonne, “quella che prega” e particolarmente l’altra “che canta” continuerà a cantare con una serenità che è già di un altro mondo quando il senno l’avrà abbandonata a regalarle momenti d’amore nell’infanzia. E’ la generazione che ha in parte vissuto altro clima, altro pensiero, i benefici effetti del regno di Karl Hohenzollern-Sigmaringen ad avere ancora spiritualità, la forza di donare amore; la generazione che ha mantenuto in cuore il sentimento religioso. Anche l’affittacamere Margit, una ungherese trapiantata in Romania, sembra far parte di questa generazione: ha nostalgie e amore, comprende il licenziamento di Herta, non la sfratta, sebbene ella stessa abbia scarsi mezzi di sostentamento.

La prima edizione tedesca de Il paese delle prugne verdi è del 1994, dopo brevi anni quindi dall’assassinio di Ceausescu e di sua moglie Elena. Aveva ragione Churchill: “I dittatori cavalcano tigri dalle quali non osano smontare. E le tigri cominciano ad aver fame”.

Un romanzo composto a memoria che ancora brucia, in grado di fotografare nella sua nudità la realtà vissuta in quell’Est che nello stesso ’89 avrebbe visto pure il crollo del muro di Berlino, negazione anch’esso di libertà.

Di fronte a scrittori ‘industrializzati’, non più in grado di pescare la realtà, Herta Müller dimostra ch’essa può essere ‘fortezza prendibile’ se nelle mutate condizioni la ricerca del piacere dell’oblio non l’avvolge nella nebbia, se brucia ancora, se non diviene gioco razionale o sentimentalismo di maniera. E la realtà va espressa nel linguaggio vivo, essenziale, rapido, con metafore che danno immediatezza a situazioni e fatti, a stati d’animo. Nelle pagine della Müller, nonostante la giovinezza dei protagonisti, non possono farsi sorriso, sono paura da celare, rabbia che non può esplodere se non in gesti infruttuosi.

Una scrittura che sotto certi aspetti rompe canoni adusati per imporsi con la forza della realtà, scagliata senza velami e infingimenti sulla natura dell’essere umano in grado di rimandare la sua oscurità o solo qualche barlume.
 

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