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L'assurdo nell'arte di Giorgio de Chirico

Vivere è far vivere l’assurdo
(A. Camus, Il mito di Sisifo)

Ci piace tornare a guardare opere d’arte già viste come rileggere pagine note, e ciò non tanto a conferma della grandezza di coloro che ne sono autori quanto per il piacere in sé, cui si aggiunge la meditazione sul senso dell’arte, sulla bellezza del pensiero creativo che a tutte le ere è sul pianeta presente in ogni sua parte e con qualsivoglia concezione di vita, se volta a cogliere la verità recondita o l’assurdità del vivere.

Da lungo tempo è quest’ultima a prevalere nel pensiero e nell’arte. Lo scrittore e pensatore francese Albert Camus nel Saggio sull’assurdo 1) e taluni filosofi, particolarmente Nietzsche e Schopenhauer definiti “maestri del sospetto”, meditano su come sia proprio l’assurdità dell’esistenza a costituire l’essenza del vivere nel nullificarsi di tutto. Il pensiero dell’assurdo, rintracciabile sin dal primo interrogarsi dell’uomo sul suo esistere, è divenuto nel “secolo breve” punctum fondamentale della meditazione filosofica, influenzando letteratura e arte, sociologia e persino ideologia politica.

La produzione di taluni artisti risente quindi della concezione dell’assurdo della vita, ma ciò nulla toglie alle forme fascinose dell’arte. Di certo l’uomo ha il privilegio della ragione, ma pure dell’assurdità, come sostiene Hobbes 2), ed essa domina in questo mondo quasi invito all’annichilimento. Ma noi diciamo che l’artista, a differenza del filosofo, riesce, proprio in virtù della capacità che lo contraddistingue (ci riferiamo, ovviamente, al vero artista) a trasferire l’assurdo nel fantastico indulgendo nel misterioso regno della poiesis. Dove “il piacere dell’esplorazione più o meno angosciata, più o meno prolungata di ciò che è al di là della norma, e che si scopre eventualmente anche in seno all’universo più familiare, mette in luce la componente edonistica fondamentale del fantastico”. 3)

E’ così per l’arte inquietante di Giorgio de Chirico, riflesso di una concezione di vita come enigma assurdo, ed essa pone una realtà altra, dimentica di quella empirica, e verso quella l’artista mostra, soprattutto in un determinato periodo, passione profonda; ne è testimonianza la scritta in latino al celebre autoritratto eseguito nel 1911, pur se datato 1908: Et quid amabo nisi quod aenigma est? (E che cosa amerò se non ciò che è enigma?). Riprende l’epigrafe nicciana, e l’aenigma è quel rerum metaphysica della sua arte che vuole, proprio nella rappresentazione delle cose, annunciare la riposta essenza dell’assurdo.

Un’arte, come scrive Giorgio de Chirico in un articolo, “severa e cerebrale, ascetica e lirica che dalla magna terra ove nasce succhia lo spirito migliore, quello spirito che alcuni grandi costruttori italiani (non parlo solo di pittori) seppero stampare nell’opera loro come un bollo indelebile” Un’arte “nuova, che non sia una scimmiottatura idiota della moderna pittura francese, né una ritortura isterica di monoforme futurismo”.4) Nasce quest’arte a Firenze “in un chiaro pomeriggio d’autunno” del 1910, quando in Piazza Santa Croce ha “la strana impressione di vedere tutto per la prima volta”, e di ciò parla più volte nelle tante interviste pubblicate su vari quotidiani. Lascia il segno di questa nascita nel dipinto L’enigma di un pomeriggio d’autunno, dove la Piazza diviene altro dalla realtà negli elementi architettonici, nella statua classica acefala, nella immobilità e atemporalità.

Enigma che sviluppa a Parigi negli anni che vanno dal 1911 al 1915 dipingendo quadri sul tema della Piazza d’Italia, vuota o con ombre umane, oppure con il Manichino dalla testa ovoidale, nella luminosità espressione di una assurda sopravvivenza alla morte. Ricordiamo tra gli altri La torre rossa (1913), La nostalgia dell’infinito (1913), L’incertezza del poeta (1913), Mistero e malinconia di una strada (1914), La stazione di Montparnasse (1914), Ritratto premonitore di Apollinaire (1914, e fu davvero premonitore della grave ferita nel 1916 alla tempia nel corso di una operazione bellica), Il cervello del bambino (1914), Il cattivo genio di un re (1914), Progetti della ragazza (1915), e poi del 1916 Interno metafisico con grande officina. Geometrie immerse in un silenzio agli antipodi del grido futurista allora imperante (da Giorgio e dal fratello fortemente condannato) e quasi solidificate nell’istante atemporale; pietrificazione di cose e spazio in una prospettiva che solo apparentemente somiglia alla reale.

1910
L'enigma dell'ora, Olio su tela, cm 54,5 x 70,5

1913
La malinconia di una bella giornata, Olio su tela, cm 89 x 104,5.

1914
L'enigma di una giornata, Olio su tela, cm 185,5 x 139,7.

1914
Ritratto di Guillaume Apollinaire, Olio su tela, cm 81,5 x 65.

E l’enigma prosegue a Ferrara, durante la prima guerra mondiale, con gli Interni metafisici dove strumenti da disegno vengono assurdamente accostati ad altro, sino ai celeberrimi Il grande metafisico (1917-1918, struttura ascendente al posto della tradizionale statua nella piazza, architetture gelide, lontane, geometrie per una razionalità diversa), Il trovatore (1917, un manichino che sembra esplorare il mondo attraverso due segni, occhi stilizzati), Ettore e Andromaca (1917, figure atemporali, addio straziante per il dramma senza fine che anche in quegli anni si vive), Le Muse inquietanti (1918 , assurdi elementi compositivi, dalla classicità estraniata al castello e alle ciminiere, tutto in una immobilità inquietante, e l’ombra invade). “Una enigmaticità, un senso sospeso che sarà definito in qualità di mistero, che non si nutre di angoscia come per una verità non rivelata o una ragione nascosta, al contrario anima serenità e pienezza intellettuale, date dal possesso di un mondo che non si decifra in rapporto alla realtà, alla vita, alla psicologia, o alla logica comune, bensì ha autonomia, funzioni e ragioni sue proprie. Appunto, intellettuali, storiche, pittoriche”. 5) Temi che verranno da de Chirico ripresi in tarda età, al tempo della Neometafisica, copiando o rielaborando Manichino, Muse, Archeologi e Gladiatori, nel placarsi della strana inquietudine dei decenni giovanili. Tutto quel mondo di classicità inquietante, lo stesso Manichino “dall’aspetto dell’uomo, senza il lato movimento e vita… profondamente non vivo e questa sua mancanza di vita ci respinge e ce lo rende odioso”. 6)

L’arte di Giorgio de Chirico, stroncata nel 1919 dall’autorevole critico Roberto Longhi 7) continua a essere posta all’attenzione anche attraverso varie mostre che sono di forte richiamo. Sta infatti nel vedere il modo migliore per entrare nella comprensione dell’artista, per cogliere il suo mondo, l’io in relazione al pensiero dell’età in cui vive. E il messaggio dell’assurdità dell’esistenza non può non rimbalzare con maggiore forza in questo tempo, per essere noi pervenuti ad abbracciare concezioni ancor più inquietanti e anche per il ripetersi di drammatici eventi, oltre che bellici, naturali; e viene, a causa degli uni e degli altri, in brevi istanti sottratta la vita, e sono ridotti in macerie città e paesi. Non è forse la guerra il grande assurdo, non lo è il cataclisma?

Una delle mostre su Giorgio de Chirico è quest’anno al castello normanno di Conversano (l’antica Norba dell’età del ferro) ed è intitolata “Ritorno al castello” (10 luglio-1 novembre 2016). Sono poste in rilievo 50 opere (tra dipinti, disegni/acquerelli, litografie e sculture) dell’artista per il quale furono rivelazione prima il pensiero del filosofo suicida Otto Weininger, in seguito la filosofia di Nietzsche e Schopenhauer.

Giuseppe Maria Alberto Giorgio de Chirico nasce a Volos in Tessaglia il 10 luglio 1888 da genitori italiani di antica nobiltà (barone di origine siciliana il padre Evaristo impegnato come ingegnere nella costruzione della ferrovia tessalica, baronessa di origine genovese l’attenta e affettuosa madre Gemma Cervetto che l’artista ritrarrà insieme a lui in uno dei suoi tanti autoritratti) e ad Atene frequenta il Politecnico dove attua la prima educazione artistica. Alla morte del padre (1905) la famiglia, privata anche della primogenita Adelaide, si trasferisce a Monaco di Baviera dove Giorgio e il fratello Andrea (pseudonimo Alberto Savinio) proseguono la formazione all’Accademia di Belle Arti, con l’attenzione rivolta ad Arnold Bõcklin e ai pittori tedeschi, a quel pensiero che a colpi di piccone annienta le certezze. Giorgio trascorre poi due anni in Italia tra Milano, Firenze e Torino, sempre con la madre va in seguito a Parigi dove vive già il fratello Alberto Savinio, anche luiartista e scrittore.

Entra nella cerchia degli artisti già noti, viene da Guillaume Apollinaire considerato “il più strabiliante pittore della giovane generazione”, incontra Constantin Brancusi, Max Jacob, André Derain, Ardengo Soffici e altri artisti di rilievo, tra cui Picasso. Anni di fervore che il rientro in Italia, a Ferrara, per lo scoppio della prima guerra mondiale, dopo essere stato dichiarato disertore ma considerato, a causa della salute malferma, inabile al fronte e impegnato come scritturale, non si interrompono, anzi si accentuano. Celeberrimi dipinti metafisici già menzionati (Il grande metafisico, Ettore e Andromaca, Il trovatore, Le Muse inquietanti), mentre proseguono i contatti col mondo parigino, con Paul Guillaume che nel novembre del 1918 presenta i dipinti di Giorgio de Chirico al Théatre du Vieux-Colombier.

A Ferrara conosce Morandi e Carrà con cui fonda “Il movimento della pittura metafisica”, si uniscono poi De Pisis e Sironi. A guerra conclusa è a Roma con una prima mostra personale alla Casa d’Arte Bragaglia, mentre s’impegna col pittore Mario Broglio a diffondere l’estetica della pittura metafisica scrivendo sulla rivista Valori plastici dove già il fratello Alberto Savinio inneggia al programma di restaurazione individualista e antifuturista teorizzando il nuovo classicismo metafisico. E Giorgio, visitando il Museo di Villa Borghese, ha, come ricorda nelle Memorie, la rivelazione della grande pittura davanti a un dipinto di Tiziano, così tenta di scoprirne il segreto, e anche di Michelangelo (impegna sei mesi a rifare il Tondo Doni), di Raffaello e Tintoretto, di Veronese, di Dürer, Rubens e Poussin, degli altri grandi che hanno, a suo avviso, realizzato solidità plastica e l’ impasto dalla bellezza nitida, diversamente dalla pittura moderna dove la materia si presenta “debole e frolla”, pur nella rigidità e secchezza. 8) Intanto anche sui giornali continua a esprimere la sua ammirazione per Nietzsche e Schopenhauer che per primi hanno insegnato come il non-senso della vita possa essere tramutato in arte.

1918
Le muse inquietanti, Olio su tela, cm 97 x 66.

1929
Il consolatore, Olio su tela, cm 190 x 130.

Pubblica saggi su Raffaello e Morandi, su Klinger, Renoir e Gauguin, si lascia totalmente prendere dall’arte rinascimentale e barocca. Partecipa a tante mostre, anche alla Biennale di Roma e a quella di Venezia, e Paul e Gala Eluard vengono da Parigi ad acquistare sue opere. E’ ormai artista affermato quando, quasi “nauseato dal metafisico”, pone in atto una – secondo taluni critici - “involuzione” 9), ritornando alla tradizione classica della pittura italiana, al rinascimento, al barocco. Va poi di nuovo a Parigi, collabora a “La revolution Surréaliste”, ma in seguito se ne discosta, e inizia dalla seconda metà degli anni Venti la ricerca sulla Metafisica della luce e del mito mediterraneo, producendo opere che hanno per tema gli Archeologi, i Cavalli in riva al mare, i Paesaggi nella stanza, i Trofei, i Mobili nella valle e i Gladiatori.

Espone non solo in Italia e a Parigi, anche a Berlino, Amsterdam, Amburgo, Bruxelles, Londra e New York. Negli anni Trenta, per la V Triennale di Milano esegue l’affresco monumentale La cultura italiana, viene richiesto per scenografie anche da D’Annunzio, produce litografie e dipinti sul tema dei Bagni misteriosi per Mythologie di Jean Cocteau. Riviste di prestigio mondiale e i “grandi” dell’industria lo richiedono. Dopo un nuovo periodo parigino, rientra in Italia ed è durante la seconda guerra mondiale ospitato dall’amico fiorentino Luigi Bellini; frattanto continua a scrivere su vari periodici e si dedica alla scultura.

Dopo la guerra si stabilisce definitivamente a Roma. Ha già pubblicato vari scritti, tra cui il romanzo surrealista Ebdòmero tra allucinazione, sogno e angoscia, Memorie della mia vita, 1918-1925- Ricordi di Roma, Il Signor Dudron, e inoltre saggi sulla pittura, sull’arte moderna. Forse non è da lui avulsa la stima di essere grande scrittore oltre che pictor optimus, e anche classicus . Circolano intanto copie dei suoi dipinti e, alla Galerie Allard di Parigi, Breton, nella personale dell’artista, permette che vengano esposte opere metafisiche false realizzate dal surrealista Oscar Dominguez. Polemica anche con mercanti e galleristi nel mentre si dedica a illustrare capolavori della letteratura, tra cui i poemi dell’amato Omero, e a realizzare talune sculture in bronzo. Nell’ultimo decennio (muore novantenne a Roma il 20 novembre 1978) l’artista, insignito di varie onorificenze, tra cui la “Legion d’honneur”, l’onorificenza più alta della Repubblica francese, rifà se stesso con la Neometafisica, rielaborando soggetti con uno spirito che non è più quello della strana inquietudine dei primi decenni del Novecento. E’ ormai vecchio (preferiamo, come Giorgio Albertazzi nella puntata Che tempo che fa del 28 maggio 2015, l’appellativo “vecchio” a quello di “anziano”), abita a Roma (“il centro del mondo”, come scrive nelle Memorie) nel seicentesco Palazzetto dei Borgognoni in Piazza di Spagna (“il centro di Roma”), è insieme alla seconda moglie Isabella Pakszwar (Isa Far) “nel centro del centro del mondo” (oggi Casa-museo della Fondazione Giorgio e Isa de Chirico). Vive la dimensione di una quasi saggezza senile, si sente forse appagato quale pictor optimus, come ama definirsi, si muove “con gesti solenni e cardinalizi”, mentre l’energica moglie Isabella decide ogni cosa, anche quando e con chi può chiacchierare, perché non venga sottratto troppo tempo alla pittura.

1932
Bagnante coricata (Il riposo di Alcmena), Olio su tela, cm 173 x 77.

1934
Diana addormentata nel bosco, Olio su tela, cm 89 x 116,5.

Ma la governante Vincenzina Petrella è, per fortuna, sua complice, gli dà la possibilità di ricevere amici quando la moglie esce. 10) La prima moglie? E’ la ballerina Raissa Gurievich Kroll, sposata nel 1925, con cui convive circa dieci anni, secondo il nipote Ruggiero Savinio che la ricorda “figura affascinante… una donna sorprendente…” . 11) Nell’intervista il nipote accenna anche a qualche frequentazione dello zio, in verità poco propenso a incentivarlo nell’arte pittorica, ai rapporti tra i due fratelli, i cosiddetti Dioscuri, morto l’uno senza troppa fama, con non molti anni addosso e con le tasche vuote, l’altro nonagenario traboccante di fama e ricchezza. Comunque, attorno alle vicende legali generate da Raissa ruotano altre vicende di lunghi processi contro mercanti, tra cui quello per un dipinto dall’artista ritenuto “una bruttissima e grottesca copia”, in realtà copia sì, ma da lui stesso eseguita insieme a tante altre, per sua necessità di esporre a eventuali acquirenti. 12)

Neppure l’artista sfugge a comportamenti poco lodevoli per i quali mette di sé a nudo quella parte che viene all’altro celata dall’ammirazione per la sua arte. Allora Giorgio de Chirico non fu certamente “gentile, raffinato, sensibile”, come viene ritenuto in “Il Tempo”, nell’articolo già citato, ma falsario, per giunta iroso e vendicativo. Eppure sta forse proprio in questo la sua umanità, in ciò che non lo eleva al di sopra degli altri esseri umani, di solito tutti miscuglio di bene e male in proporzioni che natura del soggetto ed eventi esterni fanno mutare dando ora all’uno lo spiraglio, ora all’altro la preminenza.

Per tornare alle vicende sentimentali di rilievo, un’altra storia è per Giorgio de Chirico importante, dura alcuni anni (1915-1919) e di essa restano circa cento lettere spedite nel 1919 da Roma ad Antonia Bolognesi, di recente rintracciate dal pronipote Eugenio Bolognesi e pubblicate. 13) Sono ritenute un interessante strumento di indagine, e l’artista vien fuori di nobili sentimenti. Giorgio scrive limpide lettere ad Alceste, la Musa ispiratrice di celeberrime opere metafisiche, conosciuta a Ferrara nel periodo della guerra, il cui volto ritrae con intensità espressiva: l’anima dell’amata è tutta lì, nel segno e nel colore che l’amato ha impresso con la sua anima d’artista.

Inizi anni 40
Cavallo bianco in riva al mare, Olio su tela, cm 24,5 x 34,5.

1960
Cavallo con giovane scudiero, Olio su tela, cm 50 x 40.

Ma, che cosa è dipingere per il Pictor optimus? Lo annuncia lui stesso nella Introduzione alla Mostra personale, tenutasi il 1938 in Genova, alla Galleria Rotta: “Dipingere è l’arte magica, è il fuoco acceso dagli ultimi raggi nei vetri dell’ostello ricco, come in quelli dell’umile stamberga di fronte al sole occiduo, è il segno lungo, il segno umido, il segno fluente e fermo, che l’onda morente stampa sulla rena calda, è il guizzo della lucertola immortale sul sasso arroventato dalla calura meridiana, è l’arcobaleno della conciliazione, nei pomeriggi tristi di maggio, dopo il temporale che s’allontana laggiù… è la nube livida cacciata dai soffi veementi d’Eolo furioso, è il disco nebuloso della luna fuggente dietro il funebre sipario squarciato d’un cielo sconvolto nella notte fonda, è il sangue del toro… del guerriero… dell’immacolata coscia d’Adone… è la vela rigonfia di vento nei pelaghi lontani, è l’albero secolare abbronzato dell’autunno, è la valle silente… è la lacrima pietrificata d’un tronco… è… “ E proseguono, si rincorrono immagini di un lirismo che nel tempo s’è perso, e sono esse tratte soprattutto dal mondo visivo della natura che l’arte, pur “severa e cerebrale” deve fare suo.

Fondazione Giorgio e Isa de Chirico
http://www.fondazionedechirico.org/

Casa Museo, Piazza di Spagna, 31- Roma

In copertina:
Ritratto di Guillaume Apollinaire (part.)
1914, Parigi - Olio su tela, cm 81,5 x 65
Centre Pompidou, Paris

Bibliografia

1) A.Camus, Il mito di Sisifo, Bompiani, 2013

2) Th. Hobbes, Leviatano, 1, cap. V

3) Enciclopedia Einaudi, vol. VI, p. 36

4) “Gazzetta ferrarese”, 18 giugno 1918, in “Storia dell’arte italiana”, v. VII, p. 187, Einaudi Editore, 1982

5) P. Fossati, Pittura e scultura fra le due guerre, in “Storia dell’arte italiana”, v. VII, p. 189, Einaudi Editore, 1982

6) M. Fagiolo Dell’Arco, Giorgio de Chirico , in Enciclopedia Treccani,1984, 94

7) Giorgio de Chirico in Enciclopedia Treccani

8) Discorso sulla materia pittorica, Corriere Padano, 1942

9) Giorgio de Chirico in “Il libro d’arte”, v. VIII, p. 38, David Sylvester a cura (Grolier, New York, Montreal, Mexico City, Sydney), trad. M. Monteverdi, Mondadori,1968

10) De Chirico, ironico “imperatore” diviso tra moglie e governante, Redazione “Il Tempo”, 18-11-2008

11) Ruggero Savinio: Io “figlio di” e “nipote di”, ho ereditato le loro ossessioni, di A. Gnoli, “Repubblica”, 31-08-2014

12) De Chirico falsario di se stesso, di A. Masoero, “Il Sole 24 Ore”, 11-08-2013

13) Alceste: una storia d’amore ferrarese, di E. Bolognesi, Manetti Editore, 2015

N. Abbagnano, Storia della filosofia, I-II-III, UTET, 1969

G. de Chirico, Memorie della mia vita, Bompiani, 2013

M. Cavalesi e G. Mori, De Chirico, Giunti Editore, 1988

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