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Prefazione a
Scritti storici e letterari
di Salvatore Piccoli

la Scheda del libro

Un’ingiustizia nazionale è la più sicura strada
verso la decadenza di una nazione.

W.E. Gladstone, “Discorso”, 1878

Antonietta Benagiano

Gli Scritti storici e letterari di Salvatore Piccoli, apparentemente a sé stanti, hanno, invece, la liaison nel suo amore appassionato per la Calabria, terra bellissima dalle forti contrapposizioni morfologiche e umane: zone inaccessibili e aperture di paradisi marini, e nel remoto tempo antichi Bruzi e coloni della Magna Grecia, espressione fra le più alte della civiltà mediterranea.

I brevi saggi storici e letterari, le note su Helen Barolini, scrittrice italo-americana dalle radici calabresi che fa rivivere nei suoi romanzi, e poi sull’ottantenne pittrice naif Giuseppina Mazzei e sul fotografo Mario Greco, i cui scatti danno vita “alle arcaiche dinamiche della vita contadina”, sono pervasi da quel sentimento che dicevamo, ed esso non può non essere anche richiesta di porre alfine in atto la giustizia nelle sue svariate forme in quella terra da millenni martoriata, verso le genti da sempre costrette al giogo di infiniti soprusi. Un amore che si fa anche riprovazione celante a stento la rabbia verso tutto ciò che alla giustizia si oppone.

A nostro avviso, neppure le pagine che Salvatore Piccoli dedica a Le Grazie del Foscolo andrebbero avulse dal file rouge, considerate analisi a sé, in quanto il foscoliano anelito all’armonia, su cui si sofferma con sottile penna critica l’autore, rientrerebbe in quel desiderio di euthymia che vorrebbe potersi attuare nell’amata Calabria.

Dunque una ricerca storica e letteraria frutto della passione intesa nel suo significato etimologico, ma che tiene conto dei documenti, né dimentica la obiettività. Salvatore Piccolo sa che non è corretta operazione storica giustificare o condannare tout court eventi e fenomeni senza averne prima individuato e analizzato gli itinerari, le cause che li hanno determinati. Un procedimento da tener presente in ogni ambito, da quello propriamente storico all’antropologico e sociologico, dallo psicologico a qualsivoglia altro per poter trarre deduzioni scientifiche o che ad esse si accostino.

Così del brigantaggio, spesso sommariamente liquidato con una condanna, l’autore ricerca le cause remote – sono poi quelle che a tutt’oggi rendono prosperosi i fenomeni malavitosi –, le quali possono sintetizzarsi nelle sopraffazioni degli organismi statali, in quell’ingiustizia che diviene nutrimento ad azioni che, mentre all’ingiustizia vorrebbero opporsi, divengono esse stesse forme di ingiustizia: all’assenza della sanità morale dei governi si aggiunge anche l’altra inizialmente sorta come opposizione e anelito di giustizia. E lo stato, di solito, sceglie poi di scendere a patti o di annientare la violenza con la violenza.

A proposito del brigantaggio in Calabria nella prima metà dell’Ottocento l’autore scrive che i Romani tracciarono “per primi una linea di strada che sarà percorsa per duemila anni come unica risposta ai disagi di un popolo: la repressione armata!”. Ed avvalora con testimonianze nel corso dei secoli; cita, per esempio, Gabriele Barrio, storico catanzarese del Cinquecento che parla “di regoli e tiranni”, usurpatori di “selve, balze, terre, pascoli, fiumi, di tutti i diritti dei popoli”. Situazione non diversa da quella dell’Ottocento, poiché, come l’autore rileva, è sempre la sottrazione della terra la ragione alla base del brigantaggio.

Nell’analisi della battaglia di Maida del 1806, il discorso su una economia di sfruttamento, di pessima gestione della commercializzazione dei prodotti della terra, del legname dei boschi, della pastorizia, e insieme di difesa del calabrese tacciato di assenteismo politico, assurge a toni appassionati: “Come potevamo – egli scrive – essere o divenire protagonisti, o anche semplici spettatori consapevoli delle vicende politiche o militari che le potenze egemoni d’Europa svolgevano attorno alle loro vite? L’unica disperata reazione fu spesso scollare dalle dure zolle la zappa e volgerla in arma, cercando di colpire chiunque fosse ritenuto in qualche maniera colpevole di quella miserrima condizione di vita”. Inglesi e Francesi si scontrarono nei mari di Calabria, ma le masse non compresero, non potevano quindi aderire alla politica giacobina, solo ”i pochi che seppero farlo segnarono per la prima volta un informe desiderio di divenire protagonisti della propria storia”. Lo storico evidenzia, però, con palese soddisfazione, che la battaglia di Maida segnò “un nuovo modo di concepire lo stato e l’amministrazione del potere”, e si sofferma, tra l’altro, sulla registrazione, prima inesistente, di nascita e morte degli individui, uno dei segni della nuova considerazione degli esseri trattati prima come nullità.

Ma anche l’excursus del Piccoli sulla letteratura dialettale delle varie regioni d’Italia si veste della dimensione sociale, pertanto dare alla produzione letteraria dialettale dignità di arte significa assegnare valore alla voce della gente, ai suoi sentimenti, al bisogno fortemente sentito di giustizia, alla denuncia di sofferenze ataviche, significa quindi smascherare soprusi perpetrati da malgoverni dal nord al sud. Vengono con significativi tratti presentati, oltre agli autori dialettali ben noti, anche quelli della Calabria, di solito trascurati, che in versi e drammi espressero l’anima calabrese, i patimenti dei diseredati.

Tante pagine di questa raccolta, dagli scritti storici a quelli letterari, sono espressione dell’amore di Salvatore Piccoli per la sua terra, sembrano pertanto permeate del bisogno di giustizia che è poi moralità, mentre ancora oggi dobbiamo, purtroppo, considerare quel che sottolineava Honoré de Balzac nel suo Trattato della vita elegante: “Da quando le società esistono un governo è sempre stato, per forza di cose, un contratto d’assicurazione concluso fra i ricchi contro i poveri”.

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