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Sergej Esenin l'immaginifico

"Non sprofondare con le mani azzurre
nel vuoto il soffitto dei cieli:
non si può costruire con capocchie di chiodi
lo splendore delle stelle lontane".

(S. Esenin, da Inonia, trad. R. Poggioli)

C'è nel poemetto Inonia, composto da Sergej Esenin l'anno successivo alla Rivoluzione, il tentativo di tradurre l'ideologia slavofila nell'evento che aveva travolto la Rus', interpretato e auspicato come un nuovo assetto con un forte richiamo alla terra.

Era l’unico modo per accogliere la Rivoluzione di Ottobre, data la estraneità di Esenin a quanto Majakovskii e i cubofuturisti desideravano per la Russia.

La bipolarità, tratto caratterizzante la personalità eseniniana, non poteva essere sanata da una rivoluzione tesa ad allontanarsi dalla visione esiodea del tempo e delle stagioni per attuare la civiltà della macchina e della fabbrica e divenire una nuova America degli Stati Uniti, già galoppante verso il sistema di vita che avrebbe idolatrato la tecnologia.

Intesa così, la rivoluzione non dava all’io eseniniano alcuna possibilità di comporsi in armonia.

Esenin mantenne un ondeggiare fra la rivoluzione, e anche tra una quasi felliniana "dolce vita" cittadina, e la campagna, presente alla sua memoria col favoloso corredo di cieli e fenomeni naturali, di vita vegetale e animale. E gli tornava in visioni immaginifiche soprattutto quella parte a lui più cara, la provincia di Rjazan comprendente il villaggio di Kostantinovo dove nel 1895 era nato e aveva trascorso l'infanzia affidato ai nonni per necessità di lavoro dei genitori. Il padre, agricoltore povero, era andato a lavorare a Mosca in una bottega di macellaio, la madre faceva la domestica a Rjazan.

L' "arcangelo contadino", come lo denominava Victor Šklovoskij, aveva “messo in testa il cilindro” e calzava “scarpe di vernice”, ma restava con "la bramosia del monello di campagna", come annuncia in Confessioni di un teppista: " Sono teneramente malato di ricordi infantili,/sogno delle sere d'aprile la nebbia e l'umido/... Io sono sempre lo stesso./ Con lo stesso cuore".

Il grande amore dei nonni per quel bellissimo nipote esile e biondo e dai grandi occhi chiari, ch'essi preservavano da ogni fatica dei campi e per il quale sognavano un avvenire da maestro, non gli fece percepire la dimensione della campagna come fatica, vide in essa il perpetuo idillio che la fantasia serbò in cuore costruendo immagini fiabesche.

"Non posso vivere senza fiaba", soleva dire, e forse fu proprio la coscienza della realtà, di una fiaba che andava in lui anche liricamente spegnendosi a produrre la decisione estrema, messa in atto la notte del 27 dicembre 1925 in una stanza d'albergo di Mosca.

Fu vero suicidio? Era normale allora che qualche agente del GPU eliminasse chi osava parlare contro il regime, ed Esenin lo aveva fatto.

Isadora Duncan una delle mogli di Esenin.

Comunque, neppure il rientro alla sua terra, dopo il vagare tra Parigi, New York e altre capitali europee insieme alla terza moglie, la danzatrice Isadora Duncan ch'egli, nonostante la forte differenza d'età, aveva sposato per amore o per acquisire notorietà maggiore, gli aveva tolto la disillusione, quel senso di fallimento come poeta che lo aveva pian piano preso da quando viveva con la Duncan, e sfociava anche nell’alcool smoderato, in un rifugio che gli provocava accessi di follia.

Lasciata Isadora, era tornato in patria, ma aveva trovato Mosca mutata, con un assetto per lui inaccettabile, e gli appariva grigia e meschina a confronto delle altre metropoli.

Mutata pure Kostantinovo, non più quella della sua infanzia, si sentiva estraneo anche lì, nella terra della fiaba; né valse a ridimensionare disillusione e disordine di vita l'amore di altre donne, neppure quello della giovane e bella Sofia Andreevna, la nipote di Tolstoj ch'egli aveva sposato dopo pochi mesi di conoscenza.

E poi, come confessò allo scrittore Ehrlich, cominciava a dubitare della sua stessa poesia, soprattutto dopo il giudizio di Kljuev sulle ultime liriche: "Amico caro –a veva detto Kljuev –, se ne farai un volumetto, questi tuoi versi diventeranno il libro da capezzale di tutte le ragazze e i giovanotti sensibili che sono rimasti ancora in Russia".

Ci sarebbe stata ancora un'altra poesia, Congedo, quella che dicono scritta nell'albergo Angleterre il 26 dicembre 1925, la notte precedente il suicidio, col suo stesso sangue per mancanza d'inchiostro nella stanza, consegnata poi il mattino successivo all’amico Ehrlich, andato a salutarlo.

Tutto vero o faceva parte di un disegno che non voleva Esenin in vita, una parola sempre più libera anche per effetto dell’alcool?

Sergej Esenin e Isadora Duncan.

Preso dai suoi impegni, Ehrlich lasciò in tasca l'addio dell’amico – così disse –, se ne ricordò quando seppe ch’era stato trovato impiccato a una cinghia di valigia sospesa ad un tubo. Solo allora trasse fuori il foglietto vergato dal poeta col suo sangue, e lesse:

"O caro amico, ci vedremo ancora,/ ché sempre nel mio cuore tu rimani./ Ormai di separarsi è giunta l'ora,/ ma promette un incontro per domani.// O caro amico, addio, senza parole,/ senza versare lacrime o sorridere./ Morire non è nuovo sotto il sole/ ma più nuovo non è neppure vivere".

Se la Russia agreste, quella che il poeta aveva nel cuore, era stata travolta dalla rivoluzione e dalla industrializzazione, egli stesso fu travolto dallo spegnersi della fiaba, dall’impossibilità di recuperarla liricamente.

Si congetturò molto sul suicidio di Esenin a soli trent'anni, si congettura ancora.

Majakovskij gli dedicò una poesia, e taluni versi ci confermano che ciascuno resta sconosciuto all'altro : "Lasciarsi imbiancare le guance/ dal gesso mortale?/ Proprio/ voi che/ sapete sbizzarrirvi/ come nessun altro/ a questo mondo/... Bisogna/ strappare/ la gioia / ai giorni futuri./ In questa vita non è difficile/ morire,/ vivere/ è di gran lunga più difficile".

E ciascuno resta sconosciuto anche all' alter ego se lo stesso Majakovskij deciderà cinque anni dopo di finire la propria vita con un colpo di rivoltella.

Simbolismo, Chiarismo e Acmeismo, Futurismo, Immaginismo, Costruttivismo, tante le correnti, le avanguardie dal finire dell'Ottocento ai primi decenni del Novecento; e tante le voci liriche russe, oltre alle già menzionate: Blok, Kuzmìn, Gumilëv, Achmàtova, Ivanov, Chlèbnikov e molte altre ancora, tutte già affermate.

Esenin, in opposizione ai poeti concettuali, era per la poesia in forma pura, affidata a metafore, avrebbe nel 1919 firmato il Manifesto dell’Immaginismo.

L' "arcangelo contadino", inebriato sin da giovanissima età dalla poesia di Puškin, abbandonati poi gli studi, era tornato dai nonni a godere per un po' della natura della sua terra, delle creature vegetali e degli animali che sentiva amici, di sole e luna, di cieli e stelle, prima del richiamo della città, dove si sarebbe fatto strada e avrebbe acquisito notorietà.

Era andato a San Pietroburgo e a Mosca, aveva cominciato a pubblicare sillogi e poemetti, divenendo ben presto noto per quei suoi versi immaginifici.

La bara del poeta Esenin immediatamente dopo la morte.

Ricordiamo alcune delle opere: Radunica, Il libro delle ore del villaggio, Confessione di un teppista, Inonia, Vascelli equini, Requiem, Pugacëv, e poi La Russia sovietica, Russia che scompare, Il canto della grande impresa, Ritorno al paese natio.

In quest'ultimo per Lo Gatto "la spontaneità, fenomeno così raro nel complesso psicologico degli anni in cui Esenin poetò, fa passare in seconda linea l'inevitabile retorica di alcuni momenti della sua poesia".

Noi pensiamo al ragazzo semplice che, sensibile alla bellezza del creato incontaminato, a cogliere la vita vegetale e animale e l’incantamento celeste, un giorno parte per la città ricco di affetti autentici, con in cuore l’amore per “tutto ciò che veste l’anima di carne”.

Nella metropoli sconvolta da forti trasformazioni si lascia sedurre dal “cilindro” e da “scarpe di vernice”, da una vita di agi ed esperienze forti, ma serba quel mondo dell’infanzia, diviene il sacro da cui scaturiscono i suoi versi più pregevoli. Sono lontani da ogni concettualismo, ricchi di metafore, con un amore che diviene talora anche sentimento francescano per quanto pulsa nel creato.

Ben a ragione il Poggioli rileva, ”Sergej Esenin fu il poeta della natura, non della storia; dell’autunno, non dell’Ottobre”.

Bibliografia

E. Lo Gatto, Storia della Russia, Sansoni, Firenze 1946.

E. Lo Gatto, Storia della letteratura russa, Sansoni, Firenze 2000.

R. Poggioli, Il fiore del verso russo, Mondadori, Milano 1970.

D. S. Mirskij, Storia della letteratura russa, Garzanti, Milano 1965.

G. Kraiskij, Le poetiche russe del Novecento, Laterza, Bari 1968.

Materiale
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