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Fëdor Ivanovič Tjutčev
e se anche noi tornassimo a guardare il silenzio universale?

V’è un’ora greve di rivelazione, / un’ora di silenzio universale, / quando la ruota della creazione / girar si vede nella volta astrale… canta Fëdor Ivanovič Tjutčev, il poeta russo che percorse i primi sette decenni dell’Ottocento.

Cos’è guardare il silenzio universale se non avere un’anima?

Perché l’intelligenza non sia amputata del cuore, non bisogna essere ciechi al mistero della vita, né considerare il pensiero come semplice materialità. E’ quanto sostiene Albert Beguin nel saggio su Hamann, filosofo non adeguatamente considerato, che per primo tentò uno studio psicologico dell’essere umano, allontanando lo psichico dall’empirismo di Hume e aprendo la via all’affermarsi dell’inconscio, per il quale ogni idea contiene il quid particolare e assoluto. [A.Beguin, L’anima romantica e il sogno, Premessa, Garzanti, Milano 1975]

Abbiamo ancora un’anima noi, esseri vestiti di spessa aridità, di greve solitudine senza senso, scudati di banalità, noi, uomini-massa senza identità?

Sempre più volti all’animalità, allettati dal male sotto ogni forma, ci piace alla sua mostruosità dare visibilità. L’apparato istintuale prevale, la collettiva patologia da brama di predominio insieme alla seduzione del terribile e dell’ambiguo, dell’errore e dell’annientamento.

Una società violenta sotto apparenze filantropiche, in cui ciascuno è volto a realizzare sé come soggetto materiale, a fare vincenti i propri neuroni oscuri. Possiamo, in queste condizioni, essere ancora in grado di percepire la rivelazione, di lasciarci prendere dalla ruota della creazione?

Già nella seconda metà dello scorso secolo Lang considerava: La nostra società non reprime soltanto gli istinti ma anche ogni forma di trascendenza… il nostro stato normale e ben adattato non è che una rinuncia all’estasi, un tradimento alle nostre più vere potenzialità… Molti di noi riescono fin troppo bene a costruirsi un falso io per adattarsi a false realtà. [R.D. Lang, L’io diviso, Einaudi, Torino 1969, p.19]

Abbiamo nel terzo millennio potenziato ancor più il falso io, e le false realtà hanno preso il sopravvento, totalizzato la vita umana.

S'è persa pure l’identità del mistero nella omologazione di comportamenti e sistemi sociali e politici. Sul pianeta siamo tutti più o meno omologati, figli della progressiva animalità.

Di tanto in tanto, però, e la ricerca è segno di persistenza di humanitas, taluni ripescano il palpito di esistenze lontane. Sono i superstiti di eredità perse? archeologia del pensiero?

Improvviso balza un verso e ci prende se percepiamo che v’è l’anima. Un’anima al di là della connotazione di tempo e spazio ci prende ancora, se esiste come tale. V’è un’ora greve di rivelazione, / un’ora di silenzio universale, / quando la ruota della creazione / girar si vede nella volta astrale. / Sulle acque grava il buio: come Atlante / i continenti soffoca l’oblio; e in profetici sogni la vibrante / anima della musa agita Iddio. [R. Poggioli, Il fiore del verso russo, Oscar Mondadori, 1968, p.618]

I versi di Tjutčev, per Lo Gatto degno, nella scala dei valori dell’arte poetica russa, di stare accanto a Puškin [E. Lo Gatto, Storia della letteratura russa, Sansoni Editore, Milano 2000 (ristampa), p.285] ch’egli considera potenza creativa del genio. [E. Lo Gatto, op. cit. p.216] sono di un’anima indubbiamente lontana dal nostro mondo che ha vissuto e vive con sempre maggiore intensità il crollo dei “soli”. Un’anima Sehnsucht e Streben, e la natura diviene mobile gioco di forze, forza stessa del divino che fa esclamare a Hölderlin: Tu sei sempre uguale in me, con il divino che è in me… essere uno con il tutto, questo è il vivere degli dei, questo è il cielo per l’uomo… Essere uno con tutto ciò che vive e ritornare, in una felice dimenticanza di se stessi, al tutto della natura, questo è il punto più alto del pensiero e della gioia, è la sacra cima del monte, è il luogo dell’eterna calma, dove il meriggio perde la sua afa, il tuono la sua voce e il mare che freme e spumeggia assomiglia alle onde di un campo di grano. Essere uno con tutto ciò che vive! [F. Hölderlin, Scritti sulla poesia e frammenti (G. Pasquinelli a cura), Boringhieri, Torino 1959, p.29]

Fëdor Ivanovič Tjutčev (Ovstug, Orel 1803 – Carskoe Selo 1873), di ricca famiglia nobile, amò da giovanissimo studente le lettere classiche – Orazio in particolar modo –, si diede poi da universitario – vi arrivò a soli 15 anni – allo studio dei poeti tedeschi, alcuni dei quali avrebbe nella permanenza in Germania conosciuto.

FëdorIvanovič Tjutčev in due ritratti, a sx. di Stepan F. Alexandrovsij

Per molti anni diplomatico a Monaco e a Torino, fu sospeso dall’incarico per aver abbandonato, senza autorizzazione, la sede di Torino ed essere corso a rivedere il suo amore a Monaco, la seconda moglie E.F. Dornberg, la donna che più di tutte influì sulla sua vita. [E. Lo Gatto, op. cit., p.287] Dal 1845, ritornato definitivamente in Russia, ricoprì varie cariche a Pietroburgo, divenne anche un personaggio molto ricercato nei salotti per il suo conversare brillante e mordace, ma rimase fondamentalmente un isolato.

Cominciò giovanissimo a comporre su modello classico (Urania nel 1820), a tradurre Goethe, Heine, Herder, Byron, a rifare gli altrui versi (Inno alla Gioia di Schiller). Temi delle sue poesie sono la natura, l’amore – molto belle le liriche per Elena Danis’eva, una fanciulla di vent’anni che l’amò cinquantenne –, ma anche ragioni politiche e sociali di connotazione slavofila insieme a motivi patriottici.

La poesia di Tjutčev restò per lungo tempo ignota al gran pubblico; fu una scoperta tardiva di Nekrasov, direttore del “Contemporaneo”, la rivista fondata da Puškin. Vennero segnalate, in un numero del 1850, le poesie già pubblicate da Tjutčev nel 1836; nel frattempo usciva, edito da Turgenev, il primo volume di poesie con liriche del ’36 e nuove.

Sorse subito un problema di classificazione: era Tjutčev un poeta romantico o faceva parte del gruppo dei poeti dell’ “arte per l’arte”? A questo gruppo si sarebbero richiamati spesso i simbolisti, ma anche al poeta diplomatico per quel suo mondo visionario.

Possiamo escludere in lui la temperie romantica, pur se la stagione romantica era alle spalle? La sua poesia, anche a nostro avviso, risentì della Weltanschauung del romanticismo tedesco, fu, come Poggioli sostiene, soprattutto poesia del Weltschmerz. [R. Poggioli, op.cit., p. 26]

Ci soffermeremo solo su taluni versi dov’è dominante la natura, per cogliere la sua anima pulsante comprensione universale, rivelazione di sé a sé quando la ruota della creazione / girar si vede nella volta astrale.

Nella poesia scaturita dal contrasto metafisico tra cosmo e caos contrappone il giorno alla notte con un linguaggio lirico di significativa bellezza: La santa notte è sorta all’orizzonte / ed ha avvolto del giorno il chiaro velo, / il dolce velo teso come un ponte / sulla vasta voragine del cielo. // Si dilegua del mondo la visione / e l’uomo, orfano ormai senza un ospizio, / sta, spoglio di vigore e di ragione, / di fronte al tenebroso precipizio. // Ora si meraviglia che la vita / e la luce non sian che cose morte: nella notte enigmatica e infinita / riconosce infelice la sua sorte.

Nell’attribuzione santa dell’incipit è già il mistero, l’enigma infinito che pone dinanzi all’essere il tenebroso precipizio, consapevolezza della propria finitezza. Al velo chiaro e dolce del giorno che sembra rendere possibile il coniugarsi dell’esistere, viene contrapposta la vasta voragine che depriva l’Io di ogni forza nella percezione di luce e vita come cose morte, nella coscienza di dover subire infelice la sua sorte. Sembra di risentire, pur se con altri toni, indubbiamente in Tjutčev più volti a cogliere l’essere e il non essere come possibilità o impossibilità dell’infinito nel finito che una volontà di danno, l’eroe mesopotamico Gilgamesh: Già il ladro della notte ha ghermito le mie membra, la morte abita nella mia camera; ovunque si posi il mio piede, lì trovo la morte. E per l’eroe diviene inutile il viaggio verso la terra di Dilmun, dove sorge il sole, vana la ricerca di una luce/vita che non tramonti: gli dei lasciarono agli uomini la morte, la vita resta solo desiderio di vita.

In un’altra lirica tjutceviana l’incandescente aureola del sole, metafora del giorno, può far immaginare le stelle splendere nella solitudine somiglianti a dee… in un’aria invisibile e più pura , suscitare il sogno dell’anima di farsi stella, una stella non occhio acceso nel buio ma luce nascosta che può divenire, proprio nella non visibilità, possibilità di attingere il mistero: Oh se l’anima fosse una di voi / stelle del cielo / E non quando, vivace / occhio acceso nel buio, sulla pace / vigilate nel mondo e su di noi: // ma nel corso del dì, quando vi oscura / l’incandescente aureola del sole, / e somiglianti a dee, splendete sole / in un’aria invisibile e più pura. Un’aspirazione ‘normale’, essere stella del firmamento notturno, viene riproposta non come sguardo sul finito, ma quasi come tensione cognitiva nello Streben, romantico tendere all’infinito, ragione del proprio finito. E sono versi che realizzano poesia al di là del pensiero dottrinale, dello stesso Sehnsucht.

Ma è soprattutto la notte a suscitare interrogativi, visioni. In Voci notturne, nel silenzio della notte cerula e tranquilla, mentre dolce la luna d’oro brilla e uno sciame di stelle arde nel vano/ cielo, come nel dì della creazione s’ode un suono irraggiungibile. L’attacco appare sereno nel corteggio di attribuzioni – non siamo nella notte suscitatrice di angosce di fronte al tenebroso precipizio – ed i versi scorrono in immagini di dolcezza e bellezza. Solo preludio a quel suono, all’eco d’un ballo lontano che geme, canzone più chiara della fonte, dove altre note s’insinuano celeri. Ma, nel trasvolare, le rapide associazioni non lasciano spazio a nessun dato personale, si fanno meditazione universale: Sulla città la notte, come in cima / agli alberi, risveglia ora il suo coro. S’interroga: Donde viene quel suono irraggiungibile? O forse è il mondo insonne del pensiero, / incorporeo, sonoro ed invisibile, / che ronza, o notte, nel tuo caos nero? Bellissimi versi che nella penetrazione pensiero/caos rendono l’unione, l’umanizzarsi e quindi lo spiegarsi del mistero. Nell’enigma che lo avvolge è proprio il mondo insonne del pensiero che può ridare ragione al caos nero, ricostituire il cosmo. Qui, come in ogni altra poesia di Tjutčev, nessuna interruzione s’interpone nella meditazione, e nell’epilogo campeggia solo il pensiero incorporeo, sonoro ed invisibile, universalità nella soggettività, finito nell’infinito, interrogarsi Sensucht che s’esprime nella bellezza di un’armonia classica, che il Poeta aveva fatto propria.

Il romanticismo di Tjutčev non sembra risentire di influenze francesi, né inglesi, come quello di Lèrmontov al quale è stato pure da taluni avvicinato, ma di poeti e filosofi tedeschi, di coloro che arginarono le forze scomposte dello Sturm und Drang, che temprarono il grezzo metallo, come sottolinea G. De Ruggiero. [G. De Ruggiero, L’età del Romanticismo, Laterza, Bari 1968] Risente soprattutto di Schelling che egli conobbe insieme a Heine durante il suo soggiorno in Germania. Schelling interpreta infatti, come Fichte ed Hegel, l’Infinito come Ragione assoluta che si muove con necessità rigorosa da una determinazione all’altra, insiste sulla presenza, nel principio infinito, di un aspetto inconsapevole o immediato, analogo a quello che caratterizza l’esperienza estetica dell’uomo. Esperienza che ritroviamo nella poesia Tjutčev, pensiero filosofico che non elude il sentimento.

Lo Gatto, dopo aver annunciato l’opinione di Solov’ëv (concezione del mondo astratta ed espressa dottrinariamente, su cui noi non siamo per nulla d’accordo), di S. Frank (comprensione dei contorni tematici del suo totale sentimento dell’oggetto), di Ciževskij (interpretazione filosofico-poetica), definisce la poesia di Tjutčev frutto di una visione filosofica della vita, concepita panteisticamente. Si associa quindi a Ciževskij ritenendo che dei due motivi della filosofia della notte dei romantici tedeschi (la notte come sfondo per il libero giuoco delle nostre attività spirituali e la notte come rivelatrice delle profondità ontologiche, che non ci sono altrimenti accessibili), il poeta russo fa proprio soltanto il secondo, la notte cioè che ci apre l’accesso all’essenza eterna dell’universo. Il processo artistico avviene nel poeta duplicemente, con l’esteriorizzazione dello stato d’animo in immagini reali e l’interiorizzazione della realtà in immagini spirituali. [E. Lo Gatto, op. cit. p.286]

Noi pensiamo che, al di là dell’adesione al pensiero filosofico del romanticismo tedesco, Tjutčev ebbe un’anima che andava oltre ogni dottrina nel farsi il pensiero totalmente di essa, un’anima anche oltre il tempo e lo spazio che poteva quindi nell’attimo vivere la simbiosi del mistero, ed era proprio in essa, nella sua universalità, a prodursi la percezione dell’armonia cosmica.

Concordiamo anche con Bazzarelli che, nella parte introduttiva dell’antologia del 1993 da lui curata, oltre a mettere in luce anche l’idrofilia del poeta nella relazione Il cosmo e l’acqua al convegno a Gargnano sul Garda, rivendica unità e coerenza nel Canzoniere tjutceviano : La poesia di Tjutčev non può essere letta se non come un discorso profondo e coerente: non certo una serie di passaggi o di impressioni e discorsi: il canzoniere di Tjutčev è, così, unitario. [F.I. Tjutčev, Poesie (E: Buzzarelli a cura), BUR, 1993]

La Calusio poi, nell’altra antologia su Tjutčev pubblicata nello stesso anno, dimostrazione quindi dell’ interesse verso la poesia del diplomatico russo, ribadisce che la poesia tjutceviana va letta così com’è, senza il peso di ideologie sovrapposte. Bisogna lasciarsi prendere dalle sue folgorazioni paniche, da quel suo privilegiato spaziotempo che la Calusio definisce istante della sospensione, uno iato temporale tra passato e futuro che è vero presente, senza tempo e spazio, senza stasi per non essere presi da terrore, ed è per questo che Tjutčev ha visioni dinamiche che immergono nel flusso vitale. [F.I. Tjutčev, Poesie (M.Calusio a cura), BUR, 1993]

Non può non essere così in una poesia generata da profondità di sentire, anche se tale profondità è pur sempre frutto di pensiero, di un background culturale che diviene tutt’uno con l’anima del poeta, e più non si avverte. E’ stato sempre così in ogni poeta autentico.

Talora subentra, nel bel mezzo dell’attimo sereno, lontano da intrighi, gaudi e pene, un interrogarsi che interrompe il mondo d’ombre, non più percepito incanto ma felicità perduta, come distacco inspiegabile, mistero impossibile da svelare fra chi è ancora vivente materia immersa tra la turba ad ogni affetto immune e quell’ eliso d’ombre, dove posa il pensiero: L’anima mia è un eliso d’ombre chete, / di tenebre incantevoli e serene, / che sdegnano quest’ora senza quiete, / i suoi intrighi, i suoi gaudi e le sue pene. // Che c’è fra me e la vita qui vissuta, / anima, eliso d’ombre, di comune? / Fra voi, fantasmi d’una felicità perduta, / e questa turba ad ogni affetto immune? [R. Poggioli, op.cit., p.625]

C’è inoltre, nel procedere di riferimenti alla natura, una riflessione che va mutando considerazione. La natura è dapprima anima libera che ha in sé amore e favella, come annuncia nei seguenti versi: La natura non è ciò che voi pensate: / non un calco, non un sembiante inanimato; / vi è in essa un’anima, v’è in essa libertà, / v’è in essa amore, v’è in essa favella… E’ lo spirito visibile della meditazione di Schelling, su cui pur sorgeva un problema, [F. Schelling, Introduzione alle idee per una filosofia della natura, in L’empirismo filosofico e altri scritti (G. Preti a cura), La Nuova Italia, Firenze 1967, p.47] e Tjutčev ne percepisce il battito vivo. Prendono così avvio quegli elementi volti al visionario: non potevano non entusiasmare Solov’ëv, Blok, Belyj e gli altri simbolisti russi che sentirono in lui il precursore della stagione simbolista.

In vecchiaia, invece, Tjutčev annuncia lo spegnersi di quel sentimento da cui era scaturita la sua poesia: La natura è una sfinge. E tanto più sicuramente / con la sua tentazione essa rovina l’uomo / in quanto, forse dall’eternità mai / non c’è stato in essa né c’è alcun enigma. Cosa siamo dunque noi per la natura? Il Poeta dirà: … sentiamo confusamente / di non essere noi stessi che un sogno della natura. [E. Lo Gatto, op. cit. p. 287]

L’anima mundi che aveva vibrato in alvei, anche scoppianti d’ira, ad esempio nel vento impetuoso e pien di gelo (Sera d’autunno), oppure di piacere in tanti versi che cantano le stagioni, come quello dell’arcobaleno che si posa su un verde vertice oscillante (La calma dopo la tempesta), finisce col negarsi chiudendosi in uno sdegno quasi di dileggio.

Meditazioni che, sotto certi aspetti, ci riportano Leopardi. Già da tempo il Poeta de L’ Infinito aveva segnato il suo punto terreno, lasciando in versi immortali, dove il pensiero si fa alta creazione poetica, il suo interrogarsi sul senso dell’esistenza, sulla impossibilità di cogliere il mistero.

Aveva Tjutčev letto Leopardi, trasfuso nella sua anima solitaria di poeta russo elementi della Wethanschauung leopardiana? L’anima tjutceviana non può non essere solitaria nella romantica incapacità d’esprimere l’ineffabile, nella consapevolezza della impossibilità che l’altro possa cogliere il suo interiore mosaico. Significativi i versi di Silentium! nella bella traduzione di T. Landolfi, con il forte iussivo dell’incipit, portato innanzi in un discorso serrato, dominato dal verso Pensiero espresso è già menzogna, dall’ingiunzione ad imparare a vivere in se stessi, a lasciare nella propria anima quella che in sé accoglie la natura, la sua voce terribile e serena: Taci, nasconditi e occulta / i propri sogni e sentimenti; / Che nel profondo dell’anima tua / sorgano e volgano a tramonto / silenti, come nella notte / gli astri: contemplali tu e taci. // Può palesarsi il cuore mai? / Un altro potrà mai capirti? / Intenderà di che tu vivi? / Pensiero espresso è già menzogna. / Torba diviene la sommossa / fonte: tu ad essa bevi e taci. // Sappi in te stesso vivere soltanto. / Dentro di te celi tutto un mondo / d’incanti, magici pensieri, quali il fragore esterno introna, / quali il diurno raggio sperde: ascolta il loro canto e taci!...

La incomunicabilità di Tjutčev è, però, silenzio pieno di comunicazione, molto diversa quindi da quella degli eredi del nichilismo e dello scientifismo, dei soggetti massificati, inesistenti nella singolarità se non come forma di stravaganza banale. Nella scomparsa di ogni possibilità di comunicazione autentica, resta il falso Io, inconsistenza e frammentazione, perdita della interiorità.

Fëdor Ivanovič Tjutčev ha vissuto la propria singolarità nella sua interezza, mantenendo la significativa comunicazione con se stesso. Il suo Io, non deprivato di sogni e sentimenti, ha potuto bere ad una fonte non sommossa, vivere in sé, in un mondo d’incanti, magici pensieri, essere voce nella voce della natura, nel suo spirito.

E noi riflettiamo sulla perdita progressiva, inarrestabile, andata innanzi nel secolo che forse più degli altri passati ha messo in atto il disprezzo dell’uomo, sull’Io del terzo millennio che procede senza recupero o con finti recuperi.


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