Servizi
Contatti

Eventi



Totò
Antonio de Curtis,
altezza imperiale del riso e di altro ancora

Chi mi ha sparato questa fucilata al cuore?
Adesso basta, lasciatemi morire.

(Totò ai medici prima di morire)

In esergo le ultime parole di chi in una intervista dichiarò che da bambino aveva avuto la meningite “con la quale (aggiunse) si muore o si rimane stupidi. Io non sono morto”. Eccezionalmente genio della comicità e non solo, diciamo noi insieme ai tantissimi che di Totò hanno grande ammirazione. Da ogni zona del globo quotidianamente ci rimbalzano eventi tragici di cui è in massima parte responsabile l’essere che a male volge il ben dell’intelletto, divenendo più stupido della bestia. Così, come in ogni tempo, anche nel nostro andiamo alla ricerca di ciò che possa esorcizzare il male dell’esistenza strappandoci per brevi attimi il riso.

Facciamo zapping dinanzi alla televisione, ci fermiamo sulla comicità autentica di un attore, di frequente nel presente anno riproposto a memoria dei cinquant’anni dalla scomparsa. Sembra quella comicità, come tante altre capacità di un tempo, venuta meno in spettacoli e opere cinematografiche dove, per strappare il riso, di solito si punta sulla volgarità pesante e la berlina del sacro, sull’insulso.

Nel fare zapping ci compare lui, Totò, “Altezza Imperiale” del riso, scomparso ormai da cinque decenni, vivente ancora perché i grandi artisti e poeti non muoiono mai. E riesce Totò a strapparci ancora il riso. Difficile arte quella del comico, deve nascere dalla percezione di qualcosa di inadeguato, porlo in rilievo con naturalezza senza che contenga uno stretto riferimento a noi, come rileva Bergson, neppure il coinvolgimento in una qualche angoscia, inoltre deve il piacere che si congiunge a quel senso di superiorità essere improvviso e breve. In tutto ciò Totò resta insuperabile.

La comicità richiede di stimare e amare gli uomini non profondamente ma per coglierne gli aspetti artificiosi, non quelli seri dell’esistenza sui quali può soffermarsi la satira o l’umorismo colorando l’evento comico di umana simpatia e comprensione. Pirandello rileva: “Il comico è appunto un avvertimento del contrario. Ma se ora interviene in me la riflessione… ecco che io non posso più ridere come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andare oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico”.

Del sentimento di superiorità, che crede di avere sul soggetto comico l’osservatore, parla già Platone, mentre Aristotele individua la comicità nel difetto altrui che non suscita ripugnanza né provoca offesa. Bene a ragione per Cicerone noi, osservando l’azione comica, rompiamo la monotonia della vita (oggi siamo, purtroppo, passati ad altro), e allo stesso modo pensava Quintiliano che del pensiero di Cicerone era grande estimatore. In definitiva, comica diventa la forte contraddizione offertaci dall’assurdo proposto come cosa seria (è quel che sostiene Richter), oppure il contrasto tra grandezza e piccolezza. Basta anche uno spezzone di qualche film dove recita Totò a comprovare quanto della comicità hanno sostenuto filosofi di varie epoche e scuole. Tutto in lui è perfettamente volto all’effetto del riso: tratti fisiognomici cui si correlano celermente espressioni linguistiche nel lessico che maggiormente si confà alla situazione che si vuole offrire ma senza scadere, anzi talora si eleva creando anche i voluti equivoci.

Lunga la lista dei film comici, diretti da registi di fama (Steno, Monicelli, Mattoli, Mastrocinque, Bragaglia…), sono un centinaio, ne menzioniamo ben pochi: San Giovanni Decollato (1940, primo suo film di successo), Fifa e Arena (1948), Totò cerca casa (1949), 47 morto che parla (1950), Totò Tarzan (1950), Guardie e ladri (1951), L’uomo, la bestia e la virtù (1953), Miseria e nobiltà (1954), Siamo uomini o caporali (1955), La banda degli onesti (1956), Totò, Peppino e la malafemmina (1956), Signori si nasce (1960), Chi si ferma è perduto (1960), I due marescialli (1961). Totò, che prima è stato per lunghi anni applaudito nei maggiori teatri italiani e al teatro pensa negli ultimi anni di rientrare con uno spettacolo insieme a Peppino De Filippo, attende, però, di essere chiamato dal grande Federico Fellini.

Il regista troppo tardi pensa di fargli interpretare il Pulcinella scritto da Roberto Rossellini, tentenna, forse perché sa Totò libero da copioni, interprete di ruoli in piena libertà. Totò è per Fellini “un fatto naturale”, può quindi, a suo avviso, essere solo “fotografato”, non “sopraffatto da artifici scenici o di copione”, mentre l’attore deve attenersi al copione, seguire la direzione del regista. Pure Giuseppe Patroni Griffi tardi pensa di assegnargli una parte in Napoli notte e giorno di Raffaele Viviani, così Nanni Loy con Il padre di famiglia (1967) dove Totò recita solo una scena prima di essere colto da malore, si sarebbe poi ripetuto, lo avrebbe stroncato.

Invece Pier Paolo Pasolini ha (pur se siamo negli ultimi anni e si sono in Totò accentuati i problemi di salute, tra cui la progressiva riduzione della vista) il tempo di porre in atto la reinvenzione a modo suo del personaggio di Totò nel film, Uccellacci e uccellini (1966), definito “favola filosofica in chiave marxista”, e in due ‘corti’, La Terra vista dalla Luna (1966), episodio lirico-surreale del film Le streghe, e Che cosa sono le nuvole? (1967), episodio del film Capriccio all’italiana e ultima recitazione di Totò.

Nelle opere filmiche di Pasolini Totò è un personaggio dagli interrogativi esistenziali con esiti lirici che paiono volgersi alla ricerca di un collegamento con il noumeno, e si veste di dolcezza e saggezza, di surrealismo, appare distaccato dalle cose. E’ il Totò che ha patito freddo e fame, che ha sperimentato amore e dolore, la disperazione della solitudine, la paura nel primo conflitto mondiale (arruolatosi volontario, subito si ritirò per subentrati problemi di salute) e nella seconda guerra mondiale con occupazione tedesca e bombardamenti degli alleati. Ad opera di Pasolini, intellettuale e poeta verso cui ha ammirazione, Totò offre un diverso se stesso con guizzi surreali, seguendo ciò che il regista suggerisce, ed entrambi stemperano, con la presenza scherzosa di Ninetto Davoli (altro protagonista), l’iniziale imbarazzo e distacco.

Pasolini gli dà la possibilità di porre in azione le inconfutabili sue capacità non solo nei ruoli comici. Ma Totò, compositore di tante canzoni di successo (basti per tutte Malafemmena), è anche poeta e affida all’Editore Fausto Fiorentino di Napoli una raccolta di ventisei poesie napoletane. Il libro, intitolato A livella dalla poesia più nota, viene nel 1964 edito in prima edizione con tiratura limitata. Grande successo ed è ripubblicato in seguito varie volte, anche quest’anno per i cinquant’anni dalla scomparsa di Antonio de Curtis.

Prefatore è il giornalista e scrittore Carlo Nazzaro che, tra l’altro, scrive: “Le poesie di Totò. Sono forse il suo “Violon d’Ingres”; forse, ancora di più: corollarii ed effusioni di infinite malinconie e nostalgie e tenerezze e ironie che l’esigenza del palcoscenico sopprime e la telecamera crudamente recide… Un’ombra di mestizia scende sul volto del principe del sorriso… Fuori del palcoscenico Totò non ride”. Nelle liriche, talune brevi, altre con andamento narrativo, in endecasillabi o versi ampliati e a rima perlopiù alternata, Totò canta l’amore, la bellezza della giovinezza cui si congiunge il sentimento nostalgico della perdita, ma offre anche amare riflessioni su un mondo costretto quasi per legge naturale ad andare in un modo che non è quello giusto, per cui sono quasi velleitari certi sentimenti di compassione o di condanna.

Introduce animali (il serpente, il cavallo, l’asino, la gatta, il sorcio…), dialoganti non solo tra di loro come nella tradizione che ad Esopo si riferisce, anche con lui, e lo sollecitano talora ad accettare ciò che per diritto di natura va fatto. Ma parlano anche le cose, pur esse destinate alla vecchiaia e alla fine, allo squaglio (il carro armato prima un “Tigre” al cui passaggio il popolo tremava, la bellissima Giulietta capitata in mani inadatte), nostalgiche anch’esse della bellezza perduta, a differenza dell’uomo, però, utili ancora: Io so’ cosa faranno del mio squaglio: / cuperchie ‘e cassarole, rubinette, / incudini, martelli, o qualche maglio, / e na duzzina ‘e fierre pe’ stirà /… invece‘e n’ommo, quanno se n’è ghiuto, / manco na cafettera se po’ ffa’!

A parte poi la ben nota ‘A livella che, attraverso il dialogo tra due defunti, l’uno netturbino e l’altro nobile, evidenzia la sciocca prosopopea di chi non ha ancora compreso che la morte tutti livella, ci sono altre liriche, ‘O schiattamuorto, a esempio, dov’è pure presente la riflessione sulla morte: Si’ povero, si’ ricco, si’ putente, / ‘nfaccia a sti cose chella fa ‘a gnurante / comme a ‘nu sbirro che t’adda arrestà. A che valgono dunque i funerali di prima classe, quel non volersi confondere con la massa /…se ‘e llire ‘e llasse ccà?

E Totò esorcizza il trapasso dicendo che per lui è ‘nu passaggio dal sonoro al muto. Antonio de Curtis muore a Roma per attacco cardiaco alle ore 03.30 del 15 aprile 1967. Dopo una semplice benedizione a causa della convivenza con Franca Faldini, la salma è trasferita a Napoli dove, salutata da una folla immensa, viene poi riposta nella cappella de Curtis al Pianto. Totò, a buon diritto ritenuto uno dei più geniali attori della comicità, di gradimento giammai spento nel corso dei decenni, neppure in quest’ultimo tempo di forti trasformazioni, anche nella percezione e nel gusto di quanto può definirsi ‘comico’, vive pure nella reinvenzione del personaggio operata da Pier Paolo Pasolini, inoltre come autore di canzoni e poeta.

Franca Faldini compagna di Totò negli ultimi quindici anni di vita.

Totò, ovvero Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porgirogenito Gagliardi de Curtis di Bisanzio, non solo Altezza Imperiale anche Conte Palatino, Cavaliere del Sacro Romano Impero, Esarca di Ravenna, Duca di Macedonia nonché Principe di Costantinopoli e duca, conte e conte duca di tanti territori sparsi tra i Balcani e la Grecia, nasce alle ore 7.30 del 15 febbraio 1898 in Napoli, al rione Sanità, in via Santa Maria Antesaecula al n. 109 (secondo altre fonti al n. 107) e viene registrato come figlio di Anna Clemente e di NN. Sin da giovanissimo afferma di essere nato dalla relazione della madre con Giuseppe de Curtis, un marchese male in arnese il cui padre era contrario alle nozze con una popolana. Per questo riconoscimento Totò, ragazzino poco amante della scuola (non consegue la licenza ginnasiale e intanto si trova, per il boxare scherzoso di un insegnante, deviato il setto nasale) ma dei vicoli di Napoli, dei personaggi comici e dei teatrini dove nel 1913/14 debutta, lotta sino al pieno conseguimento araldico nel 1945.

Ma già nel 1928 Antonio Clemente diventa Antonio de Curtis: dopo la morte del marchese che si opponeva alle nozze, Giuseppe de Curtis può sposare Anna Clemente, riconoscere Antonio come figlio e trasferirsi con la famiglia a Roma. Totò continua, però, ad accanirsi per il riconoscimento completo della sua nobiltà, pur essendo ormai senza problemi economici, molto richiesto com’è sulle scene di tutta Italia per il particolare personaggio che si è creato (marionetta disarticolata con bombetta, tight oltre misura, scarpe basse e calze colorate) e molto amato, oltre che dal pubblico, anche dalle donne. Liliana Castagnola giunge addirittura a suicidarsi dopo un suo rifiuto, e Totò serba di lei memoria nel nome Liliana dato alla figlia avuta nel 1933 dalla moglie Diana Bandini Lucchesini Rogliani, sposata nel 1935, matrimonio annullato poi nel 1940 per la proverbiale gelosia dell’attore.

Dopo ha solo storie che non durano, poi nel 1952 s’innamora della giovanissima Franca Faldini, non la sposa, però con lei convive sino alla fine. Ma, tornando alla nobiltà, egli stesso più volte in interviste asserisce che la storia della nobiltà è una sciocchezza, poi, però, aggiunge di tenerci. Si rende quindi conto di quanto sciocca sia la nobiltà se la morte tutti livella, ma prima c’è la vita e questa anche per lui vuole le sue soddisfazioni. Forse gli è rimasto fisso quel “figlio di Anna Clemente e di NN” che solo il riconoscimento della nobiltà può per lui annullare; e lo ha al completo nel 1945 dopo anni di battaglie giudiziarie, quando si è affermato anche nel cinema, quello di De Sica, della Barzizza, di Aldo Fabrizi, della Magnani, di Nino Taranto e Peppino De Filippo, degli altri registi e attori che hanno segnato la storia del cinema italiano.

Non gli basta, alla nobiltà ci tiene pure lui, e anche questo volere ciò ch’egli stesso sa di nessun valore lo avvicina all’umanità di tutti noi che corriamo dietro al nulla. Un nulla diverso per ciascuno, ma pur sempre nulla. L’uomo è fatto così: incespica talora nella verità, alzandosi la trascura, continua ad essere quello di sempre.

Là dove Totò è (nel Creatore credeva, non sappiamo nell’aldilà) forse gioisce della Laurea honoris causa, in Discipline della Musica e dello Spettacolo. Storia e Teoria, attribuitagli in memoriam dall’Università degli studi di Napoli Federico II lo scorso 15 aprile 2017. E gioisce pure del monolite inaugurato in suo onore a Napoli, della moneta di cinque euro in suo onore che la Zecca dello Stato conierà in autunno, delle tantissime manifestazioni in corso non solo a Napoli. Ma noi continuiamo a pensare da viventi terrestri, ci sorge quindi un dubbio: è anche lassù gratificazione quanto viene realizzato per onorare la memoria?

Siamo comunque qui, riprendiamo ad onorarlo riportando un pensiero del regista Monicelli, che è il suo tardivo mea culpa: “Con Totò forse abbiamo sbagliato tutto! Lui era un genio, non solo un grandissimo attore. E noi lo abbiamo ridotto, contenuto, obbligato a trasformarsi in un uomo comune tarpandogli le ali”. Che, tuttavia, lo fanno volare ancora oggi, a cinquant’anni dalla scomparsa.

agosto 2017

Bibliografia

Orio Caldiron, Il Principe Totò, Gremese Editore, 2002.

Antonio de Curtis, ‘A livella, Fausto Fiorentino Editore, 1964.

Platone, Filebo, Feltrinelli 2004.

Aristotele, Poetica, Bompiani 2007.

Luigi Pirandello, L’umorismo, Garzanti 2004.

Jean. Paul Richter, Il comico, l’umorismo e l’arguzia, trad. E. Spedicato, Il poligrafo, Padova, 1994.

H. Bergson, Il riso. Saggio sul significato del comico, Editori Laterza, 2007

Materiale
Literary © 1997-2017 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza