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Arnolfo di Cambio, Presepe, Roma, Chiesa di Santa Maria Maggiore (1291).

Un Natale
con le quattro capriole di fumo del focolare

Presepe, Roma, Piazza San Pietro.

Annus horribilis il 2020 che a breve abbandoneremo senza rimpianto pensando a quel che si è vissuto e si continua a vivere. Un anno da contrapporre ad annus mirabilis, definizione quest’ultima da ascriversi al poeta inglese John Dryden in relazione all’anno 1666 che, nonostante il grande incendio di Londra con la distruzione di oltre tredicimila abitazioni, di decine e decine di chiese, di ponti e porte della città, ma anche dei ratti che avevano propagato la peste che in quell’anno finì, non fece segnalare altri eventi ancor più nefasti come il triplice 6, numero cosiddetto della Bestia, lasciava presagire. A dire il vero, nel corso della storia, tra pestilenze, carestie e guerre, più ricorrente è l’annus horribilis rispetto a quello mirabilis, e noi stiamo vivendo a pieno quello per la drammatica situazione creata dal Covid 19 a livello mondiale, non solo sotto il profilo della salute fortemente in bilico per ciascuno di noi, anche delle normali possibilità di sussistenza dei popoli, di gran lunga ridotte rispetto a quelle già precarie del precedente tempo.

Arnolfo di Cambio

John Dryden

Ci avviciniamo al Natale, la festa più sentita da tutti per l’ampliarsi del significato non più esclusivamente religioso anche laico e di ritorno quasi al pagano. Ma noi passiamo oltre lo scintillio del consumismo, torniamo alla incarnazione del Verbo di Dio, a Cristo Redemptor mundi o Redemptor hominis, come titolava la sua prima enciclica (4 marzo 1979) Giovanni Paolo II a pochi mesi dall’inizio del suo pontificato.

Giotto, Natività, Padova Cappella degli Scrovegni.

Sandro Botticelli, Adorazione dei Magi, Firenze, Uffizi.

Papa Wojtyla che nell’incipit ricorda la sacra Liturgia O felice colpa, che meritò di avere un tanto nobile e grande Redentore!, indica nella comprensione della persona umana e della persona di Cristo la via per allontanare la crisi dello spirito in ogni parte del globo presente. Ad essa viene opposto il mistero della redenzione che è l’amore di Dio per l’umanità, senza il quale non c’è salvezza: L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per sé stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente. E perciò appunto Cristo Redentore rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso. E poi: Gesù Cristo va incontro all’uomo di ogni epoca, anche della nostra epoca, con le stesse parole: Conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi. Queste parole racchiudono una fondamentale esigenza ed insieme un ammonimento: l’esigenza di un rapporto onesto nei riguardi della verità, come condizione di un’autentica libertà; e l’ammonimento, altresì, perché sia evitata qualsiasi libertà apparente, ogni libertà superficiale e unilaterale, ogni libertà che non penetri tutta la verità sull’uomo e sul mondo, contenuta nel mistero della incarnazione e della Redenzione, con la potenza di quell’amore che da essa irradia.

Alessandro Manzoni, Gli Inni Sacri, 1812-1817.

E riproponiamo alcuni versi da Natale di Alessandro Manzoni dove, nelle immagini tratte dai testi sacri, viene esaltata la nascita del Redentore, unica possibilità di salvezza per l’uomo, figliol del fallo primo:

Qual masso che dal vertice di lunga erta montana, abbandonato all’impeto di rumorosa frana per lo scheggiato calle precipitando a valle, batte sul fondo e sta…

Tal si giaceva il misero figliol del fallo primo…

Ecco ci è dato un Pargolo, ci fu largito un Figlio: le avverse forze tremano al mover del suo ciglio: all’uom la mano Ei porge, che si ravviva, e sorge…

Dormi, o Celeste: i popoli chi nato sia non sanno; ma il dì verrà che nobile retaggio tuo saranno;… conosceranno il Re”.

Ma l’Occidente dal grande sviluppo tecnologico e materiale, schiavo del suo prodotto, non vive più lo spirito di Alessandro Manzoni, della sua contemporaneità, molto porta via il tempo, i secoli con trasformazioni che sono talora perdite mentre si presentano come progresso: non ha l’Occidente più quel sentire che riconosce la vanità di ogni sforzo di salvezza, né l’essere umano, segnato dalla colpa e dal male, ha l’umiltà di affidarsi al Pargolo che redime, da lungo tempo è approdato al nichilismo, è chremata la sua misura di tutte le cose, quindi di sé.

Protagora.

György Lukács

Invisibili flussi finanziari corrono ora in rete, inattingibili alla massa con in sorte sempre la stessa sorte lontana da verità e giustizia. Tuttavia pensiamo che nessuno anche nel nostro tempo, neppure gli amanti del Potere nelle sue svariate forme, possa mettere completamente a tacere la sua parte spirituale, rinnegare sé stesso. L’individuo è un orfano – afferma il filosofo ungherese György Lukács in Teoria del romanzo – un libro venuto fuori dal suo veemente rifiuto della guerra scoppiata il 1914 – un nostalgico del mondo perduto, che si aggira in una realtà non più illuminata dalla luce delle stelle e che anzi soffre la nostalgia di qualsiasi cielo stellato.

E ciò maggiormente da quando il relativismo è divenuto denominatore comune dell’incertezza umana e universale per cui impossibile è la conoscenza, come l’etica, dato che vengono negati giudizi e principi morali validi in assoluto. Oggi ancor di più l’umanità è incerta: l’infinitamente piccolo ci tiene sulla corda, il Covid 19 toglie, con l’imposizione della mascherina, persino il sorriso da donare all’altro cui è negato pure l’abbraccio, e piega a norme per diverse motivazioni poco accette nella normalità del quotidiano. Sono poi, le stesse norme, ritenute intollerabili nella festività del Natale che, pur se non lega il mondo materiale visibile al mondo spirituale invisibile non giungendo ad essere, come diceva San Pio da Pietrelcina, stella a guidarci lungo il deserto della vita presente, resta nel mondo pur sempre per tutti pausa agognata.

Padre PIo da Pietrelcina.

Viene dal 25 dicembre al 1° gennaio celebrata la nascita del Redentore insieme all’Amore materno, e ciò da quando nella seconda metà del IV sec. si volle alla festa pagana del ‘sole invitto’ sovrapporre la festa della nascita di Cristo, il vero sole. Una festa che crebbe di solennità nei maestosi templi cristiani di cui nei secoli iniziarono a ornarsi le città, nelle chiese che ogni borgo erigeva. Christus natus est nobis. Venite adoremus… E’ l’inizio delle celebrazioni della mezzanotte con Adeste, fideles, con liturgie religiose, riti e tradizioni, con il primo presepe vivente realizzato da San Francesco d’Assisi il 1223 a Greccio, un piccolo centro in provincia di Rieti, divenuto poi quel presepe tradizione in tanti altri paesi, ancora oggi presente in alcuni borghi. Poi, soprattutto dal Settecento la Natività si fa composizione plastica con personaggi e luoghi della tradizione evangelica, suggestiva scenografia artistica di cui vanno orgogliose le regioni d’Italia, ma anche altre parti non solo d’Europa, pure dell’America Latina e dell’Africa.

Giotto, Natività, Assisi, Basilica inferiore.

Giorgione, Adorazione dei pastori Allendale, Washington National Gallery .

Già dal Medio Evo, però, la Natività è ampiamente rappresentata in scultura e in pittura: basti pensare a Niccolò Pisano, Arnolfo di Cambio, Giotto, Botticelli, Ghirlandaio, Piero della Francesca, Giorgione, Caravaggio, El Greco... Le chiusure dovute al Covid 19 tolgono il piacere di poter ammirare nei Musei anche le particolari realizzazioni della Natività da parte di artisti che la Storia dell’Arte pone in rilievo. Siamo andati tempo fa, quando le norme lo permettevano, a rivedere la Natività di Arnolfo di Cambio, il presepe più antico del mondo, commissionato da Niccolò IV il 1288 ad uno scultore e architetto noto per la realizzazione di monumenti (famosi quelli di Papa Bonifacio VIII e di Carlo I d’Angiò), di cibori (in San Paolo fuori le mura e in Santa Cecilia a Trastevere), inoltre della statua bronzea di San Pietro presente in San Pietro e, come architetto, della progettazione di Santa Maria in Aracoeli.

La Natività, composta di otto statue, alcune delle quali disperse, è custodita a Roma nel Museo di Santa Maria Maggiore e, nonostante la dispersione, rimanda l’armonia di una semplicità unica, la bellezza di un’arte che nel fruitore produce sentimenti pulsanti dalla narrazione, un rasserenante motus animi. Quest’anno in Piazza San Pietro è stato accolto il presepe realizzato tra il 1965 e il 1975 da studenti dell’Istituto d’Arte Grue di Castelli, suggestivo borgo in provincia di Teramo, noto per i lavori in ceramica. Il periodo della realizzazione è quello delle realizzazioni spaziali, forse per questo le figure della composizione sono quasi robotizzate e tutto rimandano fuorché la serenità di cui sentiamo necessità soprattutto per la presenza del virus angosciante. Volti più al negativo i giudizi, ma forse si è voluto, con la presenza di siffatto presepe nella Piazza più importante della Cristianità, gratificare Castelli che è nell’Abruzzo così martoriato dal terremoto. Insieme al presepe si è poi diffusa, anzi pian piano è prevalsa, la tradizione nordica dell’albero addobbato in piazze e case, di strade e negozi scintillanti di colori. Resiste la mensa insieme a familiari, parenti e amici coi piatti tradizionali al suono delle tipiche canzoni natalizie, e sono prevalsi i doni, ai piccoli e pure agli adulti con crescita di guadagno per i venditori. E sono proprio questi ultimi ad essere maggiormente in sofferenza per la chiusura.

Il Natale è divenuto simbologia del dono da dare e da ricevere mentre si sta a mensa tutti insieme dove maggiormente si può per disponibilità di spazio, oppure (costume invalso ormai da decenni) in un ristorante, senza sobbarcarsi più alla fatica dei preparativi, contribuendo così pure a mantenere viva la catena dei ristoratori ed evitando inoltre di dover gestire controversie familiari che più facilmente sorgono all’interno delle pareti domestiche. E per coloro il cui conto in banca è di parecchi zeri c’è il Natale in qualche località rinomata per le attrezzature sciistiche o anche per le spiagge che offrono il sole estivo. Quello cui dobbiamo rinunciare a causa della pandemia è, a dire il vero, il Natale della gioia collettiva apparente perché riflette il vuoto che ormai ci abita con l’assenza della spiritualità autentica: il credo non dal Covid è stato sconfitto ma da tutto ciò che ha minato le radici dell’Occidente da quando è prevalso in maniera spropositata quel chrémata come concezione patrimoniale a misura dell’uomo, da quando si sono miscelate quelle radici con altre radici che stanno prevalendo perché con forza sostenute e ultimamente quasi imposte a un Occidente debole, rinunciatario della sua identità, che male vive la fase che i filosofi (Dilthey, Rorty…) definiscono di transizione o di post-modernità.

Phippe de Mazerolles, L'assedio di Costantinopoli (1470)

Charles de Steuben, Carlo alla battaglia di Poitiers, Versailles (1834-1837).

A difenderci dall’assalto non c’è quindi oggi alcun annuncio di pensiero fermo, forte, e nella prassi non può esserci, come nei lontani secoli, qualcuno come l’imperatore bizantino Costantino IV vittorioso dell’assedio di Costantinopoli (674), né un Carlo Martello a Poitiers (732). Allora l’Occidente, fermo nella sua identità, non fu soccombente. Potrebbe (è speranza ed augurio!) la forzata solitudine di questo Natale, che dovrebbe toccare anche ai Potenti, portare nei reggitori laici e religiosi riflessioni sulla identità gettata ai rovi, in noi tutti placare le inquietudini esistenziali stando magari, come Ungaretti in una pausa di lontananza dalla trincea, con le quattro / capriole / di fumo / del focolare, farci forse scoprire anche la verità che giace nel profondo. E non è detto poi che per il comune mortale l’esplorazione di ciò che è al di là della norma del Natale dei nostri anni passati non possa mettere in luce anche il fantastico, che è poi piacere, e insieme rivelare la parte migliore di noi che abbiamo persa. Anche dal negativo di questo Natale potrebbe venire la rinascita, senza la quale niente può considerarsi vivo del tutto.

Giuseppe Ungaretti, Porto sepolto (1916)

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