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Mezzogiorno dell'animo
Leggendo poesia capita di imbattersi in testi dettati da un’improvvisa
maturazione umana; avvenuta, si direbbe, per balzi, fratture, scosse delle quali
i versi sono un fedele sismografo, in grado di accorciare le distanze fra
biografia e letteratura. Non è detto che ogni verso sia all’altezza del portato
umano, vi è però quella incandescenza naturale, quella onestà dello spirito, per
dirla con Saba, quella aderenza alla propria natura, che è segno di vera, grande
poesia. Sono queste le prime impressioni che si hanno nel leggere Mezzogiorno
dell’animo di Enrico Pietrangeli, sostanziate da una lettura sistemica che
riconosce nell’architettura del macrotesto uno degli aspetti più interessanti di
questa nuova fatica del poeta romano; che fra l’altro mette a sistema, insieme
agli inediti, anche testi editi degli anni Novanta e Duemila, testimoniando il
fermento, la macerazione, il lavoro di lima che sta dietro a questa opera.
Pietrangeli procede in una ricognizione del dolore, nelle
dodici sezioni che compongono il libro, sviscerandone ogni aspetto, fisico,
spirituale, umano, naturale. Da dove venga tutto ciò è difficile dirlo, anche se
appare evidente l’emersione nei testi, come la punta di un iceberg, di quel
rovello interiore segno di una qualche ‘metanoia’. L’occasione del dolore è
occasione di crescita, di una catarsi nella quale il divino ha un ruolo
fondante. Emerge la figura del Cristo sofferente, che nel dolore della croce
purifica e ‘disinfetta’ l’umanità come l’anima del poeta: “Del dolore mondato
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disseppellendo amore | tra cumuli di fango e macerie. | nell’anima commisurabile
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d’innocente, travolgente corsa | ove tutto, al fine, è donato. | Pende dalla
croce, | vergato e proscritto, | della vita prosciolto | e dal Padre raccolto.” Vi
è dunque una prospettiva teleologica della sofferenza come ritorno a un Eden
perduto, un luogo fatto di dignità e purezza: termini come ‘infetto’ e
‘disinfettato’ appartenenti alla sfera del corpo e della materia, presto
debordano in quella dello spirito, costantemente minacciata da un processo di
suppurazione, che è specchio della devastazione della società contemporanea
occidentale. Si indugia, a volte, in particolari dai tratti secenteschi di un
barocco macabro, fatto di “ratti infetti”, “vermi” e “lingue di serpenti” che si
apprestano a banchettare su “cuore, fegato e cervello.” Anche questo può essere
letto come segno di una waste land caratterizzante il territorio naturale e
spirituale del poeta. Non mancano i cortocircuiti, i paradossi, in alcuni casi
affidati a brillanti prose come “Un giorno, una mosca, per caso”.
Tutto, per Pietrangeli, è riportato al dolore come ciclo
universale di nascita e vita e morte, come magia di un fuoco che brucia il
sentimento per farlo rinascere dalle proprie ceneri, bilanciandolo con il
pensiero, il logos: “Mondato sperma di castità | dei pensieri l’utero feconda
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tornando gravido dal ventre, | altri natali la tomba attende.” Ecco allora che il
Nostro riflette sull’amore, sul cosmo, sull’universalità dell’esistere; impone
una poesia dai caratteri universali, sovrabbondante nelle immagini, poderosa
nell’architettura formale, a tratti acuminata, tagliente. Pietrangeli affronta
il suo mezzogiorno come un’ascesa al proprio monte ventoso, e ce ne riporta
l’essenza, il succo distillato della poesia.
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Recensione |
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Mezzogiorno dell'animo
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poesia
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| Autori |
| • | Enrico Pietrangeli |
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Edizione:
Cleup Editore
Padova 2011 |
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| ntroduzione dell'autore. Foto di copertina di Roberto Colombo realizzata il 6 agosto 2011 alla tappa di Legnago della “CicloInVersoRoMagna 2011” - pp. 100 |
| prezzo: € 10,00 |
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| Recensione a cura di |
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Pubblicata su:
Literary nr.1/2012
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