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La solitudine del cielo

Una foresta di simboli
Il viaggio visionario di Giovanni Sato

Già il titolo del libro, fortemente emblematico, La solitudine del cielo, apre ad una dimensione esistenziale metafisica, straordinariamente ricca e densa di significati.

La lingua dell’autore, volta essenzialmente ad un discorso lirico, tende sempre, come ha ben delineato Elisa Davoglio, alla ricerca dell’immagine perfetta, della metafora limpida, immediatamente risolutiva. Per giungere a tale fine ,Giovanni Sato attinge direttamente alla sinestesia: la scrittura si fa unitamente colore, suono, odore, nella difficile opera di traslitterazione del pensiero in parola, in cui si annulla la stessa dimensione spazio-temporale.

La poetica satiana è diretta essenzialmente alla ricerca delle ragioni ultime dell’esistenza e della bellezza, quest’ultima rappresentata dalla rosa: “Cerco nell’aria il sogno della rosa, / ora svegliata gli occhi si riposa / sul verde terra ed alzata vola  / da stelo a cielo // da notte a giorno”.

È un lungo viaggio visionario, quello che compie il nostro autore, attraverso un’ ambita ed illuminata “visione interiore”, che lo possa condurre ad un’assoluta unità con tutto il cosmo: “Nell’umiltà però e dentro gli occhi un fine, / lo scopo che un breve suono sia  //l ’illuminata / visione interiore”.

Come facilmente, da quanto enunciato, si può comprendere, La solitudine del cielo( ed. Biblioteca dei Leoni ,Castelfranco Veneto 2015) è una raccolta di liriche estremamente vibranti di contenuti e di simboli. A questo riguardo è da sottolineare come tutti gli elementi della natura, per l’autore, diventino simboli, elementi essenziali alla sua ascesi personale, al suo librarsi  in un luminoso altrove. Con lo sguardo rivolto alla natura l’autore ristabilisce un ordine di valori che si sta perdendo nel nostro mondo moderno dominato dall’uomo e dalla tecnologia. Un tempo la vita dell'uomo stesso era connessa completamente alla Natura e ai beni che questa gli donava attraverso gli alberi e le piante.

In particolare l’albero era considerato un veicolo di comunicazione tra il mondo degli inferi, la terra e il cielo. La conoscenza stessa non poteva che passare attraverso l’albero. San Bernardo da Chiaravalle già nel XII secolo diceva: “Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi ti insegneranno le cose che nessun maestro ti dirà.” Scrive Giovanni Sato, attingendo al pensiero di San Bernardo :“leggo l’albero prima della carta / un foglio di quercia nella durezza svolge / segni di cuori e nomi ormai scomparsi // leggo le foglie come fossero un libro” .In un'altra lirica il nostro autore identifica il bene stesso con la pianta: “Il bene è l’albero dritto verso il cielo / nella sua fissità simile all’anima / che nelle cose abita e negli esseri / dona la voce per uscire all’aria”. Particolarmente significativa è la poesia dedicata all’albero inverso, che potrebbe, idealmente, rimandare all’ arbor inversa della filosofia platonica, ovvero all’albero con le radici puntate verso l’alto,(l’uomo stesso, secondo tale concezione, è un’ arbor inversa, le cui radici sono i capelli e i rami le braccia, perché il suo humus, la terra su cui è posto è il cielo). Tutte le implicazioni suggerite da questo simbolo toccano un punto particolarmente delicato e sostanziale del pensiero religioso in generale, cioè il rapporto tra il mondo e il divino e più in particolare il legame tra l’immanenza e la trascendenza di Dio. Anche i testi vedici, e non solo questi, attestano la tradizione dell’albero rovesciato, che deriverebbe da una particolare concezione del ruolo del sole e della luce sulla crescita degli esseri viventi: questi, infatti, assorbono la vita dall’alto e si sforzano di farla penetrare in basso. Ne deriva un rovesciamento di immagini, in base al quale la vita proviene dal cielo per penetrare nella terra. Scrive il nostro autore: “L’albero inverso / ha caduchi fiori / riversi / ma hanno vissuto il meglio dei giorni. / Approssimati al cuore / come sono i notturni / ricordi.”

Anche le foglie ,molto presenti nelle liriche satiane, come gli alberi e tutti gli elementi della natura, hanno una loro simbologia. A quelle morte è associata, da sempre, l’'idea della precarietà della vita umana, suona la celebre poesia d’Ungaretti  Soldati :“Si sta / come d’autunno / sugli alberi / le foglie”. Nel pieno del loro pieno rigoglio sono, invece, espressione della vitalità di una pianta. Per il nostro autore, sensibile alla cultura orientale, esse hanno, comunque, in ogni fase della loro esistenza, un valore positivo: “Tirando sulle foglie morte / ne prendiamo l’essenza / e l’ultima linfa segue i nostri passi / come i baci seguono la scia / del loro unico corpo”.

Una costante tensione psichica ed intellettiva conduce il poeta alla ricerca della conoscenza, alla fonte ultima della nostra essenza:“ Questo mi salva / aprire ogni giorno / scrigni segreti della mente / indovinando quali nubi verranno/e quali soli . Più volte egli ha ribadito che l’ispirazione a scrivere questo libro gli è scaturita dalla lettura della breve raccolta, l’unica scritta in francese, di Rainer Maria Rilke, Les roses, quasi interamente dedicata al tema della rosa.

Questo splendido fiore è stato da sempre fonte per grandi cicli narrativi fin dal medioevo, ricordiamo il "Romanzo della Rosa", che ebbe all’epoca un successo ed una diffusione straordinari, inoltre ha in ogni tempo ispirato una schiera innumerevole di poeti. Naturalmente la sua sublimazione avviene nel "Paradiso" di Dante, in cui la Rosa Mistica rappresenta l’apoteosi della beatitudine e della perfezione. Scrive in un verso di Giovanni Sato: “La verità è nell’anima / che schiude la conoscenza della Rosa.

Il poeta tende costantemente alla ricerca dell’ascesi, che come lo stesso precisa comincia dalle cose: L’eternità è Ora in questo / Hic che in ogni istante è la Rosa / che diventa sempre più Cuore”.

Ma l’ascesi tramite la quale si raggiunge il cielo, simbolo da sempre del trascendente, abbisogna del silenzio, perché solo da questo può nascere la parola, in quanto apre alla rivelazione:“ Solo restare / nel silenziosuono nel ritmo / salvifico della risacca. // Nella lontananza tutt’uno / essere con l’essere / del cielo”. Sato ricerca nel silenzio, dunque, “l’illuminata visione” capace di rendere il suono musica, parola, immagine, in una sinestesia quasi magica: “mi sto abituando ai ritmi del silenzio, / l’orizzonte è muto / nessun suono/se non il varare /  entropico di nubi”.

I versi del nostro autore sono brevi, essenziali, ma talvolta criptici e, forse, velati di orfismo: la sua parola e il suo sguardo sembrano rivolti alternativamente al cielo o alla terra, per ricercare ciò che possa introdurre al mistero e a quel fiore azzurro, da lui costantemente ricercato. Quel fiore azzurro che è l’indicibile della poesia ed è al contempo sinonimo dell’ascesi al mistero e alla bellezza. Recitano i versi di una delle ultime liriche del libro: “Passerà una vita e non saremo mai / la purezza di questo cielo / e il suo restare oltre le parole // un silenzioso fragore di bellezza” e più oltre: “ma ci resta quest’attimo / che ci innalza dalle rovine // passaggio d’ali/in cui restare come rosa”.

Recensione
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