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Le cose del mondo

Viaggio tra gli oggetti del pensiero

Il libro “Le cose del mondo”, pubblicato, nel gennaio 2020, nella prestigiosa collana Lo Specchio delle edizioni Mondadori, sintetizza il peculiare cammino poetico di Paolo Ruffilli e rappresenta l’assunto della sua poetica: la raccolta è, infatti il frutto, pur nella sua unitarietà, di un’elaborazione creativa iniziata negli anni Settanta.

Fin dall’inizio il viaggio poetico dell’autore si è contraddistinto per lo studio di un linguaggio che unisce la musica al desiderio di conoscenza, coloratosi quest’ultimo con il tempo della riflessione cinese, in particolare della Regola Celeste, il Tao Te Ching.

Ciò che maggiormente interessa a Ruffilli è la consapevolezza di sé stesso, delle sue percezioni, razionali o meno, di fronte alle cose e alle situazioni che gli si pongono innanzi. In un’intervista di alcuni anni fa affermava: “Perché scrivo? Scrivo per dare pronuncia al mio interesse per me stesso, così almeno mi pare; perché, di sicuro, l'unica cosa che mi abbia davvero interessato in maniera continuativa fin dalla più tenera età è questo interesse verso me stesso: il resto rientra nella mia ottica solo in quanto si riflette su questo specchio”.

Nella scrittura il nostro autore si affida alla regola “dell’inversamente proporzionale”, rifiuta cioè il ricorso alle maiuscole per affidarsi ad una scrittura sottotono, semplice, spesso ironica, per ottenere l’effetto contrario: trattare, vale a dire, le grandi tematiche esistenziali e metafisiche con l’accento giusto. Questo principio è contenuto nel Tao, ma è presente anche nella tradizione medio-orientale e in particolare in quella giudaico-cristiana, che inevitabilmente ha influenzato la cultura occidentale.

Le cose del mondo si suddivide in sei sezioni, ognuna delle quali è preceduta da un ideale prologo poetico.

La prima, Nell’atto di partire, è dedicata al viaggio al quale l’autore si abbandona con ritrosia, con l’unico desiderio di ritornare e il suo continuo dover viaggiare gli appare quasi una condanna, anche se il movimento lo mette in relazione con le cose “e fa presenti ad tratto le ignote e le distanti, / rendendo le vicine subito vacanti.” Il viaggio del Nostro è dunque sempre legato all’idea del ritorno e in questa chiave si potrebbe parlare di un nostos. Le riflessioni del poeta colgono la realtà nella sua essenza e molteplicità, ma assumono essenzialmente una valenza esistenziale: “La coscienza, a un tratto, o il dubbio / la domanda più vertiginosa /… che la vita valga la pena di essere vissuta.” Riaffiorano, in questa sezione della raccolta, gli echi della grande tradizione poetica sul viaggio, in particolare di Charles Baudelaire per quel senso di soffusa desolazione, di sconfitta che li pervade; scrive Paolo Ruffilli: “partito senza meta, solo per partire / di fronte all’infinito…sicuro intanto / che l’incerto andare proprio / nel suo andando e fino al suo finire / non dovrà arrivare da nessuna parte”. Grande forza evocativa ha il treno: posto in cui si svolge il viaggio del nostro autore. Questo mezzo di trasporto ha assunto nella nostra società una grande valenza simbolica ed analitica, fino a configurarsi come luogo letterario. Il poeta, quasi in stato ipnotico, effettua questo viaggio, che è un viaggio introspettivo, analitico, compiuto attraverso un’attenta osservazione delle visioni, dei pensieri, che lo pervadono dinanzi a ciò che lo circonda, sullo sfondo di sale d’aspetto anonime e grigie, di stazioni desolate e desolanti, nell’attesa di un eventuale controllore (figura che rappresenta simbolicamente l’Io impersonale). Quando, finalmente, però, arriva a destinazione, risvegliandosi come da un sogno, pur svuotato ed estraniato, l’autore riesce a ritrovarsi nei nuovi posti “resuscitato e vivo un’altra volta”.

La seconda sezione, dal titolo Morale della favola, è dedicata alla figlia e si apre con una massima di Lao-Tzu: “Creare senza possedere/ mettere al mondo/ senza farci affidamento, / far crescere, senza dominare / e senza dare meta... / ecco la virtù segreta”. Ė il racconto del rapporto, talvolta conflittuale, di un padre con la propria figlia attraverso le varie fasi della vita di quest’ultima dall’infanzia all’età adulta e la scoperta per l’autore di non essere più il figlio unico, centro di ogni attenzione: “A un tratto l’ho capito in modo inaspettato / che non sarei più stato, io, il figlio / principe di un regno pressoché assoluto”. Nelle raccomandazioni volte alla figlia si può leggere la visione esistenziale di Ruffilli: la sua costante riflessione sul mistero della vita e della morte e la sua continua ricerca della verità: “…Perché /sta nel segreto e nel nascosto, / mai a vista, la molla della vita, / la ricerca e la scoperta, la conquista.”.

Il ritmo dei versi in gran parte di questo libro, pur sempre consegnato alla musicalità ed a un uso sapiente dello stile, appare più disteso, più discorsivo, meno frammentario in confronto alle precedenti raccolte, forse, per lo spirito intimistico e meditativo che lo contraddistingue.

La notte bianca, terza sezione del libro, è costituita dalle riflessioni, dai dubbi esistenziali e metafisici, che assalgono il poeta nelle notti insonni, in cui il suo pensiero vaga nelle insondabili ragioni dell’essere umano, che tende sempre ineluttabilmente all’alto, nonostante la realtà della vita lo possa deludere ed affliggere: “Ha la natura umana una tendenza: / l’irresistibile bisogno di levarsi / puntando in alto e distaccandosi”. Ogni minima creatura bella o brutta, ci dice l’autore, vive sempre in un mondo dove tutto è labile, ma anche spaventosamente grandioso, nel conflitto perenne tra la vita e la morte. E proprio mentre quest’ultima si avvicina l’autore si sente più forte avendo attraversato le molteplici esperienze della vita.

Nella successiva sezione, Le cose del mondo, che consegna il titolo all’intera opera, Paolo Ruffilli pone al centro della sua poetica gli oggetti, che sono destinati, se non vengono distrutti, a sopravviverci: il loro tempo non corrisponde al nostro ed esistono, secondo il pensiero dell’autore, in quanto siamo noi a nominarli: “Eccolo, il nome della cosa: l’oggetto della mente / che è rimasto imprigionato / appeso nei nostri stessi uncini”. Sappiamo che gli oggetti costituiscono una tra le tematiche fondamentali dell’Art Pop, Minimal Art ed Arte concettuale basate sul linguaggio di de familiarizzazione, in forza del quale, grazie al lemma d’ogni singolo artista, l’oggetto quotidiano assume una propria valenza, lontana dal comune sentire. Nelle pagine ruffilliane, non scevre di sottile ironia, prende vita un mondo speciale di piccoli o grandi oggetti che ci accompagnano nell’arco della vita; ed ecco l’anello che suggella “L’unione che non cessa mai al mondo”, l’armadio “figlio del caos”, la cartella, la matita, la lavagna, il dizionario ecc… Naturalmente molti di questi oggetti attengono all’attività precipua di uno scrittore, come il libro: “Memoria e magazzino: la sorgente, / nel cuore della vita…”.Al termine dell’excursus, Ruffilli si chiede cosa facciano tutte queste cose quando non vengono utilizzate: “ Aspettano giorni inchiodate, nel silenzio?” o basta il pensiero ad “annullare la loro libertà?”.

Platone, nel dialogo con Carmide, sostenendo la necessità per la salute dell’armonia tra l’anima e il corpo, fa dire a Socrate: “Non muovere mai l'anima senza il corpo, né il corpo senza l’anima affinché difendendosi queste due parti mantengano il loro equilibrio e la salute”. La necessità di un equilibrato rapporto tra il momento spirituale e corporale dell’uomo sembra venire riproposto dal nostro autore nella penultima sezione Atlante Anatomico, in cui analizza, quasi per ridestarle da un lungo torpore, tutte le singole parti del corpo, sia femminili che maschili, in ordine alfabetico, con toni scherzosi ed ironici. Del seno, infatti, scrive: “A coppa a pera, il flop che emerge / tremando su dal petto arco leggero”. Nella poesia di chiusura nota ancora: “Ogni parte del corpo chiede di essere / stanata e nominandola scaldata / sottratta al vuoto, ripresa e rianimata”.

Splendida è l’ultima sezione del libro, intitolata Lingua di fuoco, dedicata al Logos, cioè alla parola, che per l’autore è di fuoco, nasce da lontano ed ha “filamenti molto lunghi”. Le parole per Paolo Ruffilli sono come oggetti vaganti che risuonano nella mente, quasi in un caos primordiale e non si sa da dove vengano e dove vadano. Il compito del poeta è dunque tradurre questo disordine e per far ciò deve operare delle scelte. Queste, inoltre, sciolte da ogni laccio, scrive l’autore, rivelano comunque e sempre l’essenza delle cose e la loro “visionaria immaginosa verità”. In tutti i popoli la parola, del resto, ha sempre rappresentato la manifestazione dell’intelligenza nel linguaggio e nella creazione continua dell’Universo.

In quesiti irrisolti si specchiano le poesie finali della raccolta, domande esistenziali alle quali, non soltanto per l’autore, è arduo dare una risposta. Come, infatti, si può ricomporre “il taglio iniziale”? o spiegare il mistero che avvolge ogni forma di vita?

Il libro si conclude, infine, con la nostalgia del mare dal quale “…proviene insieme con la vita / tutta la schiera / di mostri e di fantasmi / dispersa e trascinata / dalle onde?”.

Recensione
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