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Una vita contro

Raramente la poesia è stata così intimamente legata alla vita come in Alfredo De Palchi. Un anticonformismo sincero, un ribellismo alle volte sarcastico caratterizzano l’opera di questo autore, il quale pagò a caro prezzo, alla fine della seconda guerra mondiale, il suo acceso individualismo. Nato nel 1926 a Legnago, da famiglia poverissima, De Palchi venne educato ed iniziato all’amore per l’arte e più in particolare per la poesia dal nonno Carlo, anarchico e convinto anticlericale. La sua memoria rivive ancora nella sua ultima opera, Paradigma, in due poesie dallo stile scabro, quasi aspro, già contenute nella raccolta Sessioni con l’analista, pubblicata da Mondadori nel 1967, le quali aprono la sezione Assenze. Dolenti, nell’accorato risveglio di un vuoto incolmabile, risuonano i versi iniziali della prima lirica:

Dall’oltresuolo
viene mio nonno, il grande assente
che mi fu padre e visse anarchico
numerosi anni tra la iuta
colma di cereali per un’oncia alla settimana
di olio e riso.

Nel 1944, appena adolescente, Alfredo De Palchi si arruolò, per «insipiente entusiasmo», come precisa nel suo acuto e dettagliato saggio Luigi Fontanella, nelle Brigate Nere. Questa scelta determinò una svolta fondamentale e altamente drammatica nella vita del giovane De Palchi. L’autore, infatti, tra il ’44 e il ’45, venne ingiustamente implicato in un oscuro omicidio politico di un partigiano e condannato, a seguito di un frettoloso processo, dalla Corte d’Assise di Verona, nel giugno del ’45, all’ergastolo. In prigione conobbe la sadica violenza delle guardie, ma anche il poeta-critico Ennio Contini, il quale per primo capì le sue potenzialità e lo spinse a uno studio serio della poesia. Gli anni di prigionia dal ’45 al ’51 furono per l’autore non solo un periodo di sofferenza, ma anche di intensi studi, di accanite letture, che costituirono le basi culturali necessarie per il successivo sviluppo della sua attività letteraria. Nel ’55 vi fu, a seguito della revisione del processo, l’assoluzione con formula piena. Terminata l’esperienza carceraria, dopo varie peregrinazioni tra l’Italia e la Francia, nel ’56 approdò finalmente a New York, dove ancora oggi vive e svolge un’intensa attività letteraria e co-dirige la rivista in lingua inglese «Chelsea», che divulga la poesia italiana negli Stati Uniti.

Versi del poeta francese François Villon, apposti a mo’ di esergo: «Je plains le temps de ma jeunesse […] / Allé s’en est, et je demeure», aprono idealmente Paradigma. E Villon, conosciuto da De Palchi negli anni bui della prigionia, costituisce un punto di riferimento letterario e umano preciso per De Palchi, in una sorta di osmosi spirituale. Il poeta di Legnago si immedesimerà in lui per la sincerità della sua confessione, per quel sorriso fra le lacrime e per quel sentirsi crocefisso al dissidio fra la legge umana e divina, dissidio che va oltre il problema del bene e del male. Il libro è suddiviso in sei sezioni (Un ricordo del 1945, L’assenza, L’arrivo, Fungo amletico, Paradigma, Essenza carnale), molti dei testi però, che lo compongono e segnano un percorso ideale dell’esperienza umana e artistica di De Palchi, erano già stati pubblicati nel volume d’esordio dell’autore, Sessioni con l’analista.

Di fondamentale importanza nell’opera depalchiana è Un ricordo del 1945, scritto nel ’48, che venne presentato da Vittorio Sereni, con una propria nota introduttiva, nel primo numero della rivista «Questo e altro» (1962), nonostante l’opposizione ideologica di Franco Fortini (questa vicenda ci vene raccontata dallo stesso autore). Il poemetto fu poi inserito nella già citata e fortunata raccolta Sessioni con l’analista. Il testo parla dei crimini di guerra, dei soprusi patiti da Meche, soprannome che, ancora come precisa Alfredo De Palchi, indica il mezzo matto, ma anche il capro espiatorio, che deve soffrire per i delitti commessi da altri. Suddiviso in tredici monologhi interiori dal ritmo concitato, in esso il poeta ripercorre idealmente i momenti più drammatici della sua vita, le violenze subite durante e dopo la guerra, in un clima di crescente disperazione esistenziale dagli echi kafkiani:

il sentimento della colpa
mi trascino dalla nascita che affievolisce,
dio
abbandonato
assassinato
assassino.

Il linguaggio è asciutto, crudo, proteso, come una lama, ad aprire le ferite, a denunciare le aggressioni, le violenze subite:

A cenno del Capo
dai fianchi si tolgono cinghie grosse
cuoio del dio assassino
cuoio che cade, mani
accarezzano il cuoio grosso largo, odore
di animale seviziato di uomo odore
di assassino.

Le sue parole aprono «la vescica impura» di un futuro, che altro non è se «un presente paleolitico». Una Weltanschauung intimamente pessimistica caratterizza l’intera opera di Alfredo De Palchi, il quale non crede in un possibile riscatto civile ed etico degli uomini e, quindi, in un progresso della storia.

Senza volto la città
antichità senza storia;
vicoli ciechi dove antico senza tempo
l’uomo passa sulla pietra
sulla propria escrescenza…

Spesso nei testi depalchiani ricorre il termine «casa», in un’accezione ambigua, plurivalente, compiutamente decifrabile, forse, soltanto attraverso un’attenta lettura psicanalitica. Questa parola, infatti, nell’odissea del poeta di Legnago, evidenzia, innanzitutto, il doloroso rapporto che ha legato e lega tuttora De Palchi alla sua città natale, che gli inferse le vessazioni più feroci, divenendo per lui una mater crudelissima: «Legnago per me è ancora un vicolo cieco». La «casa» rappresenta, quindi, nella poesia depalchiana non solo il luogo familiare amato e, forse, perduto per sempre, ma anche il luogo-ricordo delle torture subite. Nel quinto monologo di Un ricordo del 1945, il mezzo matto Meche, soffocato d’angoscia, incapace di liberarsi dal passato, che gli resta «aggrappato», viene folgorato da un’improvvisa illuminazione:

Ch’io sia e che vogliono,
non ho amici da sempre
se ho colpa, come posso
disbrogliare l’incubo della notte
quella casa
la mia rudezza
la casa.

Ma la casa, come ricorda l’autore nella sezione Fungo amletico, è anche: «la pelle elargita di ossa ottuse di midollo».

L’ultima parte di Paradigma, Essenza carnale è costituita da testi di recente composizione. Introdotta da un verso di Villon, «Voyant laver cuisses bien faites», essa consta di ventitré poesie di contenuto erotico, composte tra il gennaio e l’agosto 2000. La scrittura in queste composizioni si distende, si libera dei toni più aspri per acquisire segrete, quasi inconfessabili vibrazioni liriche, pur rimanendo oniricamente legata agli oscuri accordi dell’inconscio. Spesso nell’opera di Alfredo De Palchi rivivono i ricordi della campagna, dei dintorni di Legnago, dei suoi corsi fluviali, ma soprattutto dell’Adige, un fiume rimasto «immenso» nel cuore del poeta. In Essenza carnale, in una crescente ossessione erotica, l’Adige si trasforma nel corpo stesso della donna: «Adige / è il tuo corpo sinuosamente asciutto, potente, / vortice che accoglie la mia bocca di sete»; quasi, forse, a simboleggiare per l’autore un possibile ritorno all’acqua primordiale, a un utero originario, come sottolinea Barbara Carle.

Il fiume, del resto, è simbolo potente, che rappresenta la fertilità, ma anche la morte e il rinnovamento: il corpo della donna, metamorfizzandosi in quello del fiume, alla cui foce il pota «arrivando a estuare» si disseta, simbolicamente rappresenta il potere di rigenerazione dell’amore, sia esso carnale o spirituale. Scrive Alina Reyes nel suo romanzo, Il macellaio: «La carne è triste, è sinistra. Sta alla sinistra della nostra anima, ci cattura quando meno ce lo aspettiamo, ci trasporta su mari densi ci affonda e ci salva». Così, Alfredo De Palchi viene catturato dall’amore, l’unica forza vitale capace di strapparlo alla solitudine e all’angoscia dell’esistenza:

uguale al serpe ti assorbo intera
e tu da madre terraquea
chiami alla nascita il mio ritorno nell’aurora
del grembo, la dimora
di ascendente devozione per lo spirito in frammenti.

Intensamente legato è l’autore alla donna, in lei sola ritrova l’origine, il principio, ma anche la sua fede, la sua religione: «avvolgi nell’ideare il mio calvario infiammato / vinto con la religione del tuo salvatore». Vibra, forse, in questi versi un soffio del decadentismo erotico di D’Annunzio, anche se il linguaggio risente del surrealismo francese. Contrassegnato da un intenso erotismo, che sfiora l’ossessione, Essenza carnale rimane comunque un canzoniere amoroso, come nota Franco Buffoni, dove l’anima e il corpo si compenetrano all’unisono nella passione e nella sincerità del racconto.

Recensione
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