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Percezioni

In ogni parola il mondo

Fin dalle prime pagine, la raccolta di poesie Percezioni di Giovanni Sato si rivela un libro denso di significati e legato ad una dimensione concettuale. Lo si potrebbe definire, per le istanze metafisiche e cosmiche che lo caratterizzano, un viaggio mentale attraverso ed oltre i sensi.

L’esperienza professionale di medico-oculista offre all’autore un campo privilegiato d’analisi delle percezioni, che da sempre sono state oggetto di dibattiti ed infinite teorie, sia sul piano psicologico, quanto su quello filosofico. Già dalla poesia, che apre la raccolta Non so se oltre i tuoi occhi vedano, Sato si pone il problema relativo alla capacità cognitiva dell’uomo, una capacità che, oltre a renderlo libero di sognare, d’immaginare, in una sorta di spaesamento spazio-temporale, lo conduce a comprendere l’essenza stessa delle cose, aldilà d’ogni apparenza. La percezione, per l’autore padovano, infatti, come egli spiega nella lirica Percepire, oltre ad essere frutto di una molteplicità di possibili connessioni con gli oggetti e con l’aria stessa che respiriamo, ha un’ origine primordiale : “Dal cavo dell’incipit, | scintilla primordiale, | all’Universo immenso, | la percezione nasce.” (p.16).Un dato fondamentale nella poetica satoniana è, quindi, la ricerca costante dell’essenza, attraverso una tensione fondamentalmente cosmica.

A livello linguistico l’autore fa ricorso all’uso della sinestesia: figura retorica che prevede l’accostamento di due termini appartenenti a due piani sensoriali diversi, ma molto spesso alla metafora. Una metafora, talvolta, astratta, che richiama i versi di un trovier clus: “Tutto ha occhi per vedere: | anche le pietre tagliate ad incastro | ricordano il velo | sceso all’ultima sera, || (donna animata d’aria) || nei gironi dell’antinomia”.

L’attività scientifica che Sato svolge, gli fornisce una straordinaria capacità d’analisi e d’osservazione dei fenomeni visivi: “Tutto sta nel raggio: | da lì le cose si mostrano | del colore che non sono: quel che si vede sono le onde riflesse, | dentro è materia pura” (p.20). Un’analisi che, tuttavia, non si apre ad un freddo scientismo, ma ad un viaggio visionario ed imprevedibile: “marea d’intensi sogni, | pensieri dentro l’acqua, | iperbole di versi. || nel ponte che collega | l’anima alla mente” (p.20).

Spesso nella poesia satoniana incontriamo il tema dell’ombra: archetipo fondamentale che rappresenta, da un lato, tutto ciò che si oppone alla luce, dall’altro, tutte le cose fuggevoli, irreali e mutevoli. Per il nostro autore l’ombra ha una sua precisa individualità: è un intero mondo da scoprire, caratterizzato da una specifica valenza positiva. Nella poesia Zona d’ombra scrive il poeta: “L’altra faccia | quella della luna | che non si vede mai. || Chissà cosa nasconde, | forse da lì la terra | da un’altra vista appare.” Del resto, Ferdinando Pessoa riteneva che l’ombra di un albero fosse più reale d’ogni verità, per via della durevolezza della frescura, dovuta alla scura sagoma.

Sant’Agostino, nell’undicesimo passo del libro delle Confessioni, si chiedeva: “Cos’è dunque il tempo?”, e con umiltà rispondeva: “Se nessuno m’interroga lo so; se volessi spiegarlo a chi mi interroga, non lo so. La dimensione del temporale è stata sempre presente nella riflessione e nella creazione letteraria, ma nel Novecento, quest’ultima ,come è stato messo in rilievo da Alessandro Castellari, si è posta al centro di una contraddizione fra l’ossessione moderna del tempo e la sua qualità non misurabile, che spesso solo i poeti possono cogliere: l’attimo ineffabile, la rivelazione epifanica.

In quale posizione si ponga l’autore padovano, relativamente a questa problematica, non è facile rispondere; sembra emergere, comunque, dalla lettura dei suoi versi, la consapevolezza che il tempo preesista a noi, quali suoi attimi fuggevoli. In Ragazza del sole l’autore scrive: “Lago sereno il tempo diventa, | ponte che unisce i respiri del mondo”(p.32).In un’altra lirica: “Il tempo osserva, | mentre gocce |  bagnano l’oblio”. Il lungo poemetto Le cose parlano, che trae ispirazione da una crociera compiuta da Giovanni Sato lungo il mare Ionio, dove ovunque lo sguardo si posi rimangono vive le vicende, che hanno legato la storia dell’Occidente a quella dell’Oriente, si conclude con queste parole: “Le cose parlano distese | là sulla spiaggia sanno vedere | dove finisce l’orizzonte | Bisanzio è già lontana | la nostra storia invece insegue | quello che conta per il domani”. Con Borges, allora potremmo dire che la nostra sostanza è il tempo. Quando sogniamo, ad esempio, il nostro corpo fisico non ha importanza, ciò che ha rilievo è la nostra memoria, sono le immagini che tessiamo con essa. E tutto questo appartiene evidentemente ad un ordine temporale, non spaziale.

Il viaggio poetico di Sato è un viaggio mentale (talvolta l’autore vorrebbe andare oltre il sogno ed il tempo, per farsi “pensiero liquido”, per poter penetrare nel punto esatto che dà inizio alla luce), che si alimenta di precise istanze metafisiche, ma l’Erlebnis dell’autore, comunque, nasce da un sentimento forte della natura e della vita. Sono, infatti, le strade percorse nel silenzio della notte a parlare all’animo dell’autore: “La strada di notte | è un tranquillo | scorrere di pensieri” ,è la luce dell’alba, sono le pietre bagnate dal mare greco a ispirargli visioni e sogni.

Paesaggi e natura, in questo libro, vengono colti, pur nel loro dinamismo vitale, in una dimensione quasi spiritualizzata : “Arroventati dal sole | nei cerchi che sanno d’erba, | con i campi che traducono | segreti immoti, alberità d’incanti” (p.30)”. “Alberità”, questo neologismo, infatti, coniato dal poeta, sembra quasi voler esprimere una categoria, un concetto intimamente connesso alla simbologia dell’albero: un simbolo forte e possente .Con il suo continuo rinascere e rinnovarsi, l’albero ha dato corpo, infatti, ad alcune delle più profonde aspirazioni dell’umanità: la rinascita e il perenne rinnovamento della vita, la propria centralità nel cosmo, il suo incessante anelito ad un mondo armonicamente ordinato. Scrive l’autore:“ Ha dato linfa alle foglie, | colore ai fiori, | muovendo appena, | quasi un battito d’ali, | le correnti ascendenti | della vita.” (p.92).

Nel fluire incessante delle percezioni e dei pensieri si rivelano le parole, che prendono forma di versi nell’animo del poeta: “il mondo è dentro ogni parola | e nel silenzio si mostra meglio, | con i suoi lati che schiudono al sole” (p.64). La parola è il Logos, ci ricorda l’autore, la manifestazione stessa di ciò che vi è di divino nell’uomo.

Da un lungo silenzio meditativo, quindi, nella penombra delle rime palpebrali socchiuse, sembra sgorgare la poesia dell’autore, per aprirsi al respiro d’un lirismo classico e concentrato, che si affida alla musicalità di un verso, che coglie le delicate sfumature delle percezioni più intime.

Il libro, scritto in collaborazione con il Fotoclub di Padova, è arricchito, inoltre, dalla presenza di numerose fotografie, d’autori diversi, che sanno tradurre la poesia in immagini di una straordinaria e vibrante sinergia.
Recensione
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