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Il mio pensiero poetante

Non si può commentare questo libro con distacco. Magari brevemente, come ho intenzione di fare io, ma interloquendo, direi guardando l'autore negli occhi. Pertanto l'inizio non può che essere "Caro Veniero". E poi?

Dato l'aspetto tuo, della tua scrittura e dei tuoi gesti letterari, ti facevo più giovane e non di soli tre anni minore a me. Io gli ottanta li feci, con un convegno sulla mia scrittura, in Palazzo Vecchio "Salone de' Dugento" nel 2008. Penso che la tua completa e stabile maturità di scrittore sia testimoniata soprattutto dalla coraggiosa chiarezza d'espressione. La chiarezza di te che dici: "che sarà di quelle bianche ossa | senza nome frugate e scomposte || e poi disperse, calcinate dal sole" (pagina 33). Di te che dici abbondantemente e spietatamente di te stesso. Sembra facile!

La carne della madre che ti sta abbandonando. L'anima del mondo che evochi e richiami. Materia, affetto, antimateria. L'anima personale e il pensiero eternamente transitante chiamato Dio. Tutte pedine che tu giochi così, come ciascuno del resto si gioca la vita sua. Il centro del tavolo per ora è dato dalla Morte e il primo cerchio intorno alla morte è il Male. Io intendo questo: tu sei sorretto e ti sorreggi, nella sfida al male, nell'interrogazione della morte. La sfida parte dal dolore e continua nella costanza (la forma del poema gli è affine) la quale sprigiona a volte lampi di gioia. Peccato d'origine, delitto e castigo, l'ambiguo potere della conoscenza. Tutto materiale per la stessa esigente fucina.

La mia lettura scorre e, come dovevo aspettarmi, nel trattare dell'anima si arriva alla parola Bene. Che però, forse per la sua umiltà, non ha l'aria di contare molto. Conta che l'Io appunto soffra, cerchi, si affermi, rifugga dalla distruzione. Cioè, che siano curate lotta e tensione positiva. Arrivi a volte ad offrire parole in forma di metafora cristiana. Denunci un limite, diciamo morale, che chiami Orizzonte. Ma non è freno, anche se ti corruga la fronte, piuttosto una frontiera inconfessabilmente invalicabile. Quale? E' un libro interrogante questo, proponente, stimolante. E la sospensione un prezzo da pagare. Tu non solo la accetti quest'ansia, ma la provochi e ne alimenti il dialogo con te stesso. Per dire il dialogo fra scienza e poesia, percezione e canto. Sei Orfeo e sei l'antico Geometra.

Ne scaturisce uno stato di grazia. La familiarità per esempio col tempo, con le origini, almeno, della civiltà. Quando la risposta si concretizza, è e non può che essere, di tipo drammatico: "L'orrore della morte dell'io | e privilegio dell'uomo consapevole | bestia eletta a regnare sulle bestie" (pagina 70). Ora attenzione. Quel che segue è una, sia pure apparente, completa contraddizione. Accettiamola, con un così forte cantore della vita si va sull'Otto-volante! Allora la contraddizione, io sbagliavo, c'è, ma non è totale e completa. E' che la ricerca dell'anima ha onde alte e onde basse. E' che io, banalmente, mi balocco sull'essere l'Io maschile e l'Anima femminile. Aspetto il loro incontro. Ma non parla l'autore di un Io solo davanti a Dio e bisognoso d'amore (pagina 85)?

Può comunque l'io scarselliano restare a lungo passivo, sia pure davanti a Dio? Non certo. Non solo prende a interrogarlo, ma ne cerca la conoscenza. Ecco, le pagine di questa che è evocazione generale e auto evocazione, si fanno sempre più preziose e prendono a suscitare pudore, quasi timore. Mentre tu amico incalzi con la parola la più audace, io lettore pian piano passo dalla partecipazione all'assistere ai tuoi passaggi volanti. Compiuti come in cerchio e pertanto credibili. Il qui immaginato "Sacro Monte" non permette l'ascensione lineare, l'aggressione. Conta, ancora una volta, mirare con passione alla meta, costruirsela, vederla anche se sensorialmente non c'è. E prima della fine mi tocca anche veder crollare, ma è riposante, la "antinomia di maschio e femmina".

Riposante in sé, se non fosse per "l'estasi" che nel libro segue, dove l'erotismo è di grado sanguigno. Lo vivo come sensazione conclusiva, forse appagante? Il tutto infine mi conduce al "vegliardo", cioè l'essere umano compiuto e concluso. Trascorso è il tempo, si ripensano i suoi contenitori, spazio e vita. Si ripensa all'uomo che fu "Francesco". Si riduce l'ironia. Si ama di più. E la cosa chiamata "Macchina Elettrostatica", come io già sapevo, viene fatta parlare quasi con dolcezza. Il cerchio non si chiuderà ancora ci viene detto. Ci verranno offerte altre faticose, entusiasmanti letture. Ma il senso, la tensione rilassante, che precede l'arrivo ci pervade. Stanchezza, stupore, accostamento a una possibile verità. Non mentitrice nella sua incertezza, ma testimonianza di vera buona volontà.

Firenze, maggio 2012

Recensione
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