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Ho letto con profonda e partecipata attenzione il tuo libro “testamento”.

Come goccia di vetrata (titolo originalissimo) è in verità un po’ la summa del tuo “infinito quotidiano”, che ti ha raccolto bambina, ti ha accompagnato lungo la tua (non inutile) esistenza e tuttora ti culla con angosciosa tenerezza.

Un infinito quotidiano che, attraverso la tua innata anima poetica, viene da te rappresentato su una scena particolare dove i vari personaggi – sia umani che appartenenti alla natura o ad altri mondi – ti suggeriscono la “parola” quale ausilio indispensabile per il “loro” stare sulla scena del mondo.

L’endecasillabo che tu tanto ami non è altro che la tua voce “segreta”, che trova rifugio in quel segretissimo giardino in cui si riversano distintamente le quattro stagioni più una: quella dell’amore, come ispirazione mitica, come anelito costante all’irrazionale: al così detto “spirito” delle cose e della materia.

E c’è in tutto questo uno sposalizio duraturo e fedele con colei che salva: la creatività.

Ad un certo punto tu dici che “è quasi frenesia la scrittura” come ad addebitarla della frenesia del mondo. Non è così: la tua stessa poesia lo dimostra lungo l’evolversi del suo stile.

L’indagine profonda e appassionata (e quindi non frettolosa e semplicistica) che tu fai di ciò che “esiste” – vale a dire di ciò che hai veduto, che hai vissuto, che hai sognato – reca in sé la precarietà stupenda del pensiero umano che tenta ma non può sottrasi all’inevitabilità dell’esistenza. In questo modo i tuoi personaggi, tu stessa e la parola, delicata e sublime che li riveste, vivono due destini: l’immaginazione (il sogno) e la realtà. Ecco la bellezza (figlia di un’alta poesia) di dire contraddizioni che non si contraddicono e che rappresentano le sponde opposte di un fiume che inesorabilmente scorre: sono versi stupendi e significativi questi di seguito: “Ubriaca, ubriaca di te | così visceralmente da scorgere | il tuo profilo netto tra le nubi | … Stregata, ubriaca | in fuga a un sogno, brillo pure lui.” – e poi in antitesi (verosimile, ancorché contrapposta): “Dov’è finito l’abbraccio | bisbigliante di silenzi, | la cantilena dei giorni immortali” |…| il ritrovarsi nella perfezione | del risveglio, vicini e distanti, | …”

È la “goccia” della vita che scivola, si sofferma e poi riprende il suo percorso. È il tuo “scivolare sulle pagine di un libro universale che è la vita. E il linguaggio poetico la fa “sua”. Esso ha il compito di suscitare e trasmettere emozioni. Di attingere a un sentimento e a un sedimento profondi, tuoi e dell’umanità, come a qualcosa che non può essere immutabile (e che quindi è autentico): referente, cioè, di quella “stupenda precarietà” sopracitata.

Compimenti vivissimi, cara Lilia.
Ora riposati dentro i risvolti delle tue pagine come sotto un lenzuolo leggero, fresco, trasparente, privo di “coperte” che premono sul tuo cuore.

Riposati e continua ad amare. È il letto smisurato dei sogni che non sono solo immaginazione ma la premessa inarrestabile e la forza per “darsi alla vita” di ogni giorno.

Recensione
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