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Dal fondo dei fati

la ‘spes’ nella vita e nella poesia

Le liriche della Fazzi sono poesia di vita appassionata, che non ha niente di crepuscolare, poesia come approdo della vita; non c’è niente di ermetico e di decadente, se non l’acquisizione culturale dei moduli novecenteschi, accanto a quelli, molto amati, dei classici e soprattutto della tradizione letteraria e pittorica italiana.

Fino dal suo primo libro, Ci vestiremo di versi, programmatico anche nel titolo, Patrizia Fazzi aveva. sottolineato il suo voler mettere al centro della realtà la poesia,“ radiologia dell’anima”, a cui si approda dal dolore, unica “verifica totale” che “scolpisce” l’individuo, parola, non come atteggiamento estetico, ma come “viversi dentro”: “lacrime scritte sono i versi | che la mano raccoglie, | liquefatte parole, depurato tormento.” (da “Liberazione”). La poetica della Fazzi è qui però ancora enunciata, quasi una domanda (“Perché la poesia?” pag.16) senza divenire esperienza totale : giustamente Giorgio Luti (con cui Patrizia Fazzi si è laureata e che ne attesta la preparazione culturale) parla nella Prefazione di “trepido diario” e fa riferimento alla matrice leopardiana delle illusioni.

La stessa poetica è divenuta più matura e cosciente attraverso il secondo libro Dal fondo dei fat”, 2005 (che ha ricevuto l’anno stesso il “Fiorino d’Argento” al “Premio Firenze” e in cui sono presenti poesie premiatissime, come “Natale al mare” o “Quarto anniversario”). Qui è variegata la gamma dei sentimenti e solida la struttura, che sviluppa anche un discorso tematico non casuale, un percorso interiore da sezione a sezione: dalla dimensione comunicativa, quasi profetica, della prima sezione “Per l’anima che è in te” (“Ascoltami…sono anche la tua voce”), in cui non a caso il lettore è interpellato con il tu, alla “Vita vivenda” della seconda: liriche di amore appassionato per la vita, vissuta con un impegno morale totale, e non solo per sé, dove per esaltarne il fluire la Fazzi trova tutte le immagini, in particolare quella dell’onda. Intenso e personale, fuori dagli schemi culturali usati, l’unire emozione poetica al corpo “intensamente e insieme scrive l’anima e la pelle” pag. 31.

Nella terza e quarta sezione la vita è vista come movimento nello spazio e nel tempo, “Il vero viaggio”, quello delle cose che si fanno anima, attraverso i luoghi, i paesaggi, descritti attraverso il colore e la luce, metafora del mutamento interiore, della memoria ricuperata , e poi “Cambio di stagione”, con il motivo dello scorrere del tempo, sempre colto negli elementi naturali – il sole, il vento, con un alternarsi di speranza-illusione ed amara consapevolezza “e più di sempre morde | la rincorsa del tempo…” (dalla poesia eponima “Cambio di stagione”).

La sezione centrale è quella che dà il titolo al libro: qui ritorna il tu, rivolto ad un amore, vissuto, sognato o rimpianto con un “nucleo di dolore” che scava nelle viscere, accettato, mentre però il cuore “si ribella ad una morte lenta e razionale”, attaccandosi al seme della speranza ed alla parola (“Spes”, pag. 75).

I due motivi – dolore e speranza- continuano ad alternarsi nella sesta sezione, come pure la accettazione di una “stropicciata realtà”, fino a ringraziare la vita per il dolore e l’amore, per il fuoco interiore che non la distrugge, ma la disegna nella sua fisionomia esistenziale, per il dono di potersi esprimere nel verso (“Ti ringrazio, vita”, pag. 87). Veramente Patrizia Fazzi vuole accogliere nella sua etica le parole del “Diario”di Etty Hillsum: “possiamo soffrire, ma non dobbiamo soccombere”. L’ultima poesia di questa sezione, “Per me Arianna”, la collega alla sezione successiva “Il filo siderale”, che è il filo con cui avvince a sé gli affetti presenti e quelli scomparsi, le cose care della sua vita, come quella dei suoi genitori che deve essere lasciata: “La casa pian piano spoliata | imbustata scomposta e svuotata | la casa inghiottita” (“La casa inghiottita”, pag. 95).

L’ultima parte “Vento di poesia” è un inno alle Muse, in cui per la poesia e per la parola la Fazzi trova tutte le metafore, come aveva fatto per la vita; infatti per lei la poesia è vita e si fa vento, pianta, lava che schizza versi–lapilli, specchio, persino cibo, in una scherzosa similitudine, e, infine, in una sintesi di classico e romantico, poesia come “profezia” ed “epifania”; soprattutto, più intimamente e con maggiore accento di modernità, “creatura” nata dal suo sangue, che si fa a sua volta “linfa” di nuova poesia.

Abbiamo così una sapiente circolarità. In una ballata di Rilke l’alfiere domanda al marchese: “Perché cavalcate per queste terre?” , e la risposta è: “Per ritornare”. Quindi dalla comunicazione si parte con “Ascoltami” ed alla comunicazione si ritorna: “Le mie poesie in giro per il mondo.. busseranno a tante porte”, anzi diverranno parte della vita, qualcosa da indossare, da mangiare, “saranno pelle e ossa | sangue e sudore…”. Il senso ciclico, la misura che contenga il tempo ed i fatti, salvandone il senso, è sempre presente in Patrizia e ci richiama alla circolare armonia delle simmetrie geometriche dei grandi pittori quattrocenteschi , come il conterraneo Piero della Francesca. In “Dal fondo dei fati” è come se lei compisse un viaggio critico-poetico in sé e negli altri, nella natura, nel ricupero del passato attraverso un uso colto della lingua, che è raffinata, ma chiara, sia nel lessico che nella modulazione della frase poetica, nei ritmi e nei metri (prevalgono endecasillabo, settenario, novenario, quinario).

“La lingua è in te, tu sei fra le sue braccia” disse Mario Luzi, quando venne fatto accademico della Crusca e l’autrice sembra seguirne le orme: la sua lingua non ha niente dell’estetismo dannunziano o della parola sigillata degli ermetici, è lontanissima dalle avanguardie che valorizzano solipsisticamente una espressione anche svincolata dai contenuti. Anzi l’approfondimento etico è in lei superiore alla ricerca estetica, la sua coscienza segue la linea di maestri come Sbarbaro, poesia mediata dalla cultura morale, come negli scrittori di “La Voce”, tanto che si desidererebbe qualche arditezza in più.

Ci sono tre elementi forti : la cultura critica, la concettualità profonda, la effusione insieme spontanea e consapevole. Potrebbe, secondo me, rischiare nel giro armonico e soprattutto nella libertà della visione, come fa quando è trascinata dall’opera d’arte e sente il fascino della follia pittorica di Ligabue (“Vita ghermita”, pag. 99), che tuttavia riporta ad una dimensione razionale, rendendone l’aura di tensione emotiva piuttosto col sapiente ritmo di versi brevi e battuti....

La nostra autrice non si concede alla irrazionalità, neppure nei sentimenti di amore, eppure la intuiamo come un’ansia di altrove sotto quei versi regolari e puntuali: c’è in lei un forte senso di inquietudine e di scissione, tipico della donna oggi, che è però sempre sottoposto alla indagine della ragione, e che forse dovrebbe far venire allo scoperto, rendendo il significante “visione”, abbandonandosi anche ad una dimensione onirica della poesia : emblematica in proposito la poesia “Risveglio”, a pag. 85 con la voglia di “tornare di là” e l’accettazione, che è anche la sua forza, della “stropicciata realtà”. Potrebbe osare, ne ha le capacità, in senso estetico, uscendo dalla tutela della sua cultura di studiosa ed insegnante, ricchezza ma anche legame, e privilegia, per ora, la generosa esigenza di offrire agli altri, in particolare ai giovani, ai suoi amati alunni “gocce cariche di vita vivenda” (“Parole ancora”, pag.106) e, in alternativa alle realtà frantumate, parole dense di senso.

2007

Recensione
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