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Il filo rosso

Palazzo Panciatichi Consiglio regionale della Toscana
Firenze, 7 novembre 2008

Ho presentato altri libri dell’autrice ed ho una particolare consonanza con la sua visione etica e poetica, che poi fa tutt’uno, cosa importante di questi tempi, in cui si è perso il valore della scrittura e delle arti come comunicazione di valori umani e sociali, sopraffatti dagli aspetti mediatici e commerciali.

Dice Pindaro che ”l’uomo è l’ombra di un sogno, ma quando un Dio scende nella sua vita essa si illumina di un bagliore”. Per Patrizia questo daimon è l’ispirazione dell’arte pittorica e della poesia, e ribadisce con forza la sua poetica nella premessa, dichiarando questo libro “un omaggio alla forza espressiva, evocativa e comunicativa | della pittura e della parola poetica”.

Dunque la poesia deve essere espressione, cioè forma, evocazione, quindi simbolo, comunicazione, cioè impegno ed etica; questa è una poetica classica e al tempo stesso moderna, di valore sociale, che si avvale di strumenti espressivi aderenti al motivo trattato, senza svaporamenti e senza cadere nel patetico.

P. ha già fatto una analisi poetica degli affreschi di Piero della Francesca nel libro La conchiglia dell’essere (Le Balze, 2007), mostrandosi padrona della simbologia rinascimentale nel suo cristianesimo umanistico.

Qui, nella analisi-emozione suscitata in lei dai dipinti di un grande pittore contemporaneo, Giampaolo Talani, che dei contemporanei ha tutte le inquietudini e le traduce figurativamente, ma in modo simbolico, talora surrealista, l’autrice piega duttilmente la parola alla musicalità della poesia del Novecento, alle sue esigenze analogiche, senza perdere di chiarezza classica, né rinunciando a fare di ogni quadro una parabola, che è succo morale della pittura stessa.

Giampaolo Talani ha interessato la nostra autrice proprio perché rimane nel figurativo e contemporaneamente riesce ad esprimere tutte le ansie del contemporaneo, facendone proprie in modo personale le tecniche cromatiche e di scomposizione per riportarle alla unitarietà della immagine, e poi scomponendole nuovamente, come in una folata di vento : si veda “La balena” (pag. 44), dove la poetessa ha voluto seguire lo stesso ritmo, piegando il verso a rompersi, a seguire il canto, l’illusorietà; in questo senso le poesie hanno qui una metrica musicale più varia che nelle raccolte precedenti; prevale sempre l’endecasillabo, (come “tacitamente parlano le cose”), insieme al settenario, ma il verso si allunga o si accorcia, seguendo proprio la prospettiva musicale in cui il quadro è tradotto in parole.

D’altra parte quello che l’autrice vuole esprimere è proprio il gioco della illusione, la perdita della consistenza, il rimpianto (si pensi a Gozzano e tutto il ‘900) di ciò che non si è potuto realizzare, il gioco della vita, evocata attraverso la rosa rossa, un filo che il volto emergente dal profondo stringe con dolore fra le labbra (si veda il componimento “La rosa e le cose” per la bellissima tavola a pag. 38-39.

Quattro punti vorrei sottolineare in particolare:

1) P. individua come uno dei motivi principali di questa pittura proprio il tempo perduto, l’attesa, come nell’affresco che è alla stazione di Santa Maria Novella a Firenze, metafora della vita, con le valigie rosse ammucchiate, dove il colore rosso, anche qui, è trasposizione cromatica di ciò che ci tiene legati al desiderio, all’amore, al sangue dei ricordi (“L’occhio del tempo”, pag. 49-50).

2) ) altro punto fondante, collegato al precedente, la libertà onirica delle immagini, che sola può svelare il dilemma, ma non afferrare l’essenza delle cose.

3) la resa dei colori, attraverso lo sfumato, ma non indeterminato, della parola, che asseconda la visione pittorica, senza però diluirsi per proprio conto, anzi chiarendone il significato, pur senza sovrapposizioni tipo critica psicanalitica.

4) la visione etica, manifesta in alcune poesie, come “La cometa” – si leggano i versi pag. 37 – e, più efficace ancora, il significato esistenziale quando è sotteso nel simbolo senza appesantire l’immagine, come la conchiglia, di montaliana memoria, “talismano aguzzo | di ferite e vittorie” che è tenuta in mano dal personaggio solitario, immagine dell’uomo stesso. (per il quadro “Dietro la duna”, pag.59).

Una visione critica e poetica dunque, in cui le due parole chiave sono: realtà – sogno <> mediazione = parola come significante di un significato nostro, attuale, della nostra realtà decentrata. La parola poetica quindi è sempre nell’autrice il fondante della identità umana e la fonte di ogni personale salvezza.

Quasi sempre c’è uno scorrere lungo il quadro, da quello che è il punto centrale della visione dell’artista, che può essere una figura, come quella del violinista in “Il vento delle note” (pag. 29), o l’uomo dalle due mani, a metà fra passato e presente, vita e morte, che stringe la rosa, (pag. 41): come appunto non pensare ai tanti talismani, correlativi oggettivi, di Montale?

Rosso il filo che è motivo conduttore, la valenza espressiva di un colore, il rosso appunto, della vita e della morte, amato sia dal pittore che dalla poetessa, spesso alternato al blu, che filtra intere immagini, schiarendosi nei cieli, incupendosi nel mare Si veda il quadro “Una spiaggia rossa” e la relativa poesia “Il sangue dei ricordi” (pag. 27). Si da poi risalto al colore ocra, quello degli sfondi di sabbie inaridite, e la parola qui diventa nuda, essenziale, come nelle ultime liriche.

Altro motivo montaliano sottolineare l’ombra, che si allunga rendendo misteriose le figure, tipico di autori contemporanei, di solo apparente realismo, come nella dialettica di Borges fra sogno e realtà. Altre volte la stesura poetica segue, come il quadro, una tecnica dall’alto verso il basso sfumando i colori, “Il cielo di rose” (pag. 31), ma la poetessa è sempre fedele alla immagine interpretandola, talvolta con un tono musicale quasi di ballata romantica, a cui corrispondono numerose rime baciate (”L’affresco danzava” pag. 47), altrove con uno stilismo liberty, un po’gozzaniano, un po’ futurista, con le cose che “tacitamente parlano”; come fanno in alcuni testi drammatici futuristi gli arredi di una casa, qui la fantasia del pittore libera le cose, la barchetta, il portachiavi, la rosa; e la fantasia della poetessa lo segue docilmente con un tono lievemente ironico che aderisce all’amarezza sottesa in quell’ironia (poesie pagg.34-37).

Le liriche di Patrizia Fazzi sono liriche “di parola”, ma non “di parole”, un po’ magiche, un po’ oniriche, come i quadri di Talani sono pittura di figure, costruite e cromaticamente sapienti, ma che aspirano ad una dimensione assoluta di espressione.

Firenze, 7 novembre 2008

Recensione
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