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La conchiglia dell'essere

26 novembre 2009
Firenze, Palazzo Vivarelli-Colonna

Il ritorno, il senso ciclico, la misura che contenga il tempo ed i fatti, salvandone il senso, è tipica di ogni testo di P. Fazzi, ed è quindi spontaneo il richiamo alla circolare armonia delle simmetrie geometriche di Piero della Francesca; questo libro è l’approdo di un viaggio critico-poetico in sé e negli altri, nella natura, nel ricupero del passato attraverso la lingua( ‘Ut pictura poesis’, exergo dall’Ars poetica di Orazio) sempre colta, ma chiara, sia nel lessico che nella modulazione della frase poetica, nei ritmi e nei metri (endecasillabo, settenario,novenario, quinario in genere).

Mario Luzi, uno dei poeti più amati da Patrizia Fazzi, quando fu fatto accademico della Crusca disse: “La lingua è in te, tu sei fra le sue braccia”. La lingua di Patrizia non ha però niente dell’estetismo dannunziano o della parola sigillata degli ermetici ed è lontanissima dalle avanguardie che valorizzano solipsisticamente una espressione anche svincolata dai contenuti. Anzi l’approfondimento estetico è in lei inferiore all’approfondimento etico, la sua coscienza segue la linea di maestri come Sbarbaro, poesia mediata dalla cultura morale, come negli scrittori di “La Voce”.

La maggiore libertà di visione si realizza nell’autrice quando è in empatia con un’opera d’arte:. Ciò era anticipato da alcune liriche nella precedente raccolta Dal fondo dei fati, 2005, come la lirica su Ligabue “Vita ghermita” (pag. 99), che tuttavia riporta ad una dimensione razionale, senza lasciarsi coinvolgere dalla follia del pittore, ma esprimendola col sapiente ritmo di versi brevi e battuti (“La vita ghermita | rigogliosa di linfa | penetrata di vento e colore || la vita segreta | martoriata | tradita | ...”) e confermato nel 2008 dal bel libro su Giampaolo Talani, Il filo rosso: dall’arte classica a quella contemporanea con uguale misura ed immedesimazione la Fazzi offre comunque una alternativa alle realtà frantumate di oggi.

Nella Conchiglia dell’essere la poetessa affronta un “rischio irrinunciabile”, per usare parole sue, quello di trasferire in versi la pittura di Piero della Francesca, senza vestire i panni del critico d’arte e con molta umiltà. Infatti crede nella unità dell’arte, l’oraziona “Ut pictura poesis” che riplasma con versi suoi : “Non so usare che parole cantate | per disegnare la vita.” Nel libro precedente aveva applicato ciò alla descrizione di paesaggi del cuore: qui, in maniera più compatta, ricostruendo l’itinerario poetico dei quadri di Piero, Patrizia Fazzi trova la sua misura culturale, ideale ed espressiva. Il punto di vista centrale dell’occhio umano, conquista del Rinascimento nella sua fase umanistica, è ciò a cui aspira l’autrice e di cui forse rimpiange la perdita, mirando, attraverso la poesia, a sublimarne i valori, indicandoli, nella dispersione del nostro tempo, come meta ideale. Dall’impostazione eticamente alta della sua poesia si comprende come sia fondamentale per lei portare l’humanitas nella società di oggi (“homo sum et nihil umani a me alienum puto” secondo Terenzio e Circolo gli Scipioni), in quanto tensione all’armonia e senso di alterità.

Le varie poesie hanno il carattere di poemetto ciclico, qual è appunto, in quanto si cala in un ‘continuum’ di versi dalla modulazione chiara e lineare, che ricreino i rapporti fra prospettiva, luce e colore voluti dal maestro. L’autrice lascia da parte i suoi dissidi interiori e la scissione tipica dell’arte del ‘900, per aderire alla luminosa serenità di Piero, con un velo di melanconia in quei volti dal puro, impenetrabile ovale, negli occhi abbassati. Lo stesso velo compare lieve nel testo in certe espressioni poetiche di accento personale che attualizzano l’interpretazione e si concretano spesso in riflessioni gnomiche nella conclusione della lirica: “l’innocenza” ed il “ tenero abbandono” del Cristo bambino (pag.13), sono quasi allusivi ad una ‘pietas’ per la condizione dell’infanzia oggi; o il senso di fatica dell’umanità che dall’ “acqua di rinascita” del battesimo di Cristo “si sveste della buccia del peccato…e riprende il suo cammino” (pag.15) oppure la domanda implicita, dopo la cruenta descrizione della battaglia fra Eraclio e Cosroe : quella testa china valeva | lo strazio che intorno ruggisce? || questa la croce che ognuno riprende | nella perpetua battaglia”.

Una sensibilità tutta femminile emerge nell’interpretare il profilo degli sposi Duchi di Urbino che “si guardano…persi per sempre e uniti, | ricercano attimi d’intesa | che nessuna perla può risuscitare” (e questo mi ricorda l’ode neoclassica scritta da Keats sul bassorilievo sepolcrale che eterna una fanciulla ed il suo amato nel tempo): ed ancora, nel parlare della Maddalena, il pudore di una espressione che allude al peccato riscattato: “il ventre rigato dalle antiche piaghe”, perché “solo dall’errore | nasce umile e grande la forza dell’amore”; oppure la resa delicata della maternità, “il sigillo sacro”, per indicare il ventre della Madonna del Parto.

In questa nuova e raffinata edizione edita da Polistampa la Fazzi ha affiancato a questi due ritratti quello di Sigismondo Malatesta, acuto e cupo principe rinascimentale, come sarà poi teorizzato da Machiavelli, proprio per sottolineare la sapienza umana e psicologica di Piero, che non è solo pittore della fede, ma anche del proprio tempo. Patrizia Fazzi è sempre aderente alla poetica di una trasposizione precisa nei versi di ciò che Piero ha descritto, ma cerca di renderne anche i simboli tanto importanti nella cultura rinascimentale. Ne rende perciò gli spazi, come la ripartizione della scena in due sequenze nella “Flagellazione” (“L’utopia salvata” pag.17), o nella “Annunciazione” (“La palma” pag.33) e ancora nella poesia “L’alba rosa”, in cui è centrale la parola “simmetria”, che traduce la centralità del Cristo; la simbologia sta nella notte in cui sono immersi soldati e nella fede che “s’incarna di luce | di alberi rinati”.

L’autrice cerca spesso una parola chiave-simbolo che è il “perfetto | nitido | sospeso…filo che scende | arcano. dalla conchiglia dell’Essere” (pag.13) (si notino tutti gli aggettivi -versi isolati), oppure l’acqua, tutt’uno con la luce bianca, in “Il battesimo di Cristo”, oppure un colore, l’azzurro della veste della Madonna del parto, “la luce che penetra” e dà forma alla tenda di Costantino; fino al “cuneo di luce, di forme, di colori”, come nella lirica che riassume l’intero ciclo pittorico della “Leggenda della vera croce”, a pag.41.

Intorno ad un centro la Fazzi svolge di preferenza la scena delineata nei versi con semplice, ma non pedestre aderenza; nella lirica sulla “Adorazione della croce” invece la scena “a onde si propaga” dal punto iniziale, “chino profilo che incarna devozione”, fino al “paesaggio che si slarga | s’infinita” (pag.31), seguendo l’intuizione di Piero, anche quando ci sono due sequenze, come nella “Flagellazione”, unificate da due espressioni- chiave “il nero enigma” e “ l’utopia salvata” (pag.17). L’autrice vuole essere qui soltanto un poeta, che si mette a servizio dell’arte, anche nel riportare quei paesaggi, sfondo luminoso alla geometria delle figure e che tanto ricordano la terra aretina.

Patrizia è poetessa della vita. La sua visione è sostanzialmente positiva, costruttiva, la speranza prevale sempre, diversamente da quello che accade nella maggior parte dei poeti del ‘900. Sono assolutamente d’accordo con quei critici e poeti – per fare due nomi, Franco Manescalchi e Mario Specchio – che pensano ad una poesia di valori e di comunicazione, che si preoccupi di offrire una possibilità di senso alla realtà, una poesia che non sia né forzatamente oscura e volutamente contorta né banale prosa spacciata per versi. In questo senso la nostra società ha bisogno di poeti e Patrizia Fazzi si muove in questa direzione.
Recensione
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