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Il tuo corpo elettrico

Il tuo corpo elettrico, libro di Leda Palma (il titolo richiama una lirica di Charles Baudelaire che scrisse l’Ode al gatto: si tratta di diciotto poesie dedicate a diciotto felini e diciannove testi poetici. La prefazione porta la bella firma di Antonella Sbuelz.

Si tratta dell’’ultima raccolta poetica, l’ultima opera di Leda Palma. Guardando la precedente produzione viene quasi da chiedersi che cosa c’entri questo tema con i precedenti. Quasi fosse un vezzo dell’autrice, una passione, quella dei gatti, che ha trovato ragion d’essere nei versi. Eppure, a ben guardare, non è così.

Quando Leda mi chiese di presentare questa sua opera, accettai subito, ma lo confesso. Forse solo perché anche io condivido questa sua passione, aldilà di temi o contenuti. Mi sembrava una cosa bella che qualcuno avesse voluto dedicare dei versi a delle bestiole tanto raffinate quanto misteriose. E mi colpirono subito le epigrafi poste ad inizio di ogni lirica, i nomi scelti per questi animali: da quelli biblici a quelli storici, ad altri che non so. Ma un filo che li lega sicuramente c’è. I nomi degli animali (Horus, Ipazia, Rachele, Malik [re, sovrano] Liliom, Ares e Spina) sono dei richiami biblici, hanno significati “etici”.

Si tratta di versi, aforismi, modi di dire di autori della letteratura italiana e straniera e non solo. Parole che sono state scelte fra molte.

Ed allora ecco citati noti autori della letteratura italiana e straniera:

Torquato Tasso, che ha scritto un sonetto Alle gatte dello spedale di Sant’Anna.

Fernando Pessoa, Gatto che giochi per strada (il gatto è quello che è, Leda è come Pessoa, troppo complessa, anela alla semplicità).

Pablo Neruda, Ode al gatto; Umberto Saba, la Gatta (da Trieste e una donna); Doris Lessing, Gatti molto speciali (raccolta tradotta da Feltrinelli, 2008); Cesare Pavese, I gatti lo sapranno (1950: un amore segreto); Heminguawi, amante dei gatti, e poi Rilke, Il gatto nero, e altri ancora.

Perché il gatto? Perché esso ha un rapporto con l’oltremondo, suscita un senso del mistero e della morte, istiga alla ricerca di sé, mentre l’io percorre strade diverse.

Il gatto è preso a simbolo nella letteratura del Novecento nelle sue varie forme (si pensi a Palazzeschi, a Buzzati, per citarne alcuni), rappresenta comunque quel bisogno di scardinare la realtà, di evadere e fuggire in un altrove (altro tema novecentesco) che non si conosce e forse non si conoscerà mai e anche non si vuole conoscere (Carofiglio, Né qui né altrove).

Tema della notte, dove tutto è mistero, tema del vedere e non vedere. Tema portante quello della solitudine, l’infanzia come luogo pascoliano della memoria che non può essere offesa, insieme al bisogno di salvare l’anima, e poi il tema della caducità della vita (il breve della vita); il DOVE e il QUANDO (lirica Horus);

Ho letto le diverse recensioni e presentazioni fatte dell’opera: da quelle impeccabilmente còlte di Mario Turello a quelle sensibili e profonde di Maria Carminati, di Marina Giovannelli e altri. Ho riconosciuto, come molti di loro hanno fatto, temi che percorrono le liriche, ma si tratta di temi che a mio modo di vedere fanno parte di un percorso esistenziale, un cammino di crescita e di ricerca interiore che Leda ha compiuto, compie, un viaggio dell’anima alla ricerca spasmodica della sua essenza. “Non mi sorprende conoscermi diversa” (p. 56): il viaggio porta alla conoscenza interiore, alla modificazione del sé, al percorso di scavo dell’anima. Significa conoscere se stessi anche nei fallimenti.

In questo viaggio, dove il tempo ha un senso, dove gioca un ruolo determinante, il ricordo e, proustianamente, il riappropriarsi di momenti perduti per cristallizzarli dentro di sé, diviene fondamentale: ecco allora il recupero dell’infanzia, degli affetti familiari.

Il tempo visto come passato ma anche come futuro, come l’ha definito Stanis Nievo nella prefazione di Ho ripiegato l’alba (1996 “banchine affollate di solitudini”). Ed è ovvio che la riflessione sul tempo porti al pensiero della morte, all’idea di solitudine come dimensione dello spirito, come allontanamento dalla vita per riappacificarsi con la vita stessa. E’ il tempo di Tersicore e il bisogno di eternità. Ma la morte non fa paura, è un passare oltre, girare l’angolo, sparire agli occhi dei più.

La parola scritta di Leda è suono colto nel silenzio, è un linguaggio pieno di simboli, corporeità e corpo presenti in vari momenti, corpo visto come liberazione dalla materia e spiritualità, viaggio interiore alla conquista di spazi dell’anima.

Ecco allora che i felini rappresentano questa dimensione tra la vita e la morte, nella dimensione di mistero, in cui la religiosità è vissuta come esperienza per avvicinarsi alla dimensione più vera e autentica della vita. Senso della religiosità, ricerca di un Dio, qualunque esso sia.

Ricerca di un contatto primitivo con la terra, bisogno urgente di riappropriarsi del proprio spazio interiore, attingere allo strato primigenio, salvaguardare l’innocenza dello sguardo. E’ un percorso che Leda Palma compie e che la porta a ricercare la nudità dell’anima, fino al Tibet degli “ultimi” (2011 Tibet degli ultimi: Pierluigi Di Piazza. Generare il grano, gente di luce. Sono una donna che sul ciglio del fiume mangia il suo pane). Del 2002 è Rose novelle, opera dai toni sommessi, c’è il ritmo del ricordo, protagonista è una bambina, Rosa, la violenza della guerra e la capacità di reagire ai sopprusi.

C’è il bisogno di riportare in luce una verità essenziale, archetipica, che la realtà ha cancellato.

Marx: “Andiamo a sconfiggere le offese”, perché “l’unione fa coraggio” (Rachele e Leonilde) richiama il tema degli umili e degli sconfitti dalla storia, ma non dall’amore che ascolta, questo atto così delicato e rispettoso dell’altro.

Si legge la ricerca di libertà, dove è importante salvare la fiaba del sogno, continuando il sogno (Spina).

La parola morte è però parola ricorrente, con cui si conclude la raccolta, ma alla poesia è affidato il compito di traghettatore per comprendere il senso del mistero: Vieni poesia difendimi/la parola donami essenziale/ nero gatto ricordami / di non morire / questa notte che mi cerca / e m’incarna d’ansia.

Recensione
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